La Parashà comprende i capitoli 26, quasi per intero, ed il capitolo 27 del Levitico e ne conclude la narrazione.
Il capitolo 26, riferendosi alle leggi ed ai precetti impartiti al popolo ebraico, esprime con una prosa reiterativa ed incalzante, da un lato la protezione ed i compensi che il Signore metterà in atto nel caso di osservanza e , dall’altro invece, le terribili punizioni comminate per la trasgressione con una severità commisurata alla persistenza nell’errore. Le promesse e le ammonizioni le ritroveremo in Deuteronomio 11, 13-21 e verranno a costituire la seconda parte dello Shemà.
Spesso nella vita di tutti i giorni si può avere l’impressione che compensi e punizioni non siano attribuiti in relazione ai meriti o alle colpe e ciò può dare luogo ad un senso di smarrimento. L’ebreo può superare ogni stato di palese ingiustizia con il mantenimento della fiducia nel Signore e la consapevolezza che, seppure a lui sfugge il senso degli avvenimenti, ai quali si trova a dover soggiacere, questi fanno però parte di un disegno più ampio dove la giustizia arriverà, non importa quando, ma arriverà.
Il successivo capitolo 27 tratta delle donazioni al Santuario, che potevano consistere in beni mobili, immobili, animali e anche persone. Tutte le donazioni venivano valutate in sicli del Santuario ed era possibile per l’offerente il riscatto del bene offerto in dono, mediante il versamento di una somma pari al valore di stima aumentato di un quinto.
Queste donazioni potevano essere effettuate liberamente in scioglimento di voti espressi dagli interessati verso il Signore. Donazione d’obbligo era invece quella del mezzo siclo del santuario che riguardava in ugual misura i primogeniti, qualunque fosse il censo familiare, e che in tal modo venivano riscattati dal loro status di offerta esclusiva al Signore.
E’ utile soffermarsi su tutte queste attività di stima delle offerte e di riscatto da pagarsi con una moneta non di uso commerciale corrente, ma di uso circoscritto al Santuario, per comprenderne la
dimensione e le implicazioni economiche.
Il fatto che le stime venissero effettuate in sicli del Santuario ha una duplice ragione:
- il siclo del Santuario ha un valore fisso, dato dal suo contenuto di circa 14 grammi di argento, mentre le monete correnti potevano avere un valore nominale non corrispondente a quello intrinseco, in ragione delle vicende economico-finanziarie dello Stato che batteva moneta;
- non potevano avere accesso al Santuario monete recanti l’effigie di re o imperatori, in quanto ritenute per questo motivo impure.
La necessità di cambiare la moneta dava luogo nei periodi di maggiore affluenza, che erano quelli delle Feste di pellegrinaggio, al proliferare dei cambiavalute, per un fenomeno ritengo simile al bagarinaggio dei biglietti da stadio.
Stessa cosa per gli animali, che chi veniva dalle località più lontane poteva più comodamente acquistare sul posto, in moneta locale, per poi riscattarli, se avesse voluto, in sicli del santuario per poi rivendere, qualora ne avesse avuto necessità, ancora in moneta locale.
Insomma è pensabile che in occasione delle feste di pellegrinaggio si sviluppasse attorno al Santuario un fervore di attività commerciali.
E’ da notare anche che tutte queste offerte destinate al sostentamento del Santuario davano luogo ognuna a diverse voci di provento. Nel caso dell’offerta di un animale infatti, questo veniva valutato in sicli del Santuario e, qualora si intendesse riscattarlo occorreva pagare il prezzo di stima maggiorato di un quinto e, per far questo, era necessario procurarsi la moneta del Santuario pagando il relativo aggio di cambio.
Queste attività dei “cambiavalute” e dei “venditori di colombe” sono quelle condannate nei Vangeli cattolici perché vennero ritenute una profanazione del Tempio, all’interno del quale si sarebbero svolte.
Anche qui è opportuno un chiarimento. Il Tempio era all’epoca quello ampliato da Erode, imponente, grandioso, una vera città, che ospitava, in modo concentrico attività che gravitavano attorno a cortili, ognuno con diverse limitazioni accesso, sicché il più esterno era la corte dei gentili, accessibile a tutti. All’interno era il cortile delle donne e dall’interno di questo si accedeva al cortile dei sacerdoti e quindi al Tempio vero e proprio.
E’ plausibile che i cambiavalute ed i venditori di colombe si trovassero nella corte dei gentili e quindi sicuramente fuori dall’edificio del Tempio.
E’ da pensare allora che la cacciata, cui fanno cenno i Vangeli, vada intesa più in senso simbolico, come invito a tornare a vivere più intimamente la religiosità, che non in senso letterale.
Se sarai il vero ed unico padrone dei tuoi pensieri, delle tue parole, delle tue azioni, allora potrai operare secondo giustizia.
martedì 17 maggio 2011
martedì 10 maggio 2011
Behar Sinài
Behar Sinài, sul monte Sinai, la parashà, che comprende il capitolo 25 ed appena l’inizio del capitolo 26 del Levitico, esprime precetti fondamentali di carattere sociale, in particolar modo riguardanti la terra, il lavoro ed il prestito.
Questi precetti sono essenzialmente i seguenti:
1)Il lavoro della terra dovrà avvenire seguendo un ciclo che preveda un anno di riposo dopo sei anni di produzione. Un totale quindi di sette anni, come i sette giorni della creazione, dove il settimo giorno è quello in cui il Signore, cessò da tutta la sua opera. E allora, poiché il creato è ad immagine e somiglianza del creatore, ne consegue che il suo funzionamento debba avvenire secondo cicli simili a quelli seguiti dal suo creatore ed ecco quindi che il terreno agricolo sarà produttivo per sei anni ed al settimo anno non sarà lavorato e questo settimo anno sarà l’anno sabbatico di riposo della terra, così come il settimo giorno è il Sabato dedicato al Signore.
2)La proprietà della terra è del Signore, che la concede in uso all’uomo perché ne tragga i frutti. L’uomo potrà quindi vendere o acquistare non già la proprietà, ma l’uso della terra per un periodo di tempo che comunque si estingue nell’anno del Giubileo, che ricorrerà ogni cinquanta anni e quindi al compiersi di sette cicli di sette anni. Nell’anno del Giubileo sarà proclamata la libertà nella terra per tutti gli abitanti, ciascuno pertanto tornerà al suo possesso e ciascuno alla sua famiglia. Fanno eccezione a questa normativa gli immobili urbani (nelle città cinte da mura) e gli immobili dei Leviti, in quanto ritenuti beni necessari alla dimora e non per la produzione.
3)Per quanto riguarda il lavoro nell’anno del Giubileo torneranno liberi i mercenari ebrei, che per povertà si erano venduti al loro padrone, mentre rimarranno di proprietà per sempre gli schiavi non ebrei ed i loro discendenti.
4)Per il sostegno dato ad un altro ebreo, o anche ad un forestiero o ad un avventizio, che siano presso di noi e si ritrovino in condizioni di povertà, non dovrà prendersi usura né interesse.
Si tratta dell’ossatura delle regole sociali di uno Stato nel quale la proprietà privata ha sostanziali limitazioni, mentre il godimento dei beni avviene prevalentemente con un sistema simile all’affidamento in concessione per un determinato periodo temporale. Il valore di mercato dei beni, siano essi terreni coltivabili o forza lavoro, non sarà ovviamente fisso, ma variabile in funzione del lasso temporale residuo di godimento.
Quanto al prestito è da notare che resta libero da vincoli quello fatto a stranieri non residenti.
Di Porto nel suo commento alla parashà rammenta come, in epoche successive e nella diaspora gli ebrei praticarono l’attività del prestito ad interesse a ciò incentivati dalla circostanza che il mondo cristiano aveva ereditato dall’ebraismo questo divieto per i suoi fedeli.
“Sterco del demonio” era l’appellativo con il quale i predicatori cristiani si riferivano al denaro sicchè tutte le attività ad esso connesse, dalla sua coniazione al suo impiego come risorsa economica di per sé, furono in un primo tempo impedite ai cristiani finchè ci furono ebrei che potessero svolgere questa attività.
Per quanto riguarda l’Italia medievale la situazione generale dal punto di vista religioso la connotava come cristiana, per lo più cattolica ma con presenze ortodosse nelle estreme regioni meridionali. Unico episodio dissonante fu la dominazione araba della Sicilia, che durò circa due secoli fino alla metà dell’XI secolo, che implicò la presenza nell’isola dell’Islam. Per gli ebrei in generale la dominazione araba risultò più tollerante, ma anche per gli arabi i traffici con il denaro era meglio che li facessero gli ebrei.
Questa attività ebraica di prestito era incentivata in modo determinante dal fatto che nei paesi cristiani andarono via via maturando limitazioni alle attività consentite agli ebrei, per cui solamente alcune attività artigianali e commerciali erano loro permesse, mentre in quasi tutti i casi non era loro consentita la proprietà di beni immobili. Ne derivava che il ricavato delle loro attività, non potendo tradursi in beni immobili, dava luogo ad una massa monetaria e quindi, come logica conseguenza, alla possibilità di svolgere attività di prestito. I capitali movimentati dagli ebrei erano ingenti ed i loro destinatari, oltre alla massa di privati cittadini, erano, per le somme più rilevanti, anche principi e re, con i quali si verificò spesso anche la mancata restituzione del prestito od il suo rinnovo forzoso.
