(Num.30,2-32,42)
Mosè parlò ai capi delle tribù per comunicare loro il comando del Signore secondo cui ciascuna persona del popolo d’Israele avrebbe dovuto rispettare voti e giuramenti fatti, impegnandosi per l’attuazione di quanto pronunciato dalle proprie labbra, e consentendo così di non profanare la parola data. E’ da tener presente che questo precetto non costituisce un precetto positivo, espresso cioè dal dover fare quello che si è promesso, è bensì un precetto negativo, quello cioè di “non profanare la parola” data al Signore. La parola ha nell’ebraismo un valore sacrale, perché è con la parola che il Signore ha creato il mondo e con la parola ha comunicato a Mosè ed è la parola che éleva l’uomo al di sopra degli animali. Ma i Saggi, che si posero il problema se un voto o un giuramento potessero mai essere sciolti, arrivarono ad interpretare la frase “non profanare la parola” come abbreviazione di un’espressione più estesa: “Tu non profanare la parola, ma gli altri possono profanala per te”.
Su questa interpretazione si fonda, come spiega Maimonide nel suo Sefer haMitzvòt, il precetto positivo dell’annullamento dei voti, che può essere pronunciato, dopo discussione e valutazione della richiesta, da parte del Tribunale. Il Tribunale, evidentemente, procede allo scioglimento qualora ravvisi che l’espressione del voto non sia stata in linea con gli insegnamenti della Torà. Per questa stessa interpretazione si comprende quanto viene detto nella parashà a proposito di voti e giuramenti fatti dalle donne.
Il capitolo 30 prosegue, infatti, trattando in maniera estesa, dal versetto 4 fino al conclusivo versetto 17, dei voti fatti dalle donne e degli effetti sulla loro validità dei divieti espressi dal padre o dal marito. La regola assegnava al padre o al marito la potestà di vietare un voto o un giuramento fatto dalla donna, ma egli poteva esercitare questa potestà una volta sola e nel momento in cui veniva a conoscenza del voto o del giuramento. Ma se l’uomo, nel venire a conoscenza del voto o del giuramento della donna, aveva taciuto, egli perdeva per sempre la prerogativa di poter esprimere il proprio divieto riguardo al quel voto.
L’esercizio di questa potestà al giorno d’oggi la ritroviamo solamente nella figura del padre verso i figli minori, e consiste nell’esercizio della cosiddetta “patria potestà”, mentre per quello che riguarda il marito direi che i tempi sono sostanzialmente cambiati, almeno in tutto il nostro mondo occidentale. I voti della donna per i quali il marito poteva trovarsi a voler esprimere il divieto erano evidentemente quelli che riteneva andassero a ledere i suoi interessi, diritti, o prerogative. Qui si tratta di voti che non sono evidentemente solo quelli, ad esempio, di non voler cucinare il pollo per un certo periodo di tempo, ma può trattarsi di un voto di castità, che andava a colpire quello che l’uomo riteneva un suo diritto e ne intaccava la dignità. Il trovarsi davanti a voti femminili di questo tipo sono ipotesi non lontane dalla realtà, quando si ricordi, ad esempio, che il voto di “nazireato” poteva essere pronunciato sia da parte di uomini, sia da parte di donne.
Il capitolo 31 si apre con l’assegnazione, da parte del Signore, dell’ultimo compito a Mosè: “Vendica i figli d’Israele sui Midianiti, dopo verrai raccolto al tuo popolo”. Vennero avanti, allora, mille uomini armati per ogni tribù, con loro era Pinchas, sacerdote figlio di El’azar, ed egli aveva in mano gli oggetti sacri e le trombe per impartire gli ordini. In esito all’attacco rimasero uccisi i cinque re di Midian ed anche il mago Bil’am, che si era rifugiato presso di loro. Tutti i midianiti furono distrutti e furono bruciate le loro città e le loro fortezze. Le donne, i bambini, insieme al bestiame furono catturati e portati davanti a Mosè, El’azar ed il popolo tutto nella pianura di Moab.
Mosè si adirò: “Avete lasciato in vita tutte le femmine? Erano ben esse che, per consiglio di Bil’am, sedussero i figli d’Israele a diventare infedeli al Signore nell’affare di Pe’or per cui scoppiò la mortalità nella congrega del Signore. Ed ora uccidete ogni maschio tra i bambini, e ogni donna atta a coabitazione con uomo uccidetela. Ogni bimba tra le femmine che non conobbero coabitazione con maschi, tenete in vita per voi. E voi accampate fuori dall’accampamento per sette giorni. Ognuno che abbia ucciso una persona o toccato un caduto, fatevi aspergere il terzo ed il settimo giorno, voi ed i vostri prigionieri. Ogni abito, ogni oggetto fatto di pelle, ogni oggetto fatto di pelo di capra e ogni oggetto di legno farete aspergere”. El’azar aggiunse quindi le istruzioni per la purificazione degli oggetti di metallo, che avrebbero dovuto essere aspersi con l’acqua della purificazione e poi essere passati per il fuoco.
Il Signore diede quindi a Mosè le istruzioni per la divisione del bottino e per l’individuazione del tributo. Il bottino, ivi compresi i prigionieri, sarebbe stato diviso in due parti uguali, da assegnarsi una ai combattenti, l’altra al popolo tutto.
Dalla parte assegnata ai combattenti avrebbe dovuto prelevarsi il tributo destinato al Signore, nella misura di uno su cinquecento, sia per le persone, sia per il bestiame grosso, sia per gli asini, sia per il bestiame minuto. Questo tributo avrebbe dovuto essere consegnato ad El’azar. Il tributo da prelevare dalla parte di bottino assegnata al popolo era invece fissato nella misura di uno su cinquanta di tutto il bestiame e doveva essere dato ai Leviti, che avevano la cura del Tabernacolo del Signore.
I comandanti ed i capi dell’esercito si recarono quindi da Mosè per portare gli oggetti e monili d’oro che ognuno di loro aveva preso come preda nel conflitto con i midianiti ed espressero che intendevano offrire tali oggetti al Signore in sacrificio di espiazione.
Al capitolo 32 si narra delle tribù di Gad e di Ruben che avevano molto bestiame e che, giunti ormai prossimi al Giordano, giudicarono quelle terre adatte per loro e pertanto chiesero a Mosè: “Se abbiamo trovato grazia ai tuoi occhi, sia dato questo paese qual retaggio ai tuoi servi. Non farci oltrepassare il Giordano”. E Mosè così rispose: “Devono i vostri fratelli entrare in guerra e voi rimanere qui? Perché volete suscitare l’opposizione dei figli d’Israele al passare nel paese che il Signore ha dato loro?” Mosè inoltre rammentò l’ira del Signore, che aveva colpito il popolo con quarant’anni di peregrinazione nel deserto e l’esclusione dell’intera generazione uscita dall’Egitto dalla terra promessa, tutto ciò per non avere amato questa terra dopo la prima esplorazione.
Ma Ruben e Gad chiarirono che essi avrebbero preso sì le terre ad est del Giordano, ma che avrebbero anche partecipato, come tutte le altre tribù, alla conquista della terra promessa. Dopo questo accordo Mosè diede ai figli di Gad, a quelli di Ruben e alla metà della tribù di Manasse, figlio di Giuseppe, il regno di Sichon, re degli Emorei, e il regno di ‘Og, re di Bascian, il paese diviso in città con i confini tutt’attorno.
Teniamo a mente questa distinzione: le terre dal Giordano al mare sono assegnate dal Signore; le terre ad est del Giordano sono assegnate da Mosè.
Haftarà di Mattot
(secondo i riti spagnolo e tedesco)
“E la parola del Signore si volse a me dicendo: Che cosa vedi tu, Geremia? Ed io risposi: Io vedo un bastone di mandorlo. (Il mandorlo è simbolo di rapidità perché fiorisce presto). Ed il Signore mi disse: Hai visto bene: infatti Io sto per affrettarmi ad eseguire quel che ho detto.
E la parola del Signore si rivolse a me una seconda volta, dicendo: Che cosa vedi tu? Ed io risposi:
Vedo una caldaia bollente, la cui parte anteriore è dal lato di settentrione. E il Signore mi disse: Da settentrione avrà inizio il male, che si abbatterà su tutti gli abitanti del paese.”
(Geremia,1,1-2,3)
Se sarai il vero ed unico padrone dei tuoi pensieri, delle tue parole, delle tue azioni, allora potrai operare secondo giustizia.
domenica 15 luglio 2012
domenica 8 luglio 2012
Pinchas
(Num:25,10-30,1)
Pinchas con un atto violento e risoluto uccise Zimrì, della tribù di Simeone, e la sua amante midianita. L’impatto di questo gesto fu talmente forte che venne a ristabilirsi la fedeltà del popolo al patto di alleanza con il Signore. L’ira del Signore, come abbiamo visto anche alla fine della precedente parashà, si placò e cessò la pestilenza inviata per punire il popolo d’Israele. Pinchas, sacerdote figlio di El’azar figlio di Aron, per lo zelo dimostrato in questa circostanza ricevette dal Signore, per sé e per i suoi discendenti, la linea di supremo sacerdozio.
Pinchas è una figura severa, che con il suo gesto interrompe una prassi alla quale eravamo in un certo qual modo abituati. Durante il lungo viaggio verso la terra promessa molte furono le sommosse e le ribellioni del popolo d’Israele alle disposizioni impartite dal Signore. Ogni volta la punizione venne inflitta direttamente dal Signore ed ogni volta Mosè ebbe ad intercedere perché il popolo non fosse annientato e gli venisse concessa ancora una possibilità. Anche questa volta il popolo si disunì e numerosi furono gli atti di fornicazione dei figli d’Israele con donne moabite e midianite, molti si allontanarono dal culto del Signore per adorare il Baal Peor. Il Signore inviò una pestilenza che mietette ventiquattromila vittime e si placò questa volta, non per l’intercessione di Mosè, ma per l’azione con la quale Pinchas, sacerdote di severi costumi, pose fine allo scandalo uccidendo la coppia di amanti.