Con l’avvento della dominazione spagnola gli ebrei furono espulsi prima dalla Sicilia e poi da tutta l’Italia meridionale, mentre nel resto della penisola sopravvissero, ma non ebbero più l’esclusiva del prestito, in quanto dapprima vennero affiancati da banchieri toscani e lombardi e poi, strani casi della vita, dalla Chiesa stessa con l’apertura dei Monti di Pietà, che erano banchi di prestito su pegno.
Questi precetti sono essenzialmente i seguenti:
1)Il lavoro della terra dovrà avvenire seguendo un ciclo che preveda un anno di riposo dopo sei anni di produzione. Un totale quindi di sette anni, come i sette giorni della creazione, dove il settimo giorno è quello in cui il Signore, cessò da tutta la sua opera. E allora, poiché il creato è ad immagine e somiglianza del creatore, ne consegue che il suo funzionamento debba avvenire secondo cicli simili a quelli seguiti dal suo creatore ed ecco quindi che il terreno agricolo sarà produttivo per sei anni ed al settimo anno non sarà lavorato e questo settimo anno sarà l’anno sabbatico di riposo della terra, così come il settimo giorno è il Sabato dedicato al Signore.
2)La proprietà della terra è del Signore, che la concede in uso all’uomo perché ne tragga i frutti. L’uomo potrà quindi vendere o acquistare non già la proprietà, ma l’uso della terra per un periodo di tempo che comunque si estingue nell’anno del Giubileo, che ricorrerà ogni cinquanta anni e quindi al compiersi di sette cicli di sette anni. Nell’anno del Giubileo sarà proclamata la libertà nella terra per tutti gli abitanti, ciascuno pertanto tornerà al suo possesso e ciascuno alla sua famiglia. Fanno eccezione a questa normativa gli immobili urbani (nelle città cinte da mura) e gli immobili dei Leviti, in quanto ritenuti beni necessari alla dimora e non per la produzione.
3)Per quanto riguarda il lavoro nell’anno del Giubileo torneranno liberi i mercenari ebrei, che per povertà si erano venduti al loro padrone, mentre rimarranno di proprietà per sempre gli schiavi non ebrei ed i loro discendenti.
4)Per il sostegno dato ad un altro ebreo, o anche ad un forestiero o ad un avventizio, che siano presso di noi e si ritrovino in condizioni di povertà, non dovrà prendersi usura né interesse.
Si tratta dell’ossatura delle regole sociali di uno Stato nel quale la proprietà privata ha sostanziali limitazioni, mentre il godimento dei beni avviene prevalentemente con un sistema simile all’affidamento in concessione per un determinato periodo temporale. Il valore di mercato dei beni, siano essi terreni coltivabili o forza lavoro, non sarà ovviamente fisso, ma variabile in funzione del lasso temporale residuo di godimento.
Quanto al prestito è da notare che resta libero da vincoli quello fatto a stranieri non residenti.
Di Porto nel suo commento alla parashà rammenta come, in epoche successive e nella diaspora gli ebrei praticarono l’attività del prestito ad interesse a ciò incentivati dalla circostanza che il mondo cristiano aveva ereditato dall’ebraismo questo divieto per i suoi fedeli.
“Sterco del demonio” era l’appellativo con il quale i predicatori cristiani si riferivano al denaro sicchè tutte le attività ad esso connesse, dalla sua coniazione al suo impiego come risorsa economica di per sé, furono in un primo tempo impedite ai cristiani finchè ci furono ebrei che potessero svolgere questa attività.
Per quanto riguarda l’Italia medievale la situazione generale dal punto di vista religioso la connotava come cristiana, per lo più cattolica ma con presenze ortodosse nelle estreme regioni meridionali. Unico episodio dissonante fu la dominazione araba della Sicilia, che durò circa due secoli fino alla metà dell’XI secolo, che implicò la presenza nell’isola dell’Islam. Per gli ebrei in generale la dominazione araba risultò più tollerante, ma anche per gli arabi i traffici con il denaro era meglio che li facessero gli ebrei.
Questa attività ebraica di prestito era incentivata in modo determinante dal fatto che nei paesi cristiani andarono via via maturando limitazioni alle attività consentite agli ebrei, per cui solamente alcune attività artigianali e commerciali erano loro permesse, mentre in quasi tutti i casi non era loro consentita la proprietà di beni immobili. Ne derivava che il ricavato delle loro attività, non potendo tradursi in beni immobili, dava luogo ad una massa monetaria e quindi, come logica conseguenza, alla possibilità di svolgere attività di prestito. I capitali movimentati dagli ebrei erano ingenti ed i loro destinatari, oltre alla massa di privati cittadini, erano, per le somme più rilevanti, anche principi e re, con i quali si verificò spesso anche la mancata restituzione del prestito od il suo rinnovo forzoso.
Con l’avvento della dominazione spagnola gli ebrei furono espulsi prima dalla Sicilia e poi da tutta l’Italia meridionale, mentre nel resto della penisola sopravvissero, ma non ebbero più l’esclusiva del prestito, in quanto dapprima vennero affiancati da banchieri toscani e lombardi e poi, strani casi della vita, dalla Chiesa stessa con l’apertura dei Monti di Pietà, che erano banchi di prestito su pegno.
giovedì 5 maggio 2011
Emor
Siamo nei capitoli da 21 a 24 del Levitico che trattano, i primi due, delle prescrizioni particolari, che i Cohanim devono osservare per l’avvicinamento al Sacro e quindi per la loro Qedushah; gli altri due delle feste - Moadim -, che si celebrano nell’anno ebraico. L’ultimo capitolo, il 24, narra anche della lapidazione di un uomo, figlio di matrimonio misto, che nel corso di una rissa pronunciò e maledisse il nome divino.
1. Cohanim
Le prescrizioni particolari dettate per i Cohanim riguardano l’obbligo di evitare l’impurità dei cadaveri, alcune restrizioni coniugali e l’esclusione dai riti sacrificali per chi si trovi in stato di impurità o sia affetto da imperfezione fisica.
Queste prescrizioni hanno una triplice valenza: nei confronti del Signore, nei confronti di sé stessi, nei confronti del popolo.
Nei confronti del Signore perché, così come per i sacrifici si presentano al Signore le offerte di migliore qualità, siano esse prodotti agricoli o offerte animali, parimenti i Cohanim che al Signore si avvicinano devono distinguersi quanto a purità ed integrità rispetto al loro popolo. Ricordiamo al proposito l’episodio in Genesi 4 dove è scritto che “Caino portò dei frutti …”, mentre Abele portò “dei primogeniti del suo gregge e delle loro parti più grasse”. Il Signore gradì Abele e il suo presente, mentre non gradì Caino.
Nei confronti di sé stessi perché i Cohanim, nell’accostarsi al Signore, devono avere la consapevolezza della necessità di possedere questi requisiti di purità ed integrità essendo di ciò responsabili.
Nei confronti del loro popolo, al quale devono essere di esempio e di incoraggiamento per superare le difficoltà che possono incontrarsi sulla via della santità e dell’integrità. Come potrebbero altrimenti pretendersi sacrificio e dedizione se chi lo pretende non mostra, lui per primo, di agire secondo queste linee direttrici?
E’ questo un tema attuale quando si pensi che ai nostri giorni i comportamenti delle persone poste alla guida delle nazioni vanno a connotare ed incidono sul prestigio e la credibilità delle nazioni stesse. Questi capi che potranno essere dissoluti, corrotti, sanguinari oppure integri, corretti, equilibrati opereranno certamente con modalità profondamente diverse, così come profondamente diverse saranno le sfere di influenza dove collocheranno i loro paesi. Di tutto ciò essi saranno responsabili.
2.Moadim
Il Signore comunica a Mosè quali siano le ricorrenze da celebrare, oltre al Sabato, già di per sé a Lui destinato.
Nell’anno ebraico, a partire da Pesach , si susseguono le Feste che ricordano le tappe del cammino del popolo ebraico dalla sua liberazione, al dono della Torà, celebrato dalla festa di Shavuot e poi Rosh haShanà, anniversario della creazione dell’uomo, che è il giorno in cui il Signore ci giudica per iscriverci nel libro della vita o in quello della morte, seguita da Kippur, giorno di espiazione e di perdono. Seguono infine Succot e Sheminì Azeret: la prima è la festa delle capanne o festa della gioia dell’uomo riconciliato con il Signore e gioia dell’abbondanza del raccolto; la seconda, che chiude il ciclo delle feste autunnali, fa assumere alla gioia celebrata a Succot un carattere più intimo stabilendo rapporto esclusivo tra l’essere umano ed il Signore.
Queste tappe scandite dai Moadim dovranno essere le tappe secondo cui si svolgerà la nostra esistenza personale, che vedrà quindi susseguirsi la liberazione dalla schiavitù, che è la vita non illuminata dalla parola del Signore, seguita dalla ricezione consapevole del dono della Torà e poi dal bilancio che faremo della nostra esistenza e dal giudizio che a questa esistenza daremo, cui seguirà l’espiazione e il perdono, intimo lavacro purificatore.
A questo punto potremo celebrare la gioia per tutto ciò che abbiamo ricevuto dal Signore e lo faremo sia collettivamente a Succot, sia intimamente a Sheminì Azeret.
3.Una sola legge
La narrazione dell’episodio della lapidazione dell’uomo figlio di matrimonio misto può risultare fuorviante ove ci si fermi alla lettura della sola prima parte.. Si narra infatti che un uomo, figlio di madre ebrea e di padre egiziano, durante una rissa pronunciò e maledisse il nome divino e perciò venne giudicato e condannato a morte per lapidazione. Se la narrazione finisse qui si potrebbe trarne la morale che i matrimoni misti siano da evitare perché i figli frutto di tali unioni offendono il Signore.