L’atto di Pinchas può apparire a noi, persone che apparteniamo ad una società decadente, avvezza ad unioni, che rapidamente si formano ed ancora più rapidamente si disfano, eccessivo, sproporzionato, addirittura condannabile. Potremmo addirittura pensare che male avessero mai commesso i due amanti, che si presume fossero giovani e di bell’aspetto, se non quello di seguire la voce del cuore, che è quello che l’etica corrente ritiene si debba fare in barba a qualsiasi costrizione e imposizione. La risposta che ha valore per il popolo d’Israele ed in base alla quale Pinchas ha agito la troviamo nella terza parte dello “Shemà”:
“E parlò il Signore a Mosè dicendo: parla ai figli d’Israele, e dirai loro di fare, per loro e per tutte le loro generazioni Tzitzìt sulle ali estreme dei loro vestiti, e porranno sulla Tzitzìt all’estremità un filo azzurro. E sarà per voi come Tzitzìt, e guardando ricorderete tutte le mitzvòt del Signore, e le osserverete. E non vi perderete dietro il vostro cuore e dietro i vostri occhi, poiché vi prostituireste seguendoli. Affinché ricordiate ed osserviate tutte le mie mitzvòt e vi distinguiate per il vostro Signore. Io sono il vostro Signore, che vi ha tratti dalla terra d’Egitto per essere il vostro Signore. Io sono il vostro Signore.”
(Num.15,37-41)
L’amore per il Signore e l’osservanza delle mitzvòt guidano quindi la vita dell’ebreo, dalla quale deve essere rimosso ogni altro interesse collidente ed in particolare il frutto delle passioni del cuore. Ciò detto appare chiaro che l’atto compiuto da Pinchas fu una punizione impartita per una grave infrazione della Legge. Potrebbe ancora essere incolpato Pinchas di eccesso di zelo, nel senso che si sarebbe arrogato il diritto di infliggere la punizione, prerogativa questa solitamente esercitata dal Signore, direttamente o per Sua disposizione. Ma per questo aspetto il Signore non manifestò doglianza, anzi vi fu apprezzamento, tant’è che Pinchas e la sua discendenza ricevettero eterna gratificazione per l’atto da lui compiuto.
Il capitolo 26 tratta del censimento di tutti i maschi di età da vent’anni in su, idonei per il servizio militare. Questo censimento riguarda solamente le nuove generazioni, giacché, come già sappiamo, nessuno di coloro che uscirono dall’Egitto, Mosè compreso, potrà entrare nella terra promessa. Il censimento ha lo scopo di definire la consistenza numerica di ciascuna delle dodici tribù, consistenza in base alla quale verrà stabilità l’entità delle terre da assegnare. Il censimento, oltre che numerico, è anche, a ben vedere, un censimento onomastico e molti dei nomi citati in questo capitolo trovano corrispondenza nell’onomastica ebraica contemporanea.
Al capitolo 27 è l’episodio delle cinque figlie di Tselofchad: Machlà, No’à, Choglà, Milchà, Tirtsà. Si ritiene che Tselofchad fosse il vecchio ebreo che fu colto a raccogliere legna di sabato e quindi messo a morte. Le ragazze presentatesi a Mosè fecero presente che, poiché nella loro famiglia non c’erano più componenti maschi, questa non sarebbe risultata nel censimento e loro non avrebbero avuto nessun terreno al momento dell’assegnazione. La richiesta delle ragazze fu accolta dal Signore con la disposizione che:
“Quando un uomo muore e non ha figlio, voi passerete il suo retaggio alla sua figlia. E se non ha figlia, darete la sua eredità ai suoi fratelli. Se no ha fratelli, passerete l’eredità ai fratelli del padre. E se il padre non aveva fratelli, darete la sua eredità al parente carnale più prossimo della sua famiglia, e questi la possederà.”
Dopo di ciò il Signore disse a Mosè:
“Sali su questo monte ‘Avarim e guarda la terra ch’Io ho dato ai figli d’Israele. E dopo averla veduta verrai raccolto alla tua gente anche tu, come è stato raccolto Aron tuo fratello. Poiché vi siete opposti al mio comando presso le acque della ribellione di Cadesh, nel deserto di Tsin, quando l’assemblea si ribellò, anziché santificarmi con l’acqua ai loro occhi. Questa è l’acqua di ribellione di Cadesh, nel deserto di Tsin.”
Mosè, che tante volte intercedette presso il Signore per placarne l’ira contro il Suo popolo, in questa occasione non chiese indulgenza per sé e dev’essere stata veramente dura per lui arrivare a vedere dall’alto la terra promessa e sapere di non potervi entrare. Mosè non chiese per sé perché era consapevole della gloria che gli apparteneva per il ruolo rivestito di conduttore del suo popolo per tutto quel viaggio, durante il quale il popolo assunse la consapevolezza della propria identità, abbandonando la terra di schiavitù per ricevere la legge del Signore e superare gli ostacoli ed i contrasti frapposti al raggiungimento della meta. Mosè non chiese per sé ma, ancora una volta, chiese per il popolo, chiese che venisse designata la sua nuova guida:
“Destini il Signore, Dio degli spiriti di ogni vivente, un uomo della congrega, il quale esca davanti a loro ed entri davanti a loro, li faccia uscire ed entrare affinché la congrega del Signore non sia come un gregge che non ha pastore.”
Il Signore designò Giosuè e impartì le istruzioni per la sua presentazione e consacrazione. A Giosuè, uomo giovane e forte, animato da spirito battagliero e risoluto sarebbe spettato il compito della conquista della terra promessa.
A questo punto, siamo al capitolo 28, il Signore parlò a Mosè per istruirlo sui sacrifici da presentare al Tempio quotidianamente, su quelli da presentare il Sabato ed in tutte le altre feste dell’anno ebraico. Prosegue la descrizione dei sacrifici anche al capitolo 29, in un crescendo di vittime immolate, la cui consistenza raggiunge negli otto giorni di Succòt quella di un vero e proprio esercito fra tori, montoni ed agnelli.Tutti questi sacrifici di animali ci indurrebbero a connotarli come una manifestazione di barbarie, in quanto difficilmente giustificabili ai nostri occhi, anche per la loro entità, se visti esclusivamente come offerte alla Divinità. Dobbiamo però ricordarci che queste offerte avevano anche la funzione di provvedere al sostentamento dei Sacerdoti e dei Leviti addetti al funzionamento del Santuario, quindi di un elevato numero di persone e che a tale numero le offerte erano di fatto commisurate.
Haftarà di Pinchas
(I Re:18,46-19,21)
Narra l’Haftarà dello zelo verso il Signore dimostrato dal profeta Elia, per avere egli ucciso con la spada tutti i profeti del dio Ba’al, così come Pinchas aveva ucciso i due amanti e con lo stesso intendimento di riguadagnare al culto del Signore il popolo d’Israele. Ma il profeta Elia fu costretto a fuggire perché il re d’Israele Achav, che aveva incoraggiato i culti idolatri, ne aveva decretato la condanna a morte. Andò Elia nel deserto e camminò un’intera giornata ed a sera si coricò ai piedi di una ginestra e qui si addormentò. Gli apparve in sogno un inviato del Signore che gli disse:
“Alzati e mangia, perché dovrai percorrere un lungo cammino.”
Egli si alzò, mangiò e bevve e con la forza datagli da ciò che aveva mangiato camminò per quaranta giorni e quaranta notti, finché giunse al Chorev, il monte di D-o, ed entrò nella grotta. Qui il Signore gli chiese:
“Che cosa fai tu qui, Elia?”
Ed egli rispose:
“Sono stato zelante per il Signore D-o Tsevaoth: i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, abbattuto i tuoi altari, ucciso con la spada i tuoi profeti, sicché ne sono rimasto io solo, ed hanno cercato di togliermi la vita.”
Segue a questo punto un passo di potenza meravigliosa che riesce a farci intravedere la visione della presenza del Signore. Ad Elia D-o disse:
“Esci, fermati sul monte davanti al Signore;
ecco il Signore passa
e davanti a Lui soffia un vento grande e forte
che sconquassa i monti e spezza le rupi,
ma non nel vento è il Signore;
dopo il vento verrà un terremoto,
ma non nel terremoto è il Signore.
Dopo il terremoto un fuoco,
ma non nel fuoco è il Signore,
e dopo il fuoco una voce sottile, quasi silenzio.”
Ecco dunque che la presenza del Signore si manifesta con “una voce sottile, quasi silenzio”, “kol demamàh dakah”. Perché con un quasi silenzio e non con il fragore impetuoso del vento, perché non con lo scuotimento incontrollabile del terremoto, perché non con il crepitio delle fiamme? La risposta è perché il Signore parla ad un uomo, come se fosse una voce da dentro, un sussurro.
Elia si alzò e, avvoltosi nel mantello, uscì dalla grotta, fermandosi al suo ingresso. Ed ecco una voce gli disse:
“Torna a camminare per la via verso il deserto di Damasco, e va’ ad ungere Chazael quale re di Aram, e Jehù figlio di Nimscì quale re di Israele e Eliseo figlio di Sciafat di Avel Mecholà quale profeta tuo successore. E chi si salverà dalla spada di Chazael lo farà morire Jehù, e chi si salverà dalla spada di Jehù lo farà morire Eliseo. Ed Io lascerò in vita in Israele settemila parsone, coloro le ginocchia dei quali non si sono piegate al Ba’al e la bocca dei quali non lo ha baciato.”
Una punizione terribile per poter purificare Israele, una strage come fu quella dei ventiquattromila al tempo di Pinchas.
Pinchas con un atto violento e risoluto uccise Zimrì, della tribù di Simeone, e la sua amante midianita. L’impatto di questo gesto fu talmente forte che venne a ristabilirsi la fedeltà del popolo al patto di alleanza con il Signore. L’ira del Signore, come abbiamo visto anche alla fine della precedente parashà, si placò e cessò la pestilenza inviata per punire il popolo d’Israele. Pinchas, sacerdote figlio di El’azar figlio di Aron, per lo zelo dimostrato in questa circostanza ricevette dal Signore, per sé e per i suoi discendenti, la linea di supremo sacerdozio.
Pinchas è una figura severa, che con il suo gesto interrompe una prassi alla quale eravamo in un certo qual modo abituati. Durante il lungo viaggio verso la terra promessa molte furono le sommosse e le ribellioni del popolo d’Israele alle disposizioni impartite dal Signore. Ogni volta la punizione venne inflitta direttamente dal Signore ed ogni volta Mosè ebbe ad intercedere perché il popolo non fosse annientato e gli venisse concessa ancora una possibilità. Anche questa volta il popolo si disunì e numerosi furono gli atti di fornicazione dei figli d’Israele con donne moabite e midianite, molti si allontanarono dal culto del Signore per adorare il Baal Peor. Il Signore inviò una pestilenza che mietette ventiquattromila vittime e si placò questa volta, non per l’intercessione di Mosè, ma per l’azione con la quale Pinchas, sacerdote di severi costumi, pose fine allo scandalo uccidendo la coppia di amanti.
L’atto di Pinchas può apparire a noi, persone che apparteniamo ad una società decadente, avvezza ad unioni, che rapidamente si formano ed ancora più rapidamente si disfano, eccessivo, sproporzionato, addirittura condannabile. Potremmo addirittura pensare che male avessero mai commesso i due amanti, che si presume fossero giovani e di bell’aspetto, se non quello di seguire la voce del cuore, che è quello che l’etica corrente ritiene si debba fare in barba a qualsiasi costrizione e imposizione. La risposta che ha valore per il popolo d’Israele ed in base alla quale Pinchas ha agito la troviamo nella terza parte dello “Shemà”:
“E parlò il Signore a Mosè dicendo: parla ai figli d’Israele, e dirai loro di fare, per loro e per tutte le loro generazioni Tzitzìt sulle ali estreme dei loro vestiti, e porranno sulla Tzitzìt all’estremità un filo azzurro. E sarà per voi come Tzitzìt, e guardando ricorderete tutte le mitzvòt del Signore, e le osserverete. E non vi perderete dietro il vostro cuore e dietro i vostri occhi, poiché vi prostituireste seguendoli. Affinché ricordiate ed osserviate tutte le mie mitzvòt e vi distinguiate per il vostro Signore. Io sono il vostro Signore, che vi ha tratti dalla terra d’Egitto per essere il vostro Signore. Io sono il vostro Signore.”
(Num.15,37-41)
L’amore per il Signore e l’osservanza delle mitzvòt guidano quindi la vita dell’ebreo, dalla quale deve essere rimosso ogni altro interesse collidente ed in particolare il frutto delle passioni del cuore. Ciò detto appare chiaro che l’atto compiuto da Pinchas fu una punizione impartita per una grave infrazione della Legge. Potrebbe ancora essere incolpato Pinchas di eccesso di zelo, nel senso che si sarebbe arrogato il diritto di infliggere la punizione, prerogativa questa solitamente esercitata dal Signore, direttamente o per Sua disposizione. Ma per questo aspetto il Signore non manifestò doglianza, anzi vi fu apprezzamento, tant’è che Pinchas e la sua discendenza ricevettero eterna gratificazione per l’atto da lui compiuto.
Il capitolo 26 tratta del censimento di tutti i maschi di età da vent’anni in su, idonei per il servizio militare. Questo censimento riguarda solamente le nuove generazioni, giacché, come già sappiamo, nessuno di coloro che uscirono dall’Egitto, Mosè compreso, potrà entrare nella terra promessa. Il censimento ha lo scopo di definire la consistenza numerica di ciascuna delle dodici tribù, consistenza in base alla quale verrà stabilità l’entità delle terre da assegnare. Il censimento, oltre che numerico, è anche, a ben vedere, un censimento onomastico e molti dei nomi citati in questo capitolo trovano corrispondenza nell’onomastica ebraica contemporanea.
Al capitolo 27 è l’episodio delle cinque figlie di Tselofchad: Machlà, No’à, Choglà, Milchà, Tirtsà. Si ritiene che Tselofchad fosse il vecchio ebreo che fu colto a raccogliere legna di sabato e quindi messo a morte. Le ragazze presentatesi a Mosè fecero presente che, poiché nella loro famiglia non c’erano più componenti maschi, questa non sarebbe risultata nel censimento e loro non avrebbero avuto nessun terreno al momento dell’assegnazione. La richiesta delle ragazze fu accolta dal Signore con la disposizione che:
“Quando un uomo muore e non ha figlio, voi passerete il suo retaggio alla sua figlia. E se non ha figlia, darete la sua eredità ai suoi fratelli. Se no ha fratelli, passerete l’eredità ai fratelli del padre. E se il padre non aveva fratelli, darete la sua eredità al parente carnale più prossimo della sua famiglia, e questi la possederà.”
Dopo di ciò il Signore disse a Mosè:
“Sali su questo monte ‘Avarim e guarda la terra ch’Io ho dato ai figli d’Israele. E dopo averla veduta verrai raccolto alla tua gente anche tu, come è stato raccolto Aron tuo fratello. Poiché vi siete opposti al mio comando presso le acque della ribellione di Cadesh, nel deserto di Tsin, quando l’assemblea si ribellò, anziché santificarmi con l’acqua ai loro occhi. Questa è l’acqua di ribellione di Cadesh, nel deserto di Tsin.”
Mosè, che tante volte intercedette presso il Signore per placarne l’ira contro il Suo popolo, in questa occasione non chiese indulgenza per sé e dev’essere stata veramente dura per lui arrivare a vedere dall’alto la terra promessa e sapere di non potervi entrare. Mosè non chiese per sé perché era consapevole della gloria che gli apparteneva per il ruolo rivestito di conduttore del suo popolo per tutto quel viaggio, durante il quale il popolo assunse la consapevolezza della propria identità, abbandonando la terra di schiavitù per ricevere la legge del Signore e superare gli ostacoli ed i contrasti frapposti al raggiungimento della meta. Mosè non chiese per sé ma, ancora una volta, chiese per il popolo, chiese che venisse designata la sua nuova guida:
“Destini il Signore, Dio degli spiriti di ogni vivente, un uomo della congrega, il quale esca davanti a loro ed entri davanti a loro, li faccia uscire ed entrare affinché la congrega del Signore non sia come un gregge che non ha pastore.”
Il Signore designò Giosuè e impartì le istruzioni per la sua presentazione e consacrazione. A Giosuè, uomo giovane e forte, animato da spirito battagliero e risoluto sarebbe spettato il compito della conquista della terra promessa.
A questo punto, siamo al capitolo 28, il Signore parlò a Mosè per istruirlo sui sacrifici da presentare al Tempio quotidianamente, su quelli da presentare il Sabato ed in tutte le altre feste dell’anno ebraico. Prosegue la descrizione dei sacrifici anche al capitolo 29, in un crescendo di vittime immolate, la cui consistenza raggiunge negli otto giorni di Succòt quella di un vero e proprio esercito fra tori, montoni ed agnelli.Tutti questi sacrifici di animali ci indurrebbero a connotarli come una manifestazione di barbarie, in quanto difficilmente giustificabili ai nostri occhi, anche per la loro entità, se visti esclusivamente come offerte alla Divinità. Dobbiamo però ricordarci che queste offerte avevano anche la funzione di provvedere al sostentamento dei Sacerdoti e dei Leviti addetti al funzionamento del Santuario, quindi di un elevato numero di persone e che a tale numero le offerte erano di fatto commisurate.
Haftarà di Pinchas
(I Re:18,46-19,21)
Narra l’Haftarà dello zelo verso il Signore dimostrato dal profeta Elia, per avere egli ucciso con la spada tutti i profeti del dio Ba’al, così come Pinchas aveva ucciso i due amanti e con lo stesso intendimento di riguadagnare al culto del Signore il popolo d’Israele. Ma il profeta Elia fu costretto a fuggire perché il re d’Israele Achav, che aveva incoraggiato i culti idolatri, ne aveva decretato la condanna a morte. Andò Elia nel deserto e camminò un’intera giornata ed a sera si coricò ai piedi di una ginestra e qui si addormentò. Gli apparve in sogno un inviato del Signore che gli disse:
“Alzati e mangia, perché dovrai percorrere un lungo cammino.”
Egli si alzò, mangiò e bevve e con la forza datagli da ciò che aveva mangiato camminò per quaranta giorni e quaranta notti, finché giunse al Chorev, il monte di D-o, ed entrò nella grotta. Qui il Signore gli chiese:
“Che cosa fai tu qui, Elia?”
Ed egli rispose:
“Sono stato zelante per il Signore D-o Tsevaoth: i figli d’Israele hanno abbandonato il tuo patto, abbattuto i tuoi altari, ucciso con la spada i tuoi profeti, sicché ne sono rimasto io solo, ed hanno cercato di togliermi la vita.”
Segue a questo punto un passo di potenza meravigliosa che riesce a farci intravedere la visione della presenza del Signore. Ad Elia D-o disse:
“Esci, fermati sul monte davanti al Signore;
ecco il Signore passa
e davanti a Lui soffia un vento grande e forte
che sconquassa i monti e spezza le rupi,
ma non nel vento è il Signore;
dopo il vento verrà un terremoto,
ma non nel terremoto è il Signore.
Dopo il terremoto un fuoco,
ma non nel fuoco è il Signore,
e dopo il fuoco una voce sottile, quasi silenzio.”
Ecco dunque che la presenza del Signore si manifesta con “una voce sottile, quasi silenzio”, “kol demamàh dakah”. Perché con un quasi silenzio e non con il fragore impetuoso del vento, perché non con lo scuotimento incontrollabile del terremoto, perché non con il crepitio delle fiamme? La risposta è perché il Signore parla ad un uomo, come se fosse una voce da dentro, un sussurro.
Elia si alzò e, avvoltosi nel mantello, uscì dalla grotta, fermandosi al suo ingresso. Ed ecco una voce gli disse:
“Torna a camminare per la via verso il deserto di Damasco, e va’ ad ungere Chazael quale re di Aram, e Jehù figlio di Nimscì quale re di Israele e Eliseo figlio di Sciafat di Avel Mecholà quale profeta tuo successore. E chi si salverà dalla spada di Chazael lo farà morire Jehù, e chi si salverà dalla spada di Jehù lo farà morire Eliseo. Ed Io lascerò in vita in Israele settemila parsone, coloro le ginocchia dei quali non si sono piegate al Ba’al e la bocca dei quali non lo ha baciato.”
Una punizione terribile per poter purificare Israele, una strage come fu quella dei ventiquattromila al tempo di Pinchas.
domenica 1 luglio 2012
Balak
(Num.22,2-25,9)
Il popolo d’Israele, nella sua marcia verso la terra promessa, era giunto ormai a ridosso del regno di Moab.
Balak, re di Moab, che aveva seguito le tappe di questa marcia di avvicinamento, era al corrente delle pesanti sconfitte inflitte da Israele agli altri re della regione, che avevano inutilmente tentato di ostacolarlo. Ora che vedeva Israele ai confini del suo regno Balak era molto preoccupato e disse agli anziani di Midian, suo alleato:
“Ora questa moltitudine divorerà tutti i nostri dintorni, come il bue divora l’erba del campo.”