Ma non è così perché il racconto prosegue con le seguenti parole del Signore:
“Chiunque maledica il suo Dio, porterà le conseguenze del suo peccato, e chi bestemmia il nome del Signore sia fatto morire, tutta la congrega lo lapiderà: sia il forestiero sia l’indigeno quando abbia bestemmiato il nome divino verrà fatto morire.”
Ed ecco che dunque il senso della narrazione è completamente cambiato: il figlio dell’egiziano non viene posto su un gradino più basso, al contrario viene affermata la completa parità dei suoi diritti e doveri rispetto a quelli degli ebrei.
Israele manterrà sempre questo giudizio positivo nei riguardi degli egiziani perché, se è vero che fu schiavo in terra d’Egitto, è anche vero che la terra d’Egitto lo salvò dalla morte per fame, quando chiese rifugio per sfuggire alla grave carestia che imperversava in terra di Canaan.
1. Cohanim
Le prescrizioni particolari dettate per i Cohanim riguardano l’obbligo di evitare l’impurità dei cadaveri, alcune restrizioni coniugali e l’esclusione dai riti sacrificali per chi si trovi in stato di impurità o sia affetto da imperfezione fisica.
Queste prescrizioni hanno una triplice valenza: nei confronti del Signore, nei confronti di sé stessi, nei confronti del popolo.
Nei confronti del Signore perché, così come per i sacrifici si presentano al Signore le offerte di migliore qualità, siano esse prodotti agricoli o offerte animali, parimenti i Cohanim che al Signore si avvicinano devono distinguersi quanto a purità ed integrità rispetto al loro popolo. Ricordiamo al proposito l’episodio in Genesi 4 dove è scritto che “Caino portò dei frutti …”, mentre Abele portò “dei primogeniti del suo gregge e delle loro parti più grasse”. Il Signore gradì Abele e il suo presente, mentre non gradì Caino.
Nei confronti di sé stessi perché i Cohanim, nell’accostarsi al Signore, devono avere la consapevolezza della necessità di possedere questi requisiti di purità ed integrità essendo di ciò responsabili.
Nei confronti del loro popolo, al quale devono essere di esempio e di incoraggiamento per superare le difficoltà che possono incontrarsi sulla via della santità e dell’integrità. Come potrebbero altrimenti pretendersi sacrificio e dedizione se chi lo pretende non mostra, lui per primo, di agire secondo queste linee direttrici?
E’ questo un tema attuale quando si pensi che ai nostri giorni i comportamenti delle persone poste alla guida delle nazioni vanno a connotare ed incidono sul prestigio e la credibilità delle nazioni stesse. Questi capi che potranno essere dissoluti, corrotti, sanguinari oppure integri, corretti, equilibrati opereranno certamente con modalità profondamente diverse, così come profondamente diverse saranno le sfere di influenza dove collocheranno i loro paesi. Di tutto ciò essi saranno responsabili.
2.Moadim
Il Signore comunica a Mosè quali siano le ricorrenze da celebrare, oltre al Sabato, già di per sé a Lui destinato.
Nell’anno ebraico, a partire da Pesach , si susseguono le Feste che ricordano le tappe del cammino del popolo ebraico dalla sua liberazione, al dono della Torà, celebrato dalla festa di Shavuot e poi Rosh haShanà, anniversario della creazione dell’uomo, che è il giorno in cui il Signore ci giudica per iscriverci nel libro della vita o in quello della morte, seguita da Kippur, giorno di espiazione e di perdono. Seguono infine Succot e Sheminì Azeret: la prima è la festa delle capanne o festa della gioia dell’uomo riconciliato con il Signore e gioia dell’abbondanza del raccolto; la seconda, che chiude il ciclo delle feste autunnali, fa assumere alla gioia celebrata a Succot un carattere più intimo stabilendo rapporto esclusivo tra l’essere umano ed il Signore.
Queste tappe scandite dai Moadim dovranno essere le tappe secondo cui si svolgerà la nostra esistenza personale, che vedrà quindi susseguirsi la liberazione dalla schiavitù, che è la vita non illuminata dalla parola del Signore, seguita dalla ricezione consapevole del dono della Torà e poi dal bilancio che faremo della nostra esistenza e dal giudizio che a questa esistenza daremo, cui seguirà l’espiazione e il perdono, intimo lavacro purificatore.
A questo punto potremo celebrare la gioia per tutto ciò che abbiamo ricevuto dal Signore e lo faremo sia collettivamente a Succot, sia intimamente a Sheminì Azeret.
3.Una sola legge
La narrazione dell’episodio della lapidazione dell’uomo figlio di matrimonio misto può risultare fuorviante ove ci si fermi alla lettura della sola prima parte.. Si narra infatti che un uomo, figlio di madre ebrea e di padre egiziano, durante una rissa pronunciò e maledisse il nome divino e perciò venne giudicato e condannato a morte per lapidazione. Se la narrazione finisse qui si potrebbe trarne la morale che i matrimoni misti siano da evitare perché i figli frutto di tali unioni offendono il Signore.
Ma non è così perché il racconto prosegue con le seguenti parole del Signore:
“Chiunque maledica il suo Dio, porterà le conseguenze del suo peccato, e chi bestemmia il nome del Signore sia fatto morire, tutta la congrega lo lapiderà: sia il forestiero sia l’indigeno quando abbia bestemmiato il nome divino verrà fatto morire.”
Ed ecco che dunque il senso della narrazione è completamente cambiato: il figlio dell’egiziano non viene posto su un gradino più basso, al contrario viene affermata la completa parità dei suoi diritti e doveri rispetto a quelli degli ebrei.
Israele manterrà sempre questo giudizio positivo nei riguardi degli egiziani perché, se è vero che fu schiavo in terra d’Egitto, è anche vero che la terra d’Egitto lo salvò dalla morte per fame, quando chiese rifugio per sfuggire alla grave carestia che imperversava in terra di Canaan.
lunedì 25 aprile 2011
Kedoshim
Nella Parashà Kedoshim (Santi), che comprende i capitoli 19 e 20 di Vaikrà (Levitico), il Signore detta a Mosè precetti di carattere rituale, di carattere morale e di carattere sociale, la cui osservanza fa sì che l’uomo possa conseguire la Kedushà, Santità intesa come distinzione, differenziazione dai comportamenti che sono propri degli altri popoli.
Il capitolo 19 inizia con il comando di temere il padre e la madre e, subito dopo, di osservare il Sabato. Seguono norme per il consumo dei sacrifici, per la mietitura, per la correttezza dei rapporti con il prossimo, per il godimento dei frutti della terra. Tutti questi precetti mantengono, dopo migliaia di anni dalla loro formulazione, una chiara comprensibilità, anche nell’attualità, ed una naturale condivisione per la loro giustezza.
Il successivo capitolo 20 enumera atti contro la morale, a partire dalla pratica in uso presso altri popoli vicini di sacrificare a Mòlech i figli, proseguendo con atti di magia e poi ancora con la maledizione a danno dei propri genitori. Segue poi l’enumerazione dei divieti di adulterio e di atti di natura sessuale con consanguinei, parenti, con animali o di natura omosessuale. Il capitolo per ognuno di questi delitti specifica la pena da comminare, che in quasi tutti i casi è la morte per lapidazione.
Questo capitolo 20, a causa della severità delle pene che in esso sono previste, scuote la sensibilità di noi uomini appartenenti ad una società nella quale la pena di morte è da tempo abolita. E’ del resto consolidato il fatto che anche per i reati sessuali enumerati dal capitolo 20 non è più applicata nel mondo civile occidentale la pena di morte, mentre rimane per noi accettabile la massima severità, come il carcere a vita o al limite la sterilizzazione, solamente per i reati sessuali a danno di minori ovvero quando sia accertata la possibilità di reiterazione del reato.
Ma allora, potremmo chiederci, siamo in presenza di precetti, che sono scritti nella Torà, ma che vengono, al giorno d’oggi, disattesi, non fosse altro che per la parte relativa alla pena?
A mio parere le cose non stanno affatto così.
La prima considerazione da fare, infatti, è che le pene indicate al capitolo 20 costituiscono la misura massima della pena da comminare per quel tipo di delitto, ma che l’applicazione della pena sarebbe avvenuta, in ogni caso, attraverso un processo d’indagine ed un giudizio, che avrebbe potuto tener conto di ogni circostanza attenuante, fino ad arrivare al limite all’assoluzione.
Altra considerazione da compiere è che l’enumerazione del capitolo 20 riguarda atti contro la morale, definiti di fornicazione, messi alla stessa stregua di quelli compiuti con animali e quindi si tratta di peccati di esclusiva natura sessuale, dai quali devono invece escludersi quegli atti che, sia pure concretizzatisi sessualmente, sono stati dettati da sentimenti non contingenti verso la persona ed esorbitanti il solo carattere sessuale. A maggior ragione sarà operata questa esclusione qualora da questi atti non sia derivato nessun danno a terze persone.
Questo è il caso dei rapporti omosessuali nei cui confronti le componenti laiche e progressive dell’Ebraismo hanno riveduto i propri atteggiamenti.
Il capitolo 19 inizia con il comando di temere il padre e la madre e, subito dopo, di osservare il Sabato. Seguono norme per il consumo dei sacrifici, per la mietitura, per la correttezza dei rapporti con il prossimo, per il godimento dei frutti della terra. Tutti questi precetti mantengono, dopo migliaia di anni dalla loro formulazione, una chiara comprensibilità, anche nell’attualità, ed una naturale condivisione per la loro giustezza.