Balak era consapevole che le proprie forze erano insufficienti per affrontare e battere un popolo così numeroso ed organizzato e ritenne quindi che fosse necessario ricorrere ad un aiuto soprannaturale. Egli inviò un’ambasceria a Bil’am, che viveva in Mesopotamia ed era noto in tutta la regione per la sua capacità di esercitare poteri di profeta e di mago. Così Balak mandò a dire a Bil’am:
“Ecco un popolo uscito dall’Egitto, ricopre la superficie del paese. Esso mi sta di fronte. Ora vieni, maledici per me questo popolo, poiché esso è più forte di me. Forse potrò batterlo e scacciarlo dal paese, giacché so che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto.”
Per poter dare una risposta all’ambasceria Bil’am, pur non essendo ebreo, e pur esercitando le arti di mago e profeta, cosa che lo connotava come non credente nel Signore d’Israele, ritenne di dover comunicare proprio con il Signore d’Israele ed il Signore gli disse:
“Non andare con loro. Non maledire quel popolo, poiché esso è benedetto.”
Bil’am pertanto rispose alla richiesta degli ambasciatori di Balac dicendo:
“Andate nel vostro paese, poiché il Signore ha rifiutato di lasciarmi venire con voi.”
Ma quando Balak inviò una seconda ambasceria, offrendo ancora maggiori onori a Bil’am , e chiedendo nuovamente di maledire il popolo d’Israele, allora il Signore disse a Bil’am:
“Se questi uomini sono venuti ad invitarti, va’ pure con loro, ma dovrai fare solo ciò che Io ti dirò.”
A questo punto della narrazione abbiamo già alcuni quesiti, ai quali sentiamo di dover dare risposta prima di andare avanti. Il primo quesito riguarda il perché Bil’am si sia rivolto al Signore degli Ebrei e non ad un’altra divinità, ad esempio quella nella quale lui era credente. Le risposte possibili sono diverse ma quella che mi sembra più razionale è che Bil’am abbia preferito la strada più diretta. Era evidente, per tutti i successi conseguiti lungo il suo cammino, che il popolo ebraico fosse benedetto dal Signore e che la cosa più conveniente per modificare questa sua condizione non fosse certo quella di mettere in competizione tra loro divinità diverse, ma che fosse invece da esplorare presso il Signore d’Israele se la benedizione di cui quel popolo godeva potesse essere sospesa o cessare.
Il secondo quesito è come fosse possibile che Bil’am conoscesse il nome del Signore d’Israele e come sia stato possibile che il Signore gli abbia parlato. Ricordiamoci, a questo proposito, quante volte abbiamo letto che il Signore disse a Mosè di dire ad Aron. Quindi il Signore, che molto raramente ha parlato persino ad Aron, che pure era il suo Gran Sacerdote, ora, appena interpellato, parla a Bil’am, mago e profeta non ebreo. Credo che la spiegazione non sia tanto quella a posteriori, secondo cui il Signore è intervenuto per dire a Bil’am cosa dovesse fare, perché questo rientrava nel generale disegno divino. No, io penso che la chiave della spiegazione sia a priori, è Bil’am che ha assunto l’iniziativa di chiedere al Signore se fosse possibile maledire il Suo popolo. Ma, se è così, significa che Bil’am, pur profeta e mago non ebreo, aveva la capacità di comunicare con il Signore. Prima di lavarcene le mani, dicendo che si tratta di un racconto fantastico del quale occorre tenere in conto solo il significato, facciamo dei passi intermedi per arrivare a comprendere quale sia il livello massimo comprensibile della plausibilità razionale del racconto.
Il dialogo di Bil’am con il Signore avviene in sogno. Nel Tanak molti personaggi sognano ed altri interpretano i sogni. I personaggi che sognano non sono solamente ebrei: infatti anche il Faraone sogna, Nabucodonosor sogna. Il sogno avviene solitamente in una fase del sonno in cui il controllo sulla nostra anima è attenuato e l’anima ha la possibilità di mettere in atto le proprie facoltà percettive e comunicative. E’ una fase molto delicata questa che vede l’anima allontanarsi dal corpo per poi ritornarvi al risveglio. La preghiera del risveglio mattinale recitata dagli ebrei dice:
“Modè anì, riconosco davanti a te, sovrano, vivente ed eterno, che mi hai reso la mia anima misericordiosamente. Grande è la tua fiducia.”
Sappiamo anche che esistono altre modalità, oltre quella naturale del sonno, delle quali i sensitivi possono servirsi per raggiungere lo stato in cui l’anima si allontana dal corpo, aumentando la propria sensibilità e le proprie percezioni. Pensiamo molto semplicemente ai racconti di molte persone sottoposte ad interventi chirurgici in anestesia totale; essi parlano di questo distacco dell’anima dal corpo e delle sensazioni di lieta lucidità e completezza che accompagnano questa esperienza. I sensitivi hanno anche capacità di raggiungere uno stato di trance in autoipnosi, e realizzano esperienze di allontanamento dell’anima, che rendono possibile vivere percezioni altrimenti inarrivabili. Ed allora ecco che, con queste premesse, diventa plausibile il fatto che Bil’am abbia posseduto le capacità necessarie ad interloquire con il Signore d’Israele.
Ma subito dopo la figura di Bil’am riceve nella narrazione un pesante ridimensionamento. Egli infatti, dopo aver ricevuto le parole del Signore, si alzò la mattina, sellò la sua asina e andò con i principi di Moab, senza precisare loro che egli avrebbe fatto solo quello che il Signore gli avrebbe detto. Per ostacolare i proponimenti di Bil’am, che sembravano orientati per la pronuncia della maledizione del popolo d’Israele, il Signore inviò un proprio emissario per fermarlo. Tre volte si presentò l’emissario con la spada sguainata sulla strada percorsa da Bil’am e per tre volte Bil’am non lo vide, mentre lo vide la sua asina, cha scartò bruscamente fuori dal sentiero e gli salvò la vita. Per tre volte Bil’am bastonò la sua asina, rimproverandola per gli scarti che aveva compiuto, finché il Signore aprì la bocca dell’asina che disse:
“Non sono io la tua asina sulla quale hai cavalcato da quando esisti fino ad oggi? Ho io mai usato di farti così?”
A quel punto il Signore aprì gli occhi a Bil’am che vide l’inviato del Signore, il quale gli disse:
“Perché hai battuto la tua asina già tre volte? Ecco io ero uscito per esserti di ostacolo, perché la tua vita è contraria a me, L’asina mi vide e mi scansò già tre volte. Ove non m’avesse scansato, avrei ucciso te e lasciato in vita lei.”
L’episodio induce ad una riflessione sulla figura di Bil’am. Il profeta, il mago, conoscitore di uomini e di Dei, che ha la capacità di dialogare con il Signore, si rivela come colui che non appena si allontana dalle istruzioni che il Signore gli ha dato, non vede più e la facoltà di vedere tocca ora alla sua asina, con un significato che da un lato evidenzia le carenze dell’uomo, per quanto dotato egli sia di poteri e facoltà degni di nota, ma dall’altro rende onore all’asina, proprio all’animale tanto utile ma tanto poco apprezzato, all’istinto animale che percepisce ciò che l’occhio umano non vede.
Stavolta Bil’am mostrò di aver compreso le parole del Signore e quando, giunto a Moab, si trovò davanti a Balak gli disse:
“Eccomi venuto da te. Ma ora, potrei io dire la minima cosa? Ciò che il Signore mi porrà in bocca quello solo io dirò.”
Ed egli terrà fede a quanto il Signore gli aveva detto. Per tre volte Balak tenterà di fargli pronunciare la maledizione per il popolo d’Israele e per tre volte la bocca di Bil’am pronuncerà invece la benedizione del popolo del Signore:
“Ma tovù ohalécha Yaakòv, mishkenotécha Israél! Come sono belle le tue tende, Yaakòv, le tue residenze, Israel.”
La benedizione di Bil’am viene recitata ogni volta che si entra al bet hakenésset in ricordo della distinzione operata dal Signore per il popolo d’Israele tra tutti i popoli della terra.
Balak, sconcertato ed irritato per il fallimento delle aspettative che egli aveva riposto nella venuta di Bil’am, scaccia il mago dalle proprie terre e questi, andandosene, pronuncia la sua ultima profezia a Balak. Verrà un astro da Giacobbe che sottometterà Moab, Edom e Se’ir. Parla quindi della dominazione dell’Assiria, che renderà dura la vita dei popoli sottoposti. La narrazione ci dice anche di un consiglio che Bil’am avrebbe dato a Balak senza però precisare di che si tratti. I Rabbini spiegano che si tratta di un consiglio segreto col quale Bil’am persuase Balak a corrompere Israele mandando le donne a sedurlo.
Infatti, frutto o meno che fosse del consiglio di Bil’am, il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab, ed a celebrare ed adorare i loro idoli. Il Signore ordinò allora a Mosè che fossero impiccati pubblicamente tutti i capi del popolo. Mentre venivano giustiziati coloro che avevano seguito il Ba’al di Pe’or, uno dei figli d’Israele presentò una Midianita, della quale era invaghito, ai suoi fratelli ed agli occhi di Mosè e di tutta l’Assemblea. Pinechas, figlio di El’azar, figlio del sacerdote Aron, si alzò, imbracciò una lancia e trafisse d’un colpo insieme l’uomo e la donna Midianita. Questa esecuzione fu l’ultimo atto della strage dei figli d’Israele, che in tutto causò ventiquattromila morti.
Haftarà di Balak
(Michà 5,4-6,8)
Siamo nell’VIII secolo avanti all’E.V. e il profeta Michà annuncia l’invasione di Israele da parte dell’Assiria, ma, al tempo stesso, dice anche della salvezza e della liberazione dall’invasore, che verrà inseguito fin nei suoi territori ed annientato.
Quando verrà quel giorno non serviranno armi e cavalli, non servirà avere città fortificate, non serviranno stregonerie e indovini, né idoli e steli, perché il Signore distruggerà tutte queste cose e prenderà vendetta con ira e furore contro coloro che non vorranno ascoltare. Ascoltate il Signore, dice il profeta, ascoltate quel che dice:
“Popolo Mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho procurato affanno? Fa’ le tue dichiarazioni contro di Me. Perché Io ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, ti ho redento dalla casa degli schiavi e ho mandato davanti a te Mosè, Aron e Miriam. Popolo mio ricorda qual era l’intenzione di Bakak re di Moab contro di te e che cosa gli ha risposto Bil’am, figlio di Be’or, quel che è accaduto da Shittim a Ghilgal, affinché tu riconosca i benefici che ti ha arrecato il Signore.”