Il successivo capitolo 20 enumera atti contro la morale, a partire dalla pratica in uso presso altri popoli vicini di sacrificare a Mòlech i figli, proseguendo con atti di magia e poi ancora con la maledizione a danno dei propri genitori. Segue poi l’enumerazione dei divieti di adulterio e di atti di natura sessuale con consanguinei, parenti, con animali o di natura omosessuale. Il capitolo per ognuno di questi delitti specifica la pena da comminare, che in quasi tutti i casi è la morte per lapidazione.
Questo capitolo 20, a causa della severità delle pene che in esso sono previste, scuote la sensibilità di noi uomini appartenenti ad una società nella quale la pena di morte è da tempo abolita. E’ del resto consolidato il fatto che anche per i reati sessuali enumerati dal capitolo 20 non è più applicata nel mondo civile occidentale la pena di morte, mentre rimane per noi accettabile la massima severità, come il carcere a vita o al limite la sterilizzazione, solamente per i reati sessuali a danno di minori ovvero quando sia accertata la possibilità di reiterazione del reato.
Ma allora, potremmo chiederci, siamo in presenza di precetti, che sono scritti nella Torà, ma che vengono, al giorno d’oggi, disattesi, non fosse altro che per la parte relativa alla pena?
A mio parere le cose non stanno affatto così.
La prima considerazione da fare, infatti, è che le pene indicate al capitolo 20 costituiscono la misura massima della pena da comminare per quel tipo di delitto, ma che l’applicazione della pena sarebbe avvenuta, in ogni caso, attraverso un processo d’indagine ed un giudizio, che avrebbe potuto tener conto di ogni circostanza attenuante, fino ad arrivare al limite all’assoluzione.
Altra considerazione da compiere è che l’enumerazione del capitolo 20 riguarda atti contro la morale, definiti di fornicazione, messi alla stessa stregua di quelli compiuti con animali e quindi si tratta di peccati di esclusiva natura sessuale, dai quali devono invece escludersi quegli atti che, sia pure concretizzatisi sessualmente, sono stati dettati da sentimenti non contingenti verso la persona ed esorbitanti il solo carattere sessuale. A maggior ragione sarà operata questa esclusione qualora da questi atti non sia derivato nessun danno a terze persone.
Questo è il caso dei rapporti omosessuali nei cui confronti le componenti laiche e progressive dell’Ebraismo hanno riveduto i propri atteggiamenti.
domenica 17 aprile 2011
Acharè Moth
La parashà Acharè Moth (dopo la morte) comprende i capitoli 16, 17 e 18 di Vaikrà (Levitico) e tratta dell’espiazione delle colpe, delle modalità dei sacrifici, delle regole di purificazione, delle norme di purità sessuale e del divieto di abominio e di profanazione.
La parashà tocca due aspetti interessanti e meritevoli di riflessione.
1. D-o non parla ad Aronne.
Le istruzioni sono date dal Signore direttamente a Mosè affinchè egli le trasmetta ad Aronne ed ai suoi figli ed a tutti i figli di Israele.
Il Signore parlerà sempre ed esclusivamente a Mosè ed a lui dirà, tra l’altro, quali sono le istruzioni per suo fratello Aronne.
Aronne, che è il Gran Sacerdote, che è colui che cura il culto al Signore, che è l’unica persona che ha la facoltà di accedere al Santo dei Santi per pronunciare il nome di D-o nel giorno di Kippur, che è il capostipite dei Cohanim, dei Sacerdoti del Tempio, ebbene Aronne non avrà mai la facoltà di interloquire direttamente con D-o e tutto ciò che egli dovrà sapere gli sarà sempre detto tramite suo fratello Mosè.
Questa limitazione di Aronne, ed il suo costante subordine alla figura del fratello, ci inducono a chiederci se questa situazione costituisca una indicazione esorbitante lo specifico rapporto tra i due fratelli. Mosè è il condottiero carismatico del suo popolo, che esercita il ruolo di guida unica ed ispirata. Il compimento della sua missione richiede che a lui solo competano tutte le attività decisionali in materia normativa e operativa.
Ma, ci si chiede, il messaggio biblico si riferisce esclusivamente a Mosè ed Aronne, oppure ha una valenza più generale?
In parole povere il messaggio biblico può voler dire che per il conseguimento di un obiettivo di un popolo è necessario che il potere religioso sia subordinato al potere politico?
Siamo evidentemente su una linea di confine molto delicata e su una materia dove la storia ha fornito tragici ammaestramenti.
La risposta potrebbe essere si, ma solo se il condottiero è Mosè. E’però una risposta che non ci cautela abbastanza perché la storia è stata piena di tragici condottieri, convinti di essere, come Mosè, guidati da D-o e che hanno condotto l’umanità a lutti, distruzione e barbarie.
Direi a questo punto che il subordine ordinamentale debba esserci, ma che le voci subordinate debbano mantenere la possibilità di esprimere dissenso e di fermare il condottiero quando egli perda il consenso prevalente, e questo pure può non bastare.
2. Il capro espiatorio.
Secondo l’accezione corrente si intende per capro espiatorio una persona alla quale viene assegnata la colpa di atti commessi da altre persone. Al capro espiatorio verrà quindi comminata la pena per gli atti commessi da altri ed egli la espierà, mentre gli altri, i veri responsabili, resteranno indenni da imputazioni di colpa ed espiazione di pena.
La ricerca del capro espiatorio è azione conseguente alla decisione di non assumere la responsabilità di un atto non consentito, di un reato, evidentemente per sottrarsi alla punizione.
Se in una classe la maestra entra e chiede chi ha rotto un vetro, tutti plausibilmente taceranno, ma, se nella classe c’è un “diverso”, potrà avvenire che i suoi compagni dicano “è stato lui!” dando così vita al loro capro espiatorio.
Ebbene il capro espiatorio che, secondo la parashà, veniva caricato di tutti i peccati e mandato ad Azazel non è questo.
La responsabilità rimane sempre in capo a chi ha commesso la colpa ed egli dovrà espiarla, ma, ad di là della loro espiazione, le colpe commesse costituiscono delle macchie per la comunità, i fatti commessi è come se fossero oggetti, che sia pure espiati, rimangono lì, visibili nell’immagine e nel ricordo di atti negativi di peccati. La comunità desidera allontanare da sé questi oggetti, cioè la fattispecie di questi peccati e desidera che essi non si ripresentino più e perciò li carica sul capro, che era un capro e non una persona, per rimandarli, fuori dalla comunità, ad Azazel, il luogo del male.
La parashà tocca due aspetti interessanti e meritevoli di riflessione.
1. D-o non parla ad Aronne.
Le istruzioni sono date dal Signore direttamente a Mosè affinchè egli le trasmetta ad Aronne ed ai suoi figli ed a tutti i figli di Israele.
Il Signore parlerà sempre ed esclusivamente a Mosè ed a lui dirà, tra l’altro, quali sono le istruzioni per suo fratello Aronne.
Aronne, che è il Gran Sacerdote, che è colui che cura il culto al Signore, che è l’unica persona che ha la facoltà di accedere al Santo dei Santi per pronunciare il nome di D-o nel giorno di Kippur, che è il capostipite dei Cohanim, dei Sacerdoti del Tempio, ebbene Aronne non avrà mai la facoltà di interloquire direttamente con D-o e tutto ciò che egli dovrà sapere gli sarà sempre detto tramite suo fratello Mosè.
Questa limitazione di Aronne, ed il suo costante subordine alla figura del fratello, ci inducono a chiederci se questa situazione costituisca una indicazione esorbitante lo specifico rapporto tra i due fratelli. Mosè è il condottiero carismatico del suo popolo, che esercita il ruolo di guida unica ed ispirata. Il compimento della sua missione richiede che a lui solo competano tutte le attività decisionali in materia normativa e operativa.
Ma, ci si chiede, il messaggio biblico si riferisce esclusivamente a Mosè ed Aronne, oppure ha una valenza più generale?
In parole povere il messaggio biblico può voler dire che per il conseguimento di un obiettivo di un popolo è necessario che il potere religioso sia subordinato al potere politico?
Siamo evidentemente su una linea di confine molto delicata e su una materia dove la storia ha fornito tragici ammaestramenti.
La risposta potrebbe essere si, ma solo se il condottiero è Mosè. E’però una risposta che non ci cautela abbastanza perché la storia è stata piena di tragici condottieri, convinti di essere, come Mosè, guidati da D-o e che hanno condotto l’umanità a lutti, distruzione e barbarie.
Direi a questo punto che il subordine ordinamentale debba esserci, ma che le voci subordinate debbano mantenere la possibilità di esprimere dissenso e di fermare il condottiero quando egli perda il consenso prevalente, e questo pure può non bastare.
2. Il capro espiatorio.
Secondo l’accezione corrente si intende per capro espiatorio una persona alla quale viene assegnata la colpa di atti commessi da altre persone. Al capro espiatorio verrà quindi comminata la pena per gli atti commessi da altri ed egli la espierà, mentre gli altri, i veri responsabili, resteranno indenni da imputazioni di colpa ed espiazione di pena.
La ricerca del capro espiatorio è azione conseguente alla decisione di non assumere la responsabilità di un atto non consentito, di un reato, evidentemente per sottrarsi alla punizione.
Se in una classe la maestra entra e chiede chi ha rotto un vetro, tutti plausibilmente taceranno, ma, se nella classe c’è un “diverso”, potrà avvenire che i suoi compagni dicano “è stato lui!” dando così vita al loro capro espiatorio.
Ebbene il capro espiatorio che, secondo la parashà, veniva caricato di tutti i peccati e mandato ad Azazel non è questo.