Il popolo allora, udite queste parole, chiede con che cosa debba presentarsi al Signore per fare sacrifici ed espiare le proprie colpe, se debba offrire vitelli, migliaia di montoni, e miriadi di otri di olio d’oliva, o se invece debba presentare in sacrificio i suoi stessi primogeniti.
E la risposta del Signore è:
“Uomo, il Signore ti ha detto che cosa è bene, e che cosa Egli richiede da te se non che tu operi con giustizia, ami la bontà e proceda umilmente con il tuo D-o.”
Il popolo d’Israele, nella sua marcia verso la terra promessa, era giunto ormai a ridosso del regno di Moab.
Balak, re di Moab, che aveva seguito le tappe di questa marcia di avvicinamento, era al corrente delle pesanti sconfitte inflitte da Israele agli altri re della regione, che avevano inutilmente tentato di ostacolarlo. Ora che vedeva Israele ai confini del suo regno Balak era molto preoccupato e disse agli anziani di Midian, suo alleato:
“Ora questa moltitudine divorerà tutti i nostri dintorni, come il bue divora l’erba del campo.”
Balak era consapevole che le proprie forze erano insufficienti per affrontare e battere un popolo così numeroso ed organizzato e ritenne quindi che fosse necessario ricorrere ad un aiuto soprannaturale. Egli inviò un’ambasceria a Bil’am, che viveva in Mesopotamia ed era noto in tutta la regione per la sua capacità di esercitare poteri di profeta e di mago. Così Balak mandò a dire a Bil’am:
“Ecco un popolo uscito dall’Egitto, ricopre la superficie del paese. Esso mi sta di fronte. Ora vieni, maledici per me questo popolo, poiché esso è più forte di me. Forse potrò batterlo e scacciarlo dal paese, giacché so che chi tu benedici è benedetto e chi tu maledici è maledetto.”
Per poter dare una risposta all’ambasceria Bil’am, pur non essendo ebreo, e pur esercitando le arti di mago e profeta, cosa che lo connotava come non credente nel Signore d’Israele, ritenne di dover comunicare proprio con il Signore d’Israele ed il Signore gli disse:
“Non andare con loro. Non maledire quel popolo, poiché esso è benedetto.”
Bil’am pertanto rispose alla richiesta degli ambasciatori di Balac dicendo:
“Andate nel vostro paese, poiché il Signore ha rifiutato di lasciarmi venire con voi.”
Ma quando Balak inviò una seconda ambasceria, offrendo ancora maggiori onori a Bil’am , e chiedendo nuovamente di maledire il popolo d’Israele, allora il Signore disse a Bil’am:
“Se questi uomini sono venuti ad invitarti, va’ pure con loro, ma dovrai fare solo ciò che Io ti dirò.”
A questo punto della narrazione abbiamo già alcuni quesiti, ai quali sentiamo di dover dare risposta prima di andare avanti. Il primo quesito riguarda il perché Bil’am si sia rivolto al Signore degli Ebrei e non ad un’altra divinità, ad esempio quella nella quale lui era credente. Le risposte possibili sono diverse ma quella che mi sembra più razionale è che Bil’am abbia preferito la strada più diretta. Era evidente, per tutti i successi conseguiti lungo il suo cammino, che il popolo ebraico fosse benedetto dal Signore e che la cosa più conveniente per modificare questa sua condizione non fosse certo quella di mettere in competizione tra loro divinità diverse, ma che fosse invece da esplorare presso il Signore d’Israele se la benedizione di cui quel popolo godeva potesse essere sospesa o cessare.
Il secondo quesito è come fosse possibile che Bil’am conoscesse il nome del Signore d’Israele e come sia stato possibile che il Signore gli abbia parlato. Ricordiamoci, a questo proposito, quante volte abbiamo letto che il Signore disse a Mosè di dire ad Aron. Quindi il Signore, che molto raramente ha parlato persino ad Aron, che pure era il suo Gran Sacerdote, ora, appena interpellato, parla a Bil’am, mago e profeta non ebreo. Credo che la spiegazione non sia tanto quella a posteriori, secondo cui il Signore è intervenuto per dire a Bil’am cosa dovesse fare, perché questo rientrava nel generale disegno divino. No, io penso che la chiave della spiegazione sia a priori, è Bil’am che ha assunto l’iniziativa di chiedere al Signore se fosse possibile maledire il Suo popolo. Ma, se è così, significa che Bil’am, pur profeta e mago non ebreo, aveva la capacità di comunicare con il Signore. Prima di lavarcene le mani, dicendo che si tratta di un racconto fantastico del quale occorre tenere in conto solo il significato, facciamo dei passi intermedi per arrivare a comprendere quale sia il livello massimo comprensibile della plausibilità razionale del racconto.
Il dialogo di Bil’am con il Signore avviene in sogno. Nel Tanak molti personaggi sognano ed altri interpretano i sogni. I personaggi che sognano non sono solamente ebrei: infatti anche il Faraone sogna, Nabucodonosor sogna. Il sogno avviene solitamente in una fase del sonno in cui il controllo sulla nostra anima è attenuato e l’anima ha la possibilità di mettere in atto le proprie facoltà percettive e comunicative. E’ una fase molto delicata questa che vede l’anima allontanarsi dal corpo per poi ritornarvi al risveglio. La preghiera del risveglio mattinale recitata dagli ebrei dice:
“Modè anì, riconosco davanti a te, sovrano, vivente ed eterno, che mi hai reso la mia anima misericordiosamente. Grande è la tua fiducia.”
Sappiamo anche che esistono altre modalità, oltre quella naturale del sonno, delle quali i sensitivi possono servirsi per raggiungere lo stato in cui l’anima si allontana dal corpo, aumentando la propria sensibilità e le proprie percezioni. Pensiamo molto semplicemente ai racconti di molte persone sottoposte ad interventi chirurgici in anestesia totale; essi parlano di questo distacco dell’anima dal corpo e delle sensazioni di lieta lucidità e completezza che accompagnano questa esperienza. I sensitivi hanno anche capacità di raggiungere uno stato di trance in autoipnosi, e realizzano esperienze di allontanamento dell’anima, che rendono possibile vivere percezioni altrimenti inarrivabili. Ed allora ecco che, con queste premesse, diventa plausibile il fatto che Bil’am abbia posseduto le capacità necessarie ad interloquire con il Signore d’Israele.
Ma subito dopo la figura di Bil’am riceve nella narrazione un pesante ridimensionamento. Egli infatti, dopo aver ricevuto le parole del Signore, si alzò la mattina, sellò la sua asina e andò con i principi di Moab, senza precisare loro che egli avrebbe fatto solo quello che il Signore gli avrebbe detto. Per ostacolare i proponimenti di Bil’am, che sembravano orientati per la pronuncia della maledizione del popolo d’Israele, il Signore inviò un proprio emissario per fermarlo. Tre volte si presentò l’emissario con la spada sguainata sulla strada percorsa da Bil’am e per tre volte Bil’am non lo vide, mentre lo vide la sua asina, cha scartò bruscamente fuori dal sentiero e gli salvò la vita. Per tre volte Bil’am bastonò la sua asina, rimproverandola per gli scarti che aveva compiuto, finché il Signore aprì la bocca dell’asina che disse:
“Non sono io la tua asina sulla quale hai cavalcato da quando esisti fino ad oggi? Ho io mai usato di farti così?”
A quel punto il Signore aprì gli occhi a Bil’am che vide l’inviato del Signore, il quale gli disse:
“Perché hai battuto la tua asina già tre volte? Ecco io ero uscito per esserti di ostacolo, perché la tua vita è contraria a me, L’asina mi vide e mi scansò già tre volte. Ove non m’avesse scansato, avrei ucciso te e lasciato in vita lei.”
L’episodio induce ad una riflessione sulla figura di Bil’am. Il profeta, il mago, conoscitore di uomini e di Dei, che ha la capacità di dialogare con il Signore, si rivela come colui che non appena si allontana dalle istruzioni che il Signore gli ha dato, non vede più e la facoltà di vedere tocca ora alla sua asina, con un significato che da un lato evidenzia le carenze dell’uomo, per quanto dotato egli sia di poteri e facoltà degni di nota, ma dall’altro rende onore all’asina, proprio all’animale tanto utile ma tanto poco apprezzato, all’istinto animale che percepisce ciò che l’occhio umano non vede.
Stavolta Bil’am mostrò di aver compreso le parole del Signore e quando, giunto a Moab, si trovò davanti a Balak gli disse:
“Eccomi venuto da te. Ma ora, potrei io dire la minima cosa? Ciò che il Signore mi porrà in bocca quello solo io dirò.”
Ed egli terrà fede a quanto il Signore gli aveva detto. Per tre volte Balak tenterà di fargli pronunciare la maledizione per il popolo d’Israele e per tre volte la bocca di Bil’am pronuncerà invece la benedizione del popolo del Signore:
“Ma tovù ohalécha Yaakòv, mishkenotécha Israél! Come sono belle le tue tende, Yaakòv, le tue residenze, Israel.”
La benedizione di Bil’am viene recitata ogni volta che si entra al bet hakenésset in ricordo della distinzione operata dal Signore per il popolo d’Israele tra tutti i popoli della terra.
Balak, sconcertato ed irritato per il fallimento delle aspettative che egli aveva riposto nella venuta di Bil’am, scaccia il mago dalle proprie terre e questi, andandosene, pronuncia la sua ultima profezia a Balak. Verrà un astro da Giacobbe che sottometterà Moab, Edom e Se’ir. Parla quindi della dominazione dell’Assiria, che renderà dura la vita dei popoli sottoposti. La narrazione ci dice anche di un consiglio che Bil’am avrebbe dato a Balak senza però precisare di che si tratti. I Rabbini spiegano che si tratta di un consiglio segreto col quale Bil’am persuase Balak a corrompere Israele mandando le donne a sedurlo.
Infatti, frutto o meno che fosse del consiglio di Bil’am, il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab, ed a celebrare ed adorare i loro idoli. Il Signore ordinò allora a Mosè che fossero impiccati pubblicamente tutti i capi del popolo. Mentre venivano giustiziati coloro che avevano seguito il Ba’al di Pe’or, uno dei figli d’Israele presentò una Midianita, della quale era invaghito, ai suoi fratelli ed agli occhi di Mosè e di tutta l’Assemblea. Pinechas, figlio di El’azar, figlio del sacerdote Aron, si alzò, imbracciò una lancia e trafisse d’un colpo insieme l’uomo e la donna Midianita. Questa esecuzione fu l’ultimo atto della strage dei figli d’Israele, che in tutto causò ventiquattromila morti.
Haftarà di Balak
(Michà 5,4-6,8)
Siamo nell’VIII secolo avanti all’E.V. e il profeta Michà annuncia l’invasione di Israele da parte dell’Assiria, ma, al tempo stesso, dice anche della salvezza e della liberazione dall’invasore, che verrà inseguito fin nei suoi territori ed annientato.
Quando verrà quel giorno non serviranno armi e cavalli, non servirà avere città fortificate, non serviranno stregonerie e indovini, né idoli e steli, perché il Signore distruggerà tutte queste cose e prenderà vendetta con ira e furore contro coloro che non vorranno ascoltare. Ascoltate il Signore, dice il profeta, ascoltate quel che dice:
“Popolo Mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho procurato affanno? Fa’ le tue dichiarazioni contro di Me. Perché Io ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, ti ho redento dalla casa degli schiavi e ho mandato davanti a te Mosè, Aron e Miriam. Popolo mio ricorda qual era l’intenzione di Bakak re di Moab contro di te e che cosa gli ha risposto Bil’am, figlio di Be’or, quel che è accaduto da Shittim a Ghilgal, affinché tu riconosca i benefici che ti ha arrecato il Signore.”
Il popolo allora, udite queste parole, chiede con che cosa debba presentarsi al Signore per fare sacrifici ed espiare le proprie colpe, se debba offrire vitelli, migliaia di montoni, e miriadi di otri di olio d’oliva, o se invece debba presentare in sacrificio i suoi stessi primogeniti.
E la risposta del Signore è:
“Uomo, il Signore ti ha detto che cosa è bene, e che cosa Egli richiede da te se non che tu operi con giustizia, ami la bontà e proceda umilmente con il tuo D-o.”
domenica 24 giugno 2012
Chuccath
(Num.19,1-22,1)
La Parashà si apre con la mitzvà della Parà Adumà, la Vacca Rossa. Questa mitzvà viene definita nel secondo versetto "statuto della Torà". Ricordiamo che “Chukim”, statuti, sono le mitzvòt per le quali non è possibile una spiegazione razionale, in quanto non si riescono a cogliere collegamenti con aspetti di utilità, di igiene, di opportunità, di moralità. Per queste mitzvòt ci si deve limitare a comprendere che il loro rispetto deve avvenire semplicemente perché così è comandato dal Signore nella Torà.
“Di’ ai figli d’Israele che ti prendano una vacca rossa perfetta, che non abbia alcun difetto, e sulla quale non sia stato messo giogo. La darete al sacerdote El’azar; egli la faccia uscire fuori dall’accampamento e la si scanni in sua presenza. Il sacerdote El’azar prenda del suo sangue col dito, e spruzzi del sangue sette volte in direzione della facciata anteriore della tenda di convegno. Si abbruci la vacca davanti ai suoi occhi: la pelle, la carne, il sangue oltre alle feci. Il sacerdote prenda del legno di cedro, dell’issopo e della lana scarlatta e li getti dentro il fuoco che consuma la vacca. Il sacerdote si lavi le vesti, si lavi il corpo con acqua, e il sacerdote sarà impuro sino alla sera. Colui che abbrucia la vacca si lavi le vesti con acqua e si lavi il corpo con acqua e sia impuro sino alla sera. Un uomo raccolga la cenere della vacca e la deponga al di fuori dell’accampamento, in un luogo puro. Ciò sia per i figli d’Israele da osservare per fare dell’acqua purificatrice. E’ un chattat (cioè è un sacrificio offerto per purificarsi dal peccato). Colui che raccoglie le ceneri della vacca, si lavi le vesti e sia impuro sino alla sera. Ciò sarà statuito per sempre per i figli d’Israele e per il forestiero che soggiorni in mezzo a loro."
Seguono le prescrizioni per il rituale di aspersione con l’acqua della purificazione che verrà eseguito per eliminare l’impurità da chiunque sia venuto a contatto con un morto, nonché per purificare gli oggetti che si trovavano in un ambiente chiuso dove era stato un morto.
Perché proprio la mitzvà della Vacca Rossa è stata scelta per rappresentare l’intera categoria degli statuti dei quali fanno parte, tra l'altro, mitzvot di più frequente applicazione, come quelle relative al divieto di consumare contemporaneamente carne e latte, o la proibizione di effettuare incroci tra specie diverse, o ancora il divieto di radersi con una lama, ecc.? Perché la Torà si riferisce a questa mitzvà come allo statuto simbolo per l'intera Torà e non, più limitatamente, come statuto relativo alle leggi dell'impurità?
Premesso che una completa spiegazione razionale non è possibile proprio a causa, come già detto, della natura stessa degli “Chukim”, dobbiamo constatare come le norme di questa Mitzvà siano così misteriose che, secondo i maestri del Talmud, neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Solamente Moshè, secondo i Saggi, ebbe questo merito, come è detto “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Midrash Bemidbàr Rabbà 19, 6). Possiamo però tentare di avvicinarci a cogliere o intuire le ragioni del primato di questa norma. L’essere in vita è il requisito che consente ad una persona di avere rapporti con il sacro, che si concretizzano con l’ingresso al Santuario, con lo studio della Torà, le tefillot di lode rivolte al Signore, l’attuazione delle mitzvot. Con questi atti, compiuti da vivente, l’individuo si sforza di avvicinarsi al Signore, che è la fonte della vita. La morte costituisce quindi un’interruzione di questo rapporto con il sacro: il cadavere è inerte, non può interagire e per questo motivo è sorgente di impurità ed il contatto con esso provoca impurità. In generale ogni contatto con la sfera della morte dà luogo all'impurità. Al contrario quindi un neonato è considerato la cosa più pura che esista, perché esso è la manifestazione più recente della creazione della vita. Ecco dunque la ragione del primato di questo statuto che quindi assume la dimensione non di un semplice statuto di purificazione ma di statuto della Torà in quanto connesso con l’avvicinamento al Signore.
Altro aspetto di difficile comprensione è la particolarità secondo cui , se è vero che il rituale purifica chi è impuro, è altrettanto vero che tutti coloro che hanno a che fare con la sua preparazione diventano impuri. A prima vista questa mitzvà sembrerebbe collidere con ogni logica razionale. Ma, anche per questa particolarità, si può tentare di avvicinarsi ad una spiegazione. Pensiamo ai Cohanìm coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, che diventavano a loro volta impuri per effetto di quelle stesse acque, con le quali loro purificavano gli impuri! I Cohanìm sono leaders spirituali-religiosi, che sono responsabili della purezza spirituale del popolo, con le cui impurità vengono a contatto, conoscendole ed, in un certo senso, facendosene carico, quasi novelli capri espiatori e quindi divenendo a loro volta impuri.
Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri, pur sapendo che questo potrebbe avere un effetto negativo su di lui. Perché è così? Secondo il Midràsh c’è un nesso con la colpa commessa nell’episodio del vitello d’oro. “Venga la madre (la vacca) ad espiare per il figlio (il vitello d’oro)”. Nello stesso modo, sono i leaders spirituali, i Cohanim, a caricarsi dell’onere di purificazione del popolo affinché esso possa racquistare il proprio benessere spirituale.
La Parashà è densa di altri avvenimenti. Il popolo giunto nel deserto di Tsin nel capomese, si fermò a Cadesh. Qui morì Miriam, quasi in punta di piedi, perché la notizia della sua morte non occupa neanche mezza riga nella narrazione e non dà luogo ad alcun commento. Il popolo era stanco ed era assetato, perché nel deserto non aveva trovato acqua. Ed il Signore allora disse a Mosè:
“Prendi la verga e raduna la congrega, tu e tuo fratello Aron, e parlate alla rupe davanti ai loro occhi, che dia la sua acqua. Farai uscire per loro dell’acqua dalla rupe e farai bere la congrega ed il loro bestiame.”
Mosè eseguì quanto il Signore aveva comandato, ma non fedelmente, perché egli non parlò alla roccia, come gli era stato comandato, ma la battè con la verga e l’acqua sgorgò.
A causa di questa disubbidienza il Signore dirà poi a Mosè e ad Aron:
“Siccome non avete avuto fiducia in Me sì da santificarmi agli occhi dei figli d’Israele, perciò voi non condurrete questa congrega alla terra che ho deciso di dare loro.”
Mosè da Cadesh, dove si trovava, mandò ambasciatori al re di Edom, chiedendo il consenso perché potessero, lui e il suo popolo, attraversare il paese, ma ottenne un fermo rifiuto. Il popolo allora si spostò e giunse al monte Hor. Qui morì Aron, e la sua morte avvenne seguendo un rituale, che espresse l’investitura sacerdotale a suo figlio El’azar.
Qui il popolo d’Israele venne attaccato dal re cananeo di Arad, il quale però, grazie all’aiuto del Signore, venne pesantemente sconfitto.
Partito dal monte Hor verso la via del Mar Rosso, per aggirare il paese di Edom, il popolo divenne nuovamente impaziente e disse:
“Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è pane né acqua, e noi siamo stanchi del pane leggerissimo.”
Allora il Signore mandò contro il popolo i serpenti, serafim, i quali morsicavano il popolo e morì molta gente in Israele. Il popolo venne da Mosè e disse:
“Abbiamo peccato poiché abbiamo parlato contro il Signore e contro te. Prega il Signore affinché tolga da noi il serpente.”
Mosè pregò per il popolo il Signore, Che disse a Mosè:
“Fatti un saraf e ponilo su una pertica. Chi sarà stato morsicato lo guarderà e guarirà.”
Mosè fece un saraf di rame, cioè un serpente di rame, e lo pose su una pertica. Ed avvenne che se il serpente aveva morsicato una persona, questa guardava il serpente di rame e risanava.