La responsabilità rimane sempre in capo a chi ha commesso la colpa ed egli dovrà espiarla, ma, ad di là della loro espiazione, le colpe commesse costituiscono delle macchie per la comunità, i fatti commessi è come se fossero oggetti, che sia pure espiati, rimangono lì, visibili nell’immagine e nel ricordo di atti negativi di peccati. La comunità desidera allontanare da sé questi oggetti, cioè la fattispecie di questi peccati e desidera che essi non si ripresentino più e perciò li carica sul capro, che era un capro e non una persona, per rimandarli, fuori dalla comunità, ad Azazel, il luogo del male.
martedì 12 ottobre 2010
mitzvàh 25

L’ebreo osservante, che vuole adempiere al suo ruolo sacerdotale nel mondo, è obbligato a seguire le 613 "mitzvòt", cioè deve adeguare il proprio stile di vita a 613 precetti.
Il numero dei precetti è certo poiché è il Talmud (trattato Makkoth 23b) che stabilisce che la Torah contiene 613 mitzvòt, ma la loro identificazione è stata lungamente oggetto di discussione. L’elenco più accreditato è quello riportato da Rambam (Mosè Maimonide, Cordova, 1138 – Il Cairo, 13 dicembre 1204) nel “Sèfer ha-Mitzvòt”. Questa lista numerata dei precetti, completa del riferimento alla sorgente della scrittura da cui essi derivano, venne definitivamente fissata con l’introduzione di alcune revisioni da parte di Nachmanide (Moshè Ben Nachman, Gerona 1194-Terra santa 1270).
I 613 precetti sono costituiti da 248 comandamenti positivi, obblighi quindi a fare qualcosa, e da 365 comandamenti negativi, divieti cioè di fare qualcos’altro. Fortunatamente moltissimi di questi precetti sono percepibili in modo intuitivo e trovano perciò in noi spontanea disponibilità a conformarci ad essi.
Alcuni (pochi per la verità) di questi precetti ci trovano, invece, inizialmente perplessi. Trattandosi di precetti espressi dalla Torah, questo dovrebbe bastare ad indirizzare le nostre azioni in modo conforme. Ma abbiamo anche imparato ad esercitare le facoltà che il Signore ci ha dato in materia di analisi, interpretazione, commento e confronto, ed è pertanto assolutamente naturale che di questi precetti “difficili” noi ricerchiamo, in assoluta buona fede, la radice e l’interpretazione che ci consentano di accettare la rinuncia ed il sacrificio di qualcosa a cui, a volte, siamo stati visceralmente legati. Tra l’altro, questa attività di verifica ed affinamento, che inizialmente sembra offrirci solamente la prospettiva finale del sacrificio e della rinuncia, può, invece e sorprendentemente, condurci ad intravedere la possibilità di un quadro finale diverso, con una armonizzazione, che ricolloca il nostro desiderio in un ambito compatibile con l’attuazione del precetto. I precetti “difficili” fanno generalmente parte dei divieti a fare e riguardano di solito azioni o comportamenti che operano nella sfera dei sentimenti.
La complessità dell’essere umano può dipanarsi analiticamente secondo quattro sfere distinte, a ciascuna delle quali fanno capo necessità e comportamenti peculiari e le conseguenti sensazioni di dolore o di piacere ad essi associate.
Le quattro sfere sono la fisicità, il sentimento, la ragione e l’intuizione. Gli esseri umani hanno esigenze che riguardano tutte e quattro queste sfere, sia pure in misura diversa da individuo ad individuo, sicché ci sarà l’individuo in cui la valenza del sentimento sarà prevalente sulle altre tre componenti, e sarà un individuo sensibile alla poesia,alla musica, ma anche passionale nella sua vita relazionale. Altri potranno, invece, essere maggiormente portati per l’intuizione, per la percezione di ciò che è border-line del razionale e che si spinge oltre e saranno scopritori, artefici di nuove architetture sulle quali impostare le indagini scientifiche, ma saranno anche filosofi, scrutatori del pensiero umano e di ciò che si intravede oltre, saranno studiosi di religione tanto più di spicco, quanto più la loro sensibilità li porterà a percepire e ad essere travolti dall’onnipresenza della volontà creatrice e dall’incessante respiro che tutto pervade e regola con armonia. Altri infine privilegeranno la sfera della ragione e saranno organizzatori perfetti, occuperanno posti di responsabilità costituendo sempre un sicuro punto di riferimento normativo.
Di queste quattro sfere la più difficile da analizzare, la più ribelle all’imposizione di una disciplina è quella dei sentimenti. Penso che più della metà della biblioteca di Babele sia stata dedicata, direttamente o indirettamente, allo studio di questa matassa meravigliosa ed al tentativo di comprenderne le radici comportamentali e le finalità dei suoi movimenti.
Nella sfera dei sentimenti le esigenze ed i comportamenti sono assimilabili a quelli di un bambino, che ha bisogni e desideri primordiali, non decantati dalla ragione, dalle convenzioni sociali, dal giudizio degli altri, che sa quello che vuole e non comprende perché non debba volerlo. Al bambino occorrerà parlare con rispetto, delicatezza, usando il suo stesso linguaggio per sciogliere i nodi che trova sul suo cammino e percorrere insieme la strada verso l’uscita.
L’enunciazione della Mitzvà 25 è “Non seguire i desideri del tuo cuore o ciò che vedono i tuoi occhi. – Numeri 15:39”. Il passo biblico citato segue quello che ha ordinato la realizzazione delle frange agli angoli delle vesti, e recita: “Esse saranno per voi delle frange, le quali, quando voi le vedrete, ricorderete tutti i precetti del Signore e li eseguirete, e non devierete seguendo il vostro cuore e i vostri occhi; seguendoli voi diverreste infedeli.”
Che si tratti di sentimenti è inequivocabile solo nella prima parte dall’enunciato “desideri del tuo cuore”, mentre la seconda parte “ciò che vedono i tuoi occhi” potrebbe far capo anche alla sfera della fisicità ed a ciò che di egoistico gravita intorno ad essa, potrebbe quindi trattarsi, per questi ultimi, di desideri di gola, desideri di possedere oggetti di altri, desideri sessuali, anche questi, quindi, assimilabili ai desideri di un bambino, ma più facilmente confutabili con ragionamenti logici, sono desideri che in fondo il soggetto che li prova sa benissimo che non sono legittimi. Per il sentimento puro è più difficile, perché qui si tratta di alimento dell’anima e non di alimenti del corpo.
Senza dubbio è proprio il non dover seguire i desideri del cuore la parte più impegnativa e “difficile” del precetto, perché, coinvolgendo la sfera dei sentimenti, è necessario che il convincimento avvenga adoperando il linguaggio stesso dei sentimenti, perché questa sfera non conosce né può conoscere altro linguaggio. E’ una sfera primordiale le cui necessità riguardano bisogni primari della vita dell’individuo. Riguardano gli affetti, in particolare gli scambi affettivi, che costituiscono alimento per i processi vitali dell’anima di ogni individuo, di quel qualcosa cioè che, a parità di condizioni fisiche, determina la presenza o l’assenza della spinta a vivere.
L’etica sociale, cioè le regole della convivenza sociale esigono che a questi desideri individuali dell’anima si ponga un limite ove vadano a turbare , ad interferire, a danneggiare altri individui.
Qualora ciò si verificasse si renderebbe necessario un intervento correttivo.
La correzione nel campo dei sentimenti non può però avere successo se condotta frontalmente per contrapposizione e dichiaratamente secondo logiche razionali, perché queste logiche non intaccano i convincimenti che i sentimenti hanno generato nell’individuo, anzi ne producono il rafforzamento, perché nell’interessato la razionalità viene percepita come fosse un pezzo di vetro a fronte del sentimento, che l’interessato sente di provare e che da lui viene invece percepito come un diamante.
La correzione quindi è da attuare non con uno scontro frontale, finalizzato alla soppressione del sentimento, ma con un affiancamento all’interessato che lo rassicuri sull’intenzione di non voler eseguire azioni distruttive ma semplicemente un’azione di scioglimento, di fluidificazione, di accoglienza, che riconosca al sentimento la dignità di patrimonio da salvare e che indaghi e ricerchi un suo possibile assetto o una sua possibile collocazione compatibile con le necessità vitali di tutte le persone coinvolte.

Ho conosciuto una persona, che ha vissuto il dramma dei desideri del cuore , che ne è stata travolta in modo traumatico, distruttivo della propria dignità umana, che si è piegata a constatare l’irrealizzabilità dei propri desideri. Che è stata messa al bando per anni dalle persone che le erano più vicine, trattata come una lebbrosa, evitata da tutti ed alla quale più nessuno parlava, che è stata condotta fino all’orlo del baratro della follia. Che si è rialzata da sola, aggrappandosi al suo lavoro ma senza più riuscire a sanare la ferita rimasta aperta, la ferita prodotta dalla mancanza dell’altro, del suo altro, del completamento del proprio “sé”. Che stava per precipitare nuovamente.
A questo punto è avvenuto l’incontro ed è nato un rapporto di conoscenza amicale, fondato sul rispetto reciproco. Il nostro è stato sin dall’inizio un rapporto diretto e senza equivoci. La differenza di età era tale che avrei potuto essere suo padre ed io la considerai come figlia e le diedi la disponibilità del mio aiuto. Ne ho guadagnato giorno per giorno la fiducia e finalmente lei ha cominciato a liberarsi del pesante fardello, a vomitare i fatti e l’intensità di sentimenti che aveva mantenuto repressi e nascosti perché non fossero esposti al disprezzo ed alla condanna del mondo.
L’avrei aiutata a disfare il suo bagaglio a riordinarne i contenuti ed a cercarne la collocazione.

La chiamerò Sara, che è ovviamente un nome di fantasia che ho scelto per lei, perché le auguro di non perdere mai la speranza che in un momento, anche non più giovanile, della sua vita possa verificarsi il miracolo, l’avvenimento che ha sempre atteso, il piccolo grande regalo per lei.
Sara cominciò a raccontare tutto dall’inizio. Era sposata da circa trent’anni e madre di due figli maschi. Aveva ventuno anni quando si era sposata, un matrimonio d’amore, neanche troppo contrastato. Poi erano nati i due figli e la sua vita si svolse seguendo il tracciato segnato dal loro sviluppo, dalle loro esigenze, la scuola, la palestra, il nuoto, le festicciole. Suo marito le mostrava costantemente affetto e rispetto, il loro dialogo era stato sempre sereno, confidenziale. L’estate facevano vacanze comuni, rimanendo sempre inseparabili. Insomma lei riteneva di essere fortunata, che la sua famiglia fosse splendida, una roccaforte in grado di resistere a qualsiasi prova, se mai ve ne fosse stata la necessità, necessità che peraltro lei non intravedeva da nessuna direzione.
Il senno di poi le avrebbe rivelato che in questa roccaforte si annidavano i germi della disgregazione. Con suo marito non c’era mai stato uno screzio, mai un litigio, avevano vissuto sempre d’amore e d’accordo. In realtà non avevano mai parlato! Questa era la verità amara che il senno di poi le avrebbe rivelato: non si erano mai confrontati per timore di affrontare possibili divergenze, erano rimasti praticamente due estranei che avevano instaurato tra loro un grazioso rapporto superficiale, stando bene attenti a non scalfire questa superficie. Era come camminare su un pavimento che cominciava a dare segni di instabilità, rivelando un’attività sotterranea in sommovimento.
Un sera la sua favola familiare subì una incrinatura, senza che ne fosse coscientemente consapevole. Se ne sarebbe accorta a distanza di tempo e avrebbe collocato lì l’inizio di tutti gli accadimenti che sarebbero seguiti. Erano invitati a cena a casa di amici. A tavola, di fronte a lei e suo marito, era un’altra coppia. Sembrava che tra i due ci fosse qualcosa che non andava per il verso giusto, sicché tra loro non c’era dialogo. Sara osservò l’uomo e lo trovò interessante. Ebbe l’impressione che un po’ tutta la compagnia tenesse l’uomo a distanza, e non ne comprendeva il perché. Ebbe la sensazione che l’atteggiamento dell’uomo esprimesse una richiesta d’aiuto, ma lei si ritrasse, allontanando questa sensazione, e dicendo tra sé e sé che ognuno nella vita ha i suoi problemi e deve cercare di risolverli da solo. Quando la cena fu finita e tutti erano in piedi per salutarsi, l’uomo si avvicinò e le rivolse delle parole convenevoli, accennò ai figli ed all’impegno che richiedevano, il tutto senza contenuti particolari, e lei si sorprese nel sentirsi felice di rispondergli.
Passò un anno nel quale non si sarebbero più visti, un anno nel quale la famiglia di Sara si trovò a dover affrontare circostanze esterne estremamente impegnative e logoranti. In coda a tutto questo Sara perse suo padre. Lo scossone che colpì la stabilità nella quale aveva vissuto fino ad allora cominciò a far vacillare i principi sui quali Sara aveva impostato la sua vita, cominciò a chiedersi se fosse giusto vivere dando per scontato il principio del proprio sacrificio a favore degli altri, perché tanto “dopo”, si diceva, ci sarebbe stato tempo per pensare a sé stessa. Sara cominciò a chiedersi se questo “dopo” non fosse “adesso”.
Si videro allora per la seconda volta, a casa della sorella di Sara, lui venne con la moglie, la abbracciò e le espresse le sue condoglianze e le si sedette vicino in un angolo del salotto. Sara ne osservava il profilo e la superficie della sua pelle, e avrebbe voluto sfiorarla e sentirne il profumo. Sara era tranquilla, tutti parlavano animatamente fra loro e nessuno poteva percepire quali fossero le sue sensazioni e i suoi pensieri. Al momento del commiato, Sara sperò di rivederlo presto
Poco tempo dopo ci fu un altro incontro, questa volta a casa di lui, si festeggiava il compleanno della moglie, si svilupparono delle conversazioni su argomenti di attualità o di interesse comune. Sara vide che, nel cerchio di sedie che si era formato nella sala, lui le stava di fronte ed avvertì, quando entrarono nel vivo della conversazione, che lui, pubblicamente, la stava braccando: se lei stava parlando, lui interveniva per dire che era d’accordo; se invece lei non diceva niente, lui interveniva per chiedere il suo parere. Lo ascoltava mentre parlava e provava una sensazione di completa condivisione, le sembrava come se da sempre avesse aspettato di sentire le cose che lui diceva. Lo sguardo di lui aveva intensità crescente e sembrava dilatarsi. Sara cominciò ad avvertire sensazioni nuove, che mai le erano capitate prima di allora. Sara sentì che l’aria acquistava maggiore densità, si sentì immersa in un fluido vischioso, come la tela di un ragno, qualcosa che tende ad avvilupparti per imprigionarti. Sara pensò che tutti si fossero accorti sia della caccia alla quale lui l’aveva sottoposta, sia del suo essere ormai in una situazione completamente fuori controllo. Nessuno invece mostrò di essersi accorto di qualcosa. Sara fu coinvolta in un ballo dalla padrona di casa e si lascio andare, scatenata come mai le era accaduto.

Un paio di mesi dopo Sara arrivò con suo marito a casa di sua sorella e lo incontrò nuovamente, lui e sua moglie. Era metà luglio, la serata era calda e si misero tutti in terrazzo. Sara prese subito l’iniziativa e propose di fare un giochino.
Ognuno dei partecipanti, cominciò a spiegare Sara, doveva immaginare di essere nella propria casa e che nella propria casa fosse una cantina, oppure una soffitta alla quale era possibile accedere aprendo una botola. Era un ambiente dove da anni non entrava più nessuno, dove erano abbandonate tante cose di diversa specie. Ogni componente del gruppo avrebbe dovuto scegliere tra tutti questi oggetti un regalo da fare ad ognuno degli altri, dichiarandone la motivazione. Tutti approvarono il gioco proposto e si udì una voce dire: “la strega”.
Sara voleva sapere cosa lui le avrebbe regalato e lui, quando arrivò a lei, le regalò una sfera di cristallo limpida e lucente e mentre la porgeva, lei disse : “Il vaso di Pandora”.
E con queste parole fu come se un incantesimo prendesse corpo per scatenare su tutti i partecipanti un effetto disgregatore.
Lei aveva voluto conoscere cosa lui fosse disposto a darle e lui le aveva offerto i suoi sentimenti. Questo pensiero la trasportava in un sogno meraviglioso, dove l’amore, che cominciava a provare per lui, non era conflittuale con niente e con nessuno e le sembrava che la sua gioia potesse essere condivisa. La gioia la condusse a confidare il suo sentimento, più o meno apertamente, alla moglie di lui, quasi potesse riceverne la solidarietà e l’accoglienza.
Anche lui venne scoperto dalla moglie e confessò i suoi sentimenti per Sara.
Avvenne un gran putiferio ci fu una generale mobilitazione per isolare i due, che inizialmente si riteneva fossero amanti e che poi si constatò essere semplicemente innamorati, o sedicenti tali.
Lui fece un paio di goffi tentativi per avvicinarla, ma senza successo anzi suscitando in lei il panico ed ottenendo quindi la fuga invece dell’avvicinamento.
Ci fu anche un incontro casuale, un incontro breve ma di completa intensità. Fu l’ultima volta che si videro.
“E poi? Cosa è successo dopo?” chiesi e Sara rispose “Dopo è come se fossi morta.”
Da allora non riuscì più a liberarsi del ricordo e dell’immagine di lui, che si radicarono sempre più, fino a connotarsi come un’ossessione. E l’ossessione dalla quale lei era pervasa rese i suoi rapporti familiari tesi e logoranti. Viveva con un costante senso di colpa nei riguardi del marito e dei figli ed era disposta a scontare qualsiasi punizione per questa sua infedeltà mentale, una infedeltà che riteneva peggiore che se fosse stata fisica, perché non dissimulabile ma sempre presente come una barriera nel rapporto coniugale.
Dopo un po’ marito,figli e parenti decisero che Sara era malata, che occorreva sottoporla e una psicoterapia per cercare di estirpare in ogni modo, anche con l’elettroshock , l’ossessione di cui era vittima. Concordemente negarono e suo marito le disse che la sua ossessione non poteva essere originata da sentimenti amorosi, che anzi lui sostenne che questi sentimenti non potevano esistere in una persona come lei, incapace di percepire quanto il marito ed i figli l’amassero.
Con i conoscenti e gli amici si sosteneva che la povera Sara non aveva resistito all’impatto con quell’anno gravoso nel quale erano accadute tante disgrazie e che la sua mente aveva vacillato ed aveva creato sensazioni fittizie, aveva immaginato fatti mai accaduti e che l’uomo, che lei sosteneva le avesse fatto intendere un interesse per lei, era caduto dalle nuvole, che poveretto non c’entrava assolutamente niente.