Rashì fornisce questa spiegazione per la punizione dei serpenti. Il popolo si lamenta della manna, che è l’unico cibo che ha, ma che ha la prerogativa di assumere il sapore di ogni cibo che venga desiderato; quando viene inflitta la punizione ed il popolo viene aggredito dai serpenti, su di esso ricade la stessa maledizione del serpente dell’Eden, e quindi qualsiasi cosa verrà mangiata avrà un solo sapore, quello della polvere.
In effetti gli elementi di questo passo della Parashà hanno molti punti di contatto, sia pure in opposizione, con quelli dell'Eden. Nell’Eden ci troviamo di fronte alla possibilità di mangiare ogni tipo di frutto, tranne quello dell'Albero della conoscenza del bene e del male. Nel deserto abbiamo invece un solo cibo che rende inutile ogni altro cibo. In entrambi i casi è il Signore che procura il cibo. Vale a dire che la nostra unica occupazione è quindi lo studio della Torà, ed i Maestri dicono che la Torà non è stata data altro che a coloro che mangiavano la manna. C'è poi la presenza del serpente. Esso è considerato simbolo dello “yetzer harà”, l'istinto del male, in particolare per il suo modo subdolo di presentarsi, quando ci vuole convincere di essere nel giusto anche se trasgrediamo la Torà. Nell'Eden avevamo una sola mitzvà. La proibizione di mangiare dall'Albero della conoscenza del bene e del male. È interessante notare come l'Eden ed il Deserto siano legati da un rapporto inverso. L'Eden è un giardino, il deserto è un luogo arido. Nel Deserto abbiamo tante mitzvot ed un solo cibo, nell'Eden tanto cibo ed una sola mitzvà. L’unico cibo del deserto prende il sapore di tutti i cibi, l’unica mitzvà dell'Eden racchiude in sé tutte le mitzvot.
Per effetto della trasgressione del precetto dell'Eden, una nuova presenza, prima sconosciuta, appare nel mondo: la morte. E con la morte, di pari passo, l’impurità. Ciò che riabilita l'uomo dopo il contatto con la morte diventa il “tikun”, la riparazione per la trasgressione dell’unica mitzvà che reca in sé la potenzialità di tutta la Torà. Questo “tikun” deve essere fatto per mezzo di un “chok”, cioè una mitzvà la cui motivazione non è razionalizzabile. Questo è il “chok” dell'intera Torà, racchiusa nella prima mitzvà dell’Eden.
Il popolo riprese la marcia e giunse ai limiti dei territori degli Emorrei. Qui furono mandati ambasciatori al loro re Sichon per chiedere di poter attraversare il paese. Ma questi si oppose e dette battaglia. Gli Emorrei furono sconfitti pesantemente ed il loro paese venne occupato dal popolo d’Israele. Stessa sorte toccò ad Og, re di Bascian, che pure era sceso in battaglia contro Israele.
Haftarà di chuccat
(Giu.11,1-11,33)
Le vicende narrate nella Haftarà hanno come premessa quelle che nella parashà riguardano la sorte del paese degli Emorei occupato da Israele.
Gli Ammoniti, succeduti agli Emorei nel loro regno, rivendicavano i loro diritti sui territori occupati da Israele trecento anni prima e per questo motivo mossero in battaglia contro Israele nel paese di Ghil’ad. Gli anziani di Ghil’ad si recarono da Jefte, uomo notoriamente valoroso e capo di una banda di briganti, chiedendogli di combattere contro gli Ammoniti ed offrendogli in cambio di divenire capo di tutti gli abitanti di Ghil’ad.
Jefte accettò e prese dapprima contatto con il re degli Ammoniti, tentando di dissuaderlo dal suo proponimento di muovere guerra ad Israele. Così mandò a dirgli Jefte:
“Ora,dopo che il Signore D-o d’Israele ha scacciato gli Emorei da dinanzi al Suo popolo, Israele, tu vuoi possedere il loro paese? Certamente tu hai il diritto di possedere quello che ti dà in possesso il tuo dio Kemosh, e così noi abbiamo il diritto di possedere il paese di chi il Signore D-o nostro ha scacciato da dinanzi a noi.”
Ma il re degli Ammoniti non desistette dai suoi proponimenti e dette battaglia. Jefte, pervaso dallo spirito del Signore, nel muoversi per contrastare l’attacco fece un voto al Signore dicendo:
“Se mi darai in mano gli Ammoniti, quello che mi uscirà incontro dalla parte di casa mia quando tornerò incolume dal paese degli Ammoniti, sarà consacrato al Signore, ed io lo offrirò in olocausto.”
Jefte attaccò gli Ammoniti nel loro paese e li sconfisse, secondo la volontà del Signore, in venti loro città ed essi furono sottomessi ai figli d’Israele.
La Parashà si apre con la mitzvà della Parà Adumà, la Vacca Rossa. Questa mitzvà viene definita nel secondo versetto "statuto della Torà". Ricordiamo che “Chukim”, statuti, sono le mitzvòt per le quali non è possibile una spiegazione razionale, in quanto non si riescono a cogliere collegamenti con aspetti di utilità, di igiene, di opportunità, di moralità. Per queste mitzvòt ci si deve limitare a comprendere che il loro rispetto deve avvenire semplicemente perché così è comandato dal Signore nella Torà.
“Di’ ai figli d’Israele che ti prendano una vacca rossa perfetta, che non abbia alcun difetto, e sulla quale non sia stato messo giogo. La darete al sacerdote El’azar; egli la faccia uscire fuori dall’accampamento e la si scanni in sua presenza. Il sacerdote El’azar prenda del suo sangue col dito, e spruzzi del sangue sette volte in direzione della facciata anteriore della tenda di convegno. Si abbruci la vacca davanti ai suoi occhi: la pelle, la carne, il sangue oltre alle feci. Il sacerdote prenda del legno di cedro, dell’issopo e della lana scarlatta e li getti dentro il fuoco che consuma la vacca. Il sacerdote si lavi le vesti, si lavi il corpo con acqua, e il sacerdote sarà impuro sino alla sera. Colui che abbrucia la vacca si lavi le vesti con acqua e si lavi il corpo con acqua e sia impuro sino alla sera. Un uomo raccolga la cenere della vacca e la deponga al di fuori dell’accampamento, in un luogo puro. Ciò sia per i figli d’Israele da osservare per fare dell’acqua purificatrice. E’ un chattat (cioè è un sacrificio offerto per purificarsi dal peccato). Colui che raccoglie le ceneri della vacca, si lavi le vesti e sia impuro sino alla sera. Ciò sarà statuito per sempre per i figli d’Israele e per il forestiero che soggiorni in mezzo a loro."
Seguono le prescrizioni per il rituale di aspersione con l’acqua della purificazione che verrà eseguito per eliminare l’impurità da chiunque sia venuto a contatto con un morto, nonché per purificare gli oggetti che si trovavano in un ambiente chiuso dove era stato un morto.
Perché proprio la mitzvà della Vacca Rossa è stata scelta per rappresentare l’intera categoria degli statuti dei quali fanno parte, tra l'altro, mitzvot di più frequente applicazione, come quelle relative al divieto di consumare contemporaneamente carne e latte, o la proibizione di effettuare incroci tra specie diverse, o ancora il divieto di radersi con una lama, ecc.? Perché la Torà si riferisce a questa mitzvà come allo statuto simbolo per l'intera Torà e non, più limitatamente, come statuto relativo alle leggi dell'impurità?
Premesso che una completa spiegazione razionale non è possibile proprio a causa, come già detto, della natura stessa degli “Chukim”, dobbiamo constatare come le norme di questa Mitzvà siano così misteriose che, secondo i maestri del Talmud, neanche il saggio re Salomone riuscì a comprenderle. Solamente Moshè, secondo i Saggi, ebbe questo merito, come è detto “a te rivelo la ragione della vacca [rossa]” (Midrash Bemidbàr Rabbà 19, 6). Possiamo però tentare di avvicinarci a cogliere o intuire le ragioni del primato di questa norma. L’essere in vita è il requisito che consente ad una persona di avere rapporti con il sacro, che si concretizzano con l’ingresso al Santuario, con lo studio della Torà, le tefillot di lode rivolte al Signore, l’attuazione delle mitzvot. Con questi atti, compiuti da vivente, l’individuo si sforza di avvicinarsi al Signore, che è la fonte della vita. La morte costituisce quindi un’interruzione di questo rapporto con il sacro: il cadavere è inerte, non può interagire e per questo motivo è sorgente di impurità ed il contatto con esso provoca impurità. In generale ogni contatto con la sfera della morte dà luogo all'impurità. Al contrario quindi un neonato è considerato la cosa più pura che esista, perché esso è la manifestazione più recente della creazione della vita. Ecco dunque la ragione del primato di questo statuto che quindi assume la dimensione non di un semplice statuto di purificazione ma di statuto della Torà in quanto connesso con l’avvicinamento al Signore.
Altro aspetto di difficile comprensione è la particolarità secondo cui , se è vero che il rituale purifica chi è impuro, è altrettanto vero che tutti coloro che hanno a che fare con la sua preparazione diventano impuri. A prima vista questa mitzvà sembrerebbe collidere con ogni logica razionale. Ma, anche per questa particolarità, si può tentare di avvicinarsi ad una spiegazione. Pensiamo ai Cohanìm coinvolti nella preparazione delle acque che venivano spruzzate sulla persona impura per purificarla, che diventavano a loro volta impuri per effetto di quelle stesse acque, con le quali loro purificavano gli impuri! I Cohanìm sono leaders spirituali-religiosi, che sono responsabili della purezza spirituale del popolo, con le cui impurità vengono a contatto, conoscendole ed, in un certo senso, facendosene carico, quasi novelli capri espiatori e quindi divenendo a loro volta impuri.
Un leader spirituale è uno che è disposto ad abbassarsi, a scendere al livello degli altri, pur sapendo che questo potrebbe avere un effetto negativo su di lui. Perché è così? Secondo il Midràsh c’è un nesso con la colpa commessa nell’episodio del vitello d’oro. “Venga la madre (la vacca) ad espiare per il figlio (il vitello d’oro)”. Nello stesso modo, sono i leaders spirituali, i Cohanim, a caricarsi dell’onere di purificazione del popolo affinché esso possa racquistare il proprio benessere spirituale.