Sara si accorse che più nessuno chiedeva di lei. Nella sua casa si erano attuate misure di isolamento, non veniva più nessuno, le telefonate di marito e figli avvenivano sottovoce o cambiando apparecchio, affinché lei non sentisse. In questo periodo la sua unica àncora di salvezza fu il lavoro, nel cui ambito Sara ebbe la consapevolezza della propria normalità.
Resistette due anni a questo logoramento, poi si separò dal marito e se ne andò. Dopo due anni cessò anche la psicoterapia, perché comprese che questa avrebbe potuto certamente aiutarla a conoscere quali sistemi attivare per la propria navigazione nell’oceano dei sentimenti, ma che la volontà di navigare e quale direzione prendere avrebbe dovuto deciderla da sola.
Sara tentò nella fase iniziale di questa sua nuova vita di regolare i conti con l’ossessione che si era portata dentro con sé. Si lasciò abbordare da una persona , che in qualche modo le richiamava l’altro, l’oggetto della sua passione, Si fece umiliare da questa sua nuova conoscenza , ne scoprì i difetti, ne fu truffata e poi lo lasciò, convinta di essersi liberata anche dell’altro. E invece no, lui, l’altro, rimaneva sempre lì, era una presenza solida, come fosse una presenza fisica reale.
Negli anni seguenti imparò a convivere con questa presenza, si convinse sempre più che suo marito aveva avuto ragione a sostenere che quella sua era una storia inventata, che nessuno le aveva espresso sentimenti, doveva essere certamente così perché altrimenti lui l’avrebbe cercata e lei non sarebbe rimasta sola. Ma si disse anche, che lei di quella persona era rimasta innamorata, che non c’era motivo di negare questo, che certo non era stata ricambiata, ma non per questo il suo amore per lui era inesistente. Anzi, il fatto che lui non l’avesse amata la sollevava dal dubbio che altrimenti l’avrebbe assillata: aveva fatto tutto ciò che poteva e doveva per salvare non tanto se stessa, ma lui?
Per anni andò avanti così, il suo sentimento rimase sempre vivo, come fosse sempre il primo giorno. Constatò che questo suo sentimento le riempiva la vita e non consentiva che altri si avvicinassero, si era instaurata una straordinaria convivenza tra lei e il suo sentimento per lui, come se questo fosse diventato una persona reale. Non si sentì mai sola e non andò più per anni ad esplorare, a cercare cosa il suo amore facesse, perché tanto il suo amore non l’aveva mai amata e lei non aveva alcun motivo per cercarlo.
Ma un giorno le arrivò un messaggio inaspettato, da parte di una persona che non vedeva ormai da anni e che le chiedeva di contattarlo telefonicamente. Telefonò e rimase annichilita per la frase che lui le disse: “Il tuo amore non ti ha dimenticata.” Chiese ancora e seppe che avrebbe dovuto contattare il suo amore, uscire allo scoperto, dirgli tutto.
Di lui conosceva tutto, telefono, e-mail, indirizzo di casa e del lavoro, perché l’aveva seguito via internet, senza però mai interferire. Si sorprendeva a compiacersi se su internet compariva una notizia di una sua pubblicazione o di un suo successo professionale.
Il contatto avvenne, lei provò prima per telefono, poi per e-mail, ma non ebbe successo, lui rispose ma per dirle che non doveva mai più cercare di contattarlo né per telefono, né per e-mail, né con qualsiasi altro sistema.
Sara, dopo più di dieci anni dall’inizio del suo dramma, quando sembrava che ormai fosse riuscita a dare ordine alla propria vita, si era trovata a dovere incassare un doppio colpo: il primo che aveva improvvisamente risvegliato tutte le sue speranze sopite; il secondo che la precipitava nuovamente verso l’abisso.
Io fui il suo appiglio, la afferrai e la tirai su.
Dopo aver ascoltato tutto il suo racconto, le chiesi se riteneva di avere delle colpe, e se si, quali fossero e perché.
Mi rispose che le sue colpe erano, la prima, quella di non essersi opposta sin dall’inizio all’infatuazione, all’innamoramento, di non aver capito che quel sentimento avrebbe distrutto tutto; la seconda, di non aver più amato suo marito ed i suoi figli e di averli abbandonati; la terza, di avere distrutto la sua stessa vita.
Se così fosse stato, secondo l’etica ebraica lei avrebbe contravvenuto alla Mitzvàh n° 25 “Non seguire i desideri del cuore … “. Ma io non ritenevo che ciò fosse avvenuto. Poteva essere accusata per aver provato attrazione per quell’uomo? No, l’attrazione non è frutto diretto della nostra volontà. Si dice che ogni essere umano è alla ricerca della propria metà, dell’altro a lui uguale per completare il proprio sé. Sara non era alla ricerca di un’avventura, il suo desiderio non era quello di vivere una passione passeggera, restando però saldamente ancorata alla sua famiglia. La prova che il sentimento di Sara fosse limpido e puro fu espressa, paradossalmente, proprio dal fatto che lei da quel momento, non amò più suo marito ed i suoi figli, si accorse che suo marito non era più, o non era mai stato, la sua metà. Di questo se ne accorse quando le apparve l’altro, ma certamente era da tempo, forse da sempre, che il suo matrimonio e la sua famiglia non costituivano il completamento cui la sua anima aspirava. Lei non seguì i desideri del cuore, avrebbe voluto, ma non ne ebbe la possibilità e di questo non mi sentivo di darle colpa. Colpa di che? Ci può essere colpa per un terremoto, ci può essere colpa per uno tzunami? No, non ci può essere colpa, neanche per l’essere stati travolti da sentimenti, che non abbiamo provocato, che ci hanno colti di sorpresa, che abbiamo valutato, al loro apparire, come benèfici e che invece si sarebbero rivelati di una pericolosità mortale.
Abbiamo poi parlato dell’ultimo episodio, quello che quasi contemporaneamente ha risvegliato e subito dopo soffocato la tempesta dei suoi sentimenti, Abbiamo cercato di individuare un filo logico che lo collegasse con tutti i fatti precedenti. Le conclusioni sono state che entrambe le comunicazioni erano autentiche e ciò significava che lui le aveva fatto sapere di non averla dimenticata, che, quindi, aveva nutrito in tutti questi anni lo stesso sentimento di lei. Lui però aveva optato per la salvezza della sua famiglia, perciò aveva voluto che lei conoscesse tutta la verità su quello che era successo, ma aveva anche voluto, inequivocabilmente, esprimere che la storia apparteneva al passato ed era perciò conclusa.
Sara ha ripreso la sua vita con la routine nella quale si era già assestata, custode di un sentimento, che ora sa ricambiato, ma che è senza futuro, vedova di un legame che non c’è mai stato.
Sara non ha colpe, non ha contravvenuto a precetti, semplicemente, come le disse uno psicoterapeuta “non era stata fortunata”.
Addio Sara, il Signore sia con te e ti conceda gratificazione.
mercoledì 22 settembre 2010
vedere oltre la morte

La morte è l’evento ineluttabile che pone fine alla vita biologica di tutte le creature. Molti animali percepiscono il suo avvicinarsi e ad essa si preparano appartandosi e scegliendo il luogo dove l’incontro avverrà. Anche alcune popolazioni umane, che l’uomo proggredito definisce primitive, hanno mantenuto questa sensibilità.
L’uomo civilizzato, invece, ha perso quasi del tutto questa capacità. Egli è ormai abituato a basare le proprie opinioni e le proprie azioni esclusivamente sul suo patrimonio razionale e va sempre più perdendo le facoltà di intuizione.
Egli si ritiene proggredito perché possiede e controlla strumenti che coltivano il suo senso di onnipotenza e di superiorità. In realtà, man mano che va acquisendo, rafforzando ed ampliando le proprie conoscenze tecniche, scientifiche, e conseguentemente il proprio benessere materiale, egli va, di pari passo, inaridendosi e perdendo la sensibilità percettiva dei fenomeni che regolano il funzionamento della natura e delle interrelazioni con essa e con gli esseri viventi, in generale, e con i propri simili, in particolare. Per garantire la propria onnipotenza egli tende ad occultare quei fenomeni che sfuggono ancora alle sue possibilità di intervento e di controllo e che per questo motivo generano in lui insicurezza e paura.
La morte è un evento che l’uomo civilizzato non metabolizza correttamente, è per lui un evento che genera incertezza e paura per l’incognito che è oltre di essa.
Egli tenta di aggirare il problema, mettendo a punto sistemi per prolungare la vita. Il suo sogno è sconfiggere la morte e raggiungere l’eternità.
Eppure la morte è un evento normale, che ha la stessa frequenza dell’altro evento, che è la nascita. Sono i due eventi che segnano l’arrivo e la partenza dal nostro mondo terreno.
Quest’uomo abituato ormai a credere solamente in ciò che vede o che è dimostrato razionalmente, ha difficoltà ad accettare credenze religiose, come l’esistenza dell’anima o l’eternità.
Questa difficoltà è dovuta proprio al mancato esercizio dell’intuizione.
L’intuizione, insieme alla fisicità, al sentimento ed al raziocinio, è una delle quattro caratteristiche peculiari dell’essere umano, che lo caratterizzano in un mix, che ha vario dosaggio da individuo ad individuo. Perdere l’intuizione significa perdere la capacità di volare. Significa perdere la fisica quantistica. Significa perdere il patrimonio scientifico di Nicola Tesla. Significa non capire Dio.
E’ l’intuizione che ci fa cogliere il senso della morte e dell’anima.
Il concetto ebraico di “anima” mi sembra bene sintetizzato dal capitolo “Neshamàh” del libro di Arthur Green “These Are the Words”, che qui di seguito richiamo con l’aggiunta di alcune mie osservazioni.