La Parashà è densa di altri avvenimenti. Il popolo giunto nel deserto di Tsin nel capomese, si fermò a Cadesh. Qui morì Miriam, quasi in punta di piedi, perché la notizia della sua morte non occupa neanche mezza riga nella narrazione e non dà luogo ad alcun commento. Il popolo era stanco ed era assetato, perché nel deserto non aveva trovato acqua. Ed il Signore allora disse a Mosè:
“Prendi la verga e raduna la congrega, tu e tuo fratello Aron, e parlate alla rupe davanti ai loro occhi, che dia la sua acqua. Farai uscire per loro dell’acqua dalla rupe e farai bere la congrega ed il loro bestiame.”
Mosè eseguì quanto il Signore aveva comandato, ma non fedelmente, perché egli non parlò alla roccia, come gli era stato comandato, ma la battè con la verga e l’acqua sgorgò.
A causa di questa disubbidienza il Signore dirà poi a Mosè e ad Aron:
“Siccome non avete avuto fiducia in Me sì da santificarmi agli occhi dei figli d’Israele, perciò voi non condurrete questa congrega alla terra che ho deciso di dare loro.”
Mosè da Cadesh, dove si trovava, mandò ambasciatori al re di Edom, chiedendo il consenso perché potessero, lui e il suo popolo, attraversare il paese, ma ottenne un fermo rifiuto. Il popolo allora si spostò e giunse al monte Hor. Qui morì Aron, e la sua morte avvenne seguendo un rituale, che espresse l’investitura sacerdotale a suo figlio El’azar.
Qui il popolo d’Israele venne attaccato dal re cananeo di Arad, il quale però, grazie all’aiuto del Signore, venne pesantemente sconfitto.
Partito dal monte Hor verso la via del Mar Rosso, per aggirare il paese di Edom, il popolo divenne nuovamente impaziente e disse:
“Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per morire nel deserto? Poiché non c’è pane né acqua, e noi siamo stanchi del pane leggerissimo.”
Allora il Signore mandò contro il popolo i serpenti, serafim, i quali morsicavano il popolo e morì molta gente in Israele. Il popolo venne da Mosè e disse:
“Abbiamo peccato poiché abbiamo parlato contro il Signore e contro te. Prega il Signore affinché tolga da noi il serpente.”
Mosè pregò per il popolo il Signore, Che disse a Mosè:
“Fatti un saraf e ponilo su una pertica. Chi sarà stato morsicato lo guarderà e guarirà.”
Mosè fece un saraf di rame, cioè un serpente di rame, e lo pose su una pertica. Ed avvenne che se il serpente aveva morsicato una persona, questa guardava il serpente di rame e risanava.
Rashì fornisce questa spiegazione per la punizione dei serpenti. Il popolo si lamenta della manna, che è l’unico cibo che ha, ma che ha la prerogativa di assumere il sapore di ogni cibo che venga desiderato; quando viene inflitta la punizione ed il popolo viene aggredito dai serpenti, su di esso ricade la stessa maledizione del serpente dell’Eden, e quindi qualsiasi cosa verrà mangiata avrà un solo sapore, quello della polvere.
In effetti gli elementi di questo passo della Parashà hanno molti punti di contatto, sia pure in opposizione, con quelli dell'Eden. Nell’Eden ci troviamo di fronte alla possibilità di mangiare ogni tipo di frutto, tranne quello dell'Albero della conoscenza del bene e del male. Nel deserto abbiamo invece un solo cibo che rende inutile ogni altro cibo. In entrambi i casi è il Signore che procura il cibo. Vale a dire che la nostra unica occupazione è quindi lo studio della Torà, ed i Maestri dicono che la Torà non è stata data altro che a coloro che mangiavano la manna. C'è poi la presenza del serpente. Esso è considerato simbolo dello “yetzer harà”, l'istinto del male, in particolare per il suo modo subdolo di presentarsi, quando ci vuole convincere di essere nel giusto anche se trasgrediamo la Torà. Nell'Eden avevamo una sola mitzvà. La proibizione di mangiare dall'Albero della conoscenza del bene e del male. È interessante notare come l'Eden ed il Deserto siano legati da un rapporto inverso. L'Eden è un giardino, il deserto è un luogo arido. Nel Deserto abbiamo tante mitzvot ed un solo cibo, nell'Eden tanto cibo ed una sola mitzvà. L’unico cibo del deserto prende il sapore di tutti i cibi, l’unica mitzvà dell'Eden racchiude in sé tutte le mitzvot.
Per effetto della trasgressione del precetto dell'Eden, una nuova presenza, prima sconosciuta, appare nel mondo: la morte. E con la morte, di pari passo, l’impurità. Ciò che riabilita l'uomo dopo il contatto con la morte diventa il “tikun”, la riparazione per la trasgressione dell’unica mitzvà che reca in sé la potenzialità di tutta la Torà. Questo “tikun” deve essere fatto per mezzo di un “chok”, cioè una mitzvà la cui motivazione non è razionalizzabile. Questo è il “chok” dell'intera Torà, racchiusa nella prima mitzvà dell’Eden.
Il popolo riprese la marcia e giunse ai limiti dei territori degli Emorrei. Qui furono mandati ambasciatori al loro re Sichon per chiedere di poter attraversare il paese. Ma questi si oppose e dette battaglia. Gli Emorrei furono sconfitti pesantemente ed il loro paese venne occupato dal popolo d’Israele. Stessa sorte toccò ad Og, re di Bascian, che pure era sceso in battaglia contro Israele.
Haftarà di chuccat
(Giu.11,1-11,33)
Le vicende narrate nella Haftarà hanno come premessa quelle che nella parashà riguardano la sorte del paese degli Emorei occupato da Israele.
Gli Ammoniti, succeduti agli Emorei nel loro regno, rivendicavano i loro diritti sui territori occupati da Israele trecento anni prima e per questo motivo mossero in battaglia contro Israele nel paese di Ghil’ad. Gli anziani di Ghil’ad si recarono da Jefte, uomo notoriamente valoroso e capo di una banda di briganti, chiedendogli di combattere contro gli Ammoniti ed offrendogli in cambio di divenire capo di tutti gli abitanti di Ghil’ad.
Jefte accettò e prese dapprima contatto con il re degli Ammoniti, tentando di dissuaderlo dal suo proponimento di muovere guerra ad Israele. Così mandò a dirgli Jefte:
“Ora,dopo che il Signore D-o d’Israele ha scacciato gli Emorei da dinanzi al Suo popolo, Israele, tu vuoi possedere il loro paese? Certamente tu hai il diritto di possedere quello che ti dà in possesso il tuo dio Kemosh, e così noi abbiamo il diritto di possedere il paese di chi il Signore D-o nostro ha scacciato da dinanzi a noi.”
Ma il re degli Ammoniti non desistette dai suoi proponimenti e dette battaglia. Jefte, pervaso dallo spirito del Signore, nel muoversi per contrastare l’attacco fece un voto al Signore dicendo:
“Se mi darai in mano gli Ammoniti, quello che mi uscirà incontro dalla parte di casa mia quando tornerò incolume dal paese degli Ammoniti, sarà consacrato al Signore, ed io lo offrirò in olocausto.”
Jefte attaccò gli Ammoniti nel loro paese e li sconfisse, secondo la volontà del Signore, in venti loro città ed essi furono sottomessi ai figli d’Israele.
domenica 17 giugno 2012
Kòrach
(Num.16,1-18,32)
Il viaggio verso la terra promessa era stato travagliato in altre occasioni da malcontento, sfiducia e ribellioni, ma questa volta la contestazione, capeggiata dal levita Kòrach affiancato da Dathan e Aviram ed, inizialmente anche da On, si era espressa in modo argomentato, prendendo di mira l’autorità stessa di Mosè ed Aron, ed era sostenuta da duecentocinquanta rappresentanti autorevoli delle tribù.
Si noti per inciso che il fatto che Kòrach fosse un Levita è espresso dalle stesse radici del suo nome, che sono “qof-resh-chet”, le medesime di radersi i capelli (cnfr. Lev.21,5), che danno luogo ad una immagine di testa rasata, prerogativa appunto dei Leviti per i riti di purificazione.
La contestazione di Kòrach, insomma, si connota come quello che noi oggi chiameremmo un tentativo di colpo di stato e non come una sommossa popolare. Ci sono tutti gli elementi del colpo di stato e cioè un’organizzazione dei congiurati, un’ideologia dichiaratamente egualitaria, come è normale che sia quando si ritiene che ci sia un tiranno da eliminare, sostenuta da una plausibile interpretazione delle parole del Signore, e con la precisa individuazione dei soggetti da abbattere, in questo caso i due fratelli Mosè e Aron.
L’argomentazione a sostegno della contestazione era così espressa:
“Vi basti! Tutta la comunità sono tutti santi e in mezzo a loro è il Signore, e perché vi elevate al di sopra della congrega del Signore?”
A questa accusa a lui rivolta di voler esercitare il proprio potere personale sul popolo Mosè ribattè sdegnato, dicendo che l’indomani il Signore avrebbe fatto conoscere chi fosse il prescelto. Cercò inoltre Mosè di rammentare a Kòrach ed ai Leviti l’onore loro concesso dal Signore per averli designati al servizio del Tabernacolo. Mandò anche a chiamare Dathan e Aviram per avere con loro un colloquio che potesse distoglierli dal loro proponimento, ma da loro ebbe la risposta più aspra, perché essi dissero:
“Non verremo. Ti par poco di averci fatto salire da una terra stillante latte e miele per farci morire nel deserto, che vorresti ancora signoreggiare su di noi? Tu non ci hai portato in un paese stillante latte e miele per darci un possesso di campi e di vigne. Vorresti forse accecare gli occhi di questa gente? Noi non verremo.”
Ci troviamo quindi davanti a due diverse motivazioni della ribellione, infatti mentre le parole di Kòrach esprimono la contestazione della leadership rappresentata da Mosè ed Aron, la posizione di Dathan ed Aviram è invece di sfiducia nella riuscita dell’impresa di poter giungere alla terra promessa e di nostalgia per la terra d’Egitto. Le due posizioni sono entrambe in contrasto con la volontà del Signore e quindi entrambe saranno condannate ed i loro sostenitori saranno puniti con la morte.
Si potrebbe operare una distinzione tra queste due posizioni, e potrebbe, a prima vista, ritenersi molto più grave quella di Dathan ed Aviram rispetto a quella di Kòrach, potendo apparire la colpa dei primi due doppia rispetto a quella dell’ultimo. Si potrebbe dire infatti che Dathan ed Aviram non solamente hanno perso la fiducia nella conduzione da parte dei due fratelli, ma hanno