Il testo inizia dicendo che neshamàh è la parola comunemente usata nella lingua ebraica per “anima”. Essa fa riferimento alla qualità essenziale dell’individuo, la sua più vera identità. In yiddish “a gute neshomeh” indica “una persona di buon cuore”, “a teyere neshomeh” è un’anima bella, una persona dalla sensibilità non comune o di eccezionale pietà.
Secondo queste definizioni l’anima è identificata con l’”indole”, la naturale inclinazione di ogni individuo ad agire ed a reagire secondo proprie peculiari modalità. Quindi questa è la definizione di “come” è un’anima e non di “cosa” è l’anima.
Il testo prosegue affermando che nella Bibbia non vi è un concetto chiaro dell’anima come qualcosa distinta dal corpo. La parola neshamàh in realtà significa “respiro”, sostantivo derivato da n-sh-m “respirare”. Viene usata per la prima volta in Genesi 2:7, quando D-o “ispirò il soffio della vita (nishmàt chayyìm) nelle narici di Adamo. Essa venne perciò ad indicare “la forza vitale” o “lo spirito che dà vita” nei diversi contesti biblici.
Siamo arrivati ad una prima definizione di anima intesa come soffio vitale, qualcosa che serve a far vivere il corpo, ma non si dice ancora se l’anima abbia o possa avere una propria identità ove prescinda dall’unione con il corpo.
Nell’epoca rabbinica, prosegue il Green, in parte sotto l’influsso ellenistico, l’ebraismo sviluppò un concetto completo di anima. La neshamàh, un dono restituito giornalmente dall’”alto”, è inviata da Dio a dimorare nel corpo, la cui origine è terrena. Una preghiera recitata quotidianamente afferma la purezza originaria di ogni anima e dichiara che un giorno Dio la riprenderà e così terminerà la vita. Ma quella stessa preghiera afferma che l’anima sarà restituita quando i morti risorgeranno alla fine dei tempi. I rabbini credono che ogni anima sia contemporaneamente unica ed eterna. Tra la morte e la resurrezione (dopo un periodo di purificazione della durata di un anno, reso necessario se si è peccato) l’anima dimora nel “Giardino dell’Eden”, dove D-o si reca ogni sera “per trarre gioia dalle anime dei giusti”.
Neshamàh si alterna, nelle prime fonti, con altri due termini che indicano l’anima: néfesh, che significa “sé”, e rùach o “spirito”. Infine néfesh, rùach e neshamàh (che talvolta nella letteratura vengono raggruppate nell’acronimo NaRaN) finirono per essere considerate come tre dimensioni o “livelli” dell’anima. Nel Medioevo quest’idea venne collegata alle varie teorie neoplatoniche o aristoteliche della tripartizione dell’anima, con néfesh a rappresentare l’anima inferiore, seguita da rùach e da neshamàh.
I qabbalisti consideravano l’anima come una reale “parte del Dio superno”; ciò che Dio soffia in Adamo è la presenza del Sé divino. Niente di ciò che gli uomini possono fare sarà in grado di sradicare questa Presenza divina dai più profondi recessi del cuore di ciascun individuo. Alcune fonti cercano di limitare il possesso della neshamàh, o anima divina, agli ebrei, ma ciò è incompatibile con la fede in un’unica universale discendenza da Adamo ed Eva e pertanto contraddice gli insegnamenti basilari dell’ebraismo (tzélem Elohìm).
Con questa visione qabbalistica, quindi, l’anima lascia la posizione di subordine strumentale rispetto al corpo che la ospita, verso cui espleta un compito che ne consente la vita, quasi fosse il carburante necessario al funzionamento di una macchina, e diviene, invece, sede dell’identità dell’individuo, la cui vita corporea viene ora a connotarsi come una frazione temporale finita di un’esistenza che in quanto “parte del Dio superno” ha il connotato dell’eternità.
“…. in questo luogo avviene una modificazione divina: il Signore sottrae dal corpo mortale l'essenza spirituale, liberando il fanciullo lieto e leggero dal suo involucro pesante. Affinchè il fanciullo non vaghi e smarrisca, egli è condotto dal Signore nel guado purificatore e giunge all'altra sponda.”
Tutto questo è il frutto di credenze religiose, formatesi nei secoli, frutto di meditazioni ed esperienze di molte generazioni di nostri antenati, dotate di un livello intellettivo notevole e molto spesso superiore al nostro, per una questione, direi, di dimestichezza all’esercizio delle proprie facoltà. La dimensione intellettuale dei nostri progenitori non deve assolutamente valutarsi in proporzione agli sviluppi del progresso tecnologico o scientifico. La ricchezza del patrimonio intellettivo degli antenati più remoti è più facilmente percepibile dai componimenti poetici, che esprimono sentimenti immediatamente percepibili e che ci fanno sentire i loro autori così simili e vicini a noi.
Per potere rispondere alla domanda “cosa c’è dopo la morte?” dovremo usare, non il procedimento della dimostrazione, perché siamo al di fuori dell’ambito sperimentale dei fatti sensibili, bensì quello della verifica, che partendo dall’assunzione per vero degli asserti religiosi, ricerchi indizi sperimentali che risultino ad essi coerenti.
Ma questo fanciullo, chiede l’uomo razionale, esiste veramente? Quali prove abbiamo dell’esistenza dell’anima? Cosa c’è dopo la morte?
L’uomo razionale è scettico riguardo alla possibilità che possa esistere ancora qualcosa quando il cuore del nostro corpo ha cessato di pulsare.
Egli, si badi bene, non è agnostico per partito preso, anzi è sensibile a queste problematiche ultraterrene. E’ una persona di cultura medio-alta alla quale piace discutere di questi argomenti durante le pause delle sue usuali attività quotidiane. Ritiene però di dimostrare la prorpia saggezza con il mantenere sempre un atteggiamento di razionalità scientifica. Per lui è vero solo ciò che può essere scientificamente dimostrato o sperimentalmente verificato.
Ho vissuto personalmente l’esperienza di pre–morte, N.D.E. (Near Death Experience), sigla coniata dallo psichiata Raymond A. Moody.
Lo psichiatra, a seguito di una ricerca effettuata su alcune centinaia di persone dichiarate "clinicamente" morte per brevi periodi (ore o minuti) e ritornate alla vita, ha accertato, grazie ai loro racconti, una sequenza di fasi, analoghe pressoché in tutti i pazienti, che venivano riferite in modo associato o parzialmente o totalmente:
• la separazione dal proprio corpo;
• la capacità di guardarlo dall’esterno, dall’alto (autofania, visione del proprio doppio)
• la sensazione di pace e benessere più assoluti;
• il tunnel, o passaggio;
• l’incontro con esseri sconosciuti, a volte persone care;
• la visione di un "Essere di luce";
• l’esame di tutta la propria vita con particolare riguardo agli aspetti negativi
• la difficoltà a proseguire nel viaggio;
• il desiderio di rimanere;
• il ritorno alla vita con la volontà di approfondire la propria conoscenza e fratellanza
I racconti più sorprendenti, scientificamente parlando, riguardavano i riferimenti al soccorso medico cui, loro stessi, avevano assistito mentre si trovavano "fuori dal proprio corpo" pur essendo questo, adagiato in un letto d’ospedale.

Nel mio caso l’esperienza avvenne in occasione di un intervento chirurgico, cui fui sottoposto in anestesia totale all’età di ventuno anni. Durante l’intervento qualcosa non andò secondo le previsioni e sentii le voci di chirurgo ed anestesista dialogare in modo serrato e con tono di seria tensione. La palpebra mi venne sollevata più volte in questa fase concitata.
D’un tratto mi ritrovai fuori dal mio corpo, all’altezza del soffitto della stanza, e da lì osservavo, con un certo interesse, me stesso e cosa mi stessero facendo, con uno stato d’animo non di preoccupazione ma di semplice curiosità. Mi accorsi di non avere peso e percepivo che la mia individualità aveva una dimensione inferiore a quella del corpo che avevo abbandonato ed una forma diversa , come fosse una testa con qualcosa dietro. Mi sentivo straordinariamente felice, come mai ero stato, e cominciai a guardarmi intorno e vidi un’apertura in una parete della stanza , forse il sopraluce dischiuso di una porta, e decisi di andarmene perché quello che avveniva nella stanza ormai mi annoiava ed io provavo un grande desiderio di esplorare il luogo dove mi trovavo. Avevo appena iniziato il mio percorso di uscita quando sentii turbinare un violento risucchio, come un gorgo di un lavandino cui si sia tolto il tappo. Quasi istantaneamente mi ritrovai, con un certo disappunto, nuovamente all’interno del mio corpo. La mia esperienza era terminata quindi alla quarta fase delle dieci elencate dal Dott. Moody. Appena mi fu possibile chiesi al mio chirurgo se c’era stato qualche imprevisto durante l’intervento, accennando genericamente ad una sensazione che avevo avvertito, ma la risposta fu negativa.
Sono consapevole che la mia esperienza non costituisce una prova che quanto ho avvertito sia realmente accaduto e sono anche consapevole che un critico razionalista potrebbe imputare le mie sensazioni all’effetto delle sostanze anestetiche.
Ma io stesso ho affermato che in questo settore border-line non possono esserci prove ma indizi e nel mio caso gli indizi sono perfettamente allineati con le affermazioni della religione in cui credo ed inoltre l’esperienza vissuta mi ha fatto percepire la morte come evento di gioia e non di dolore.
Iscriviti a:
Post (Atom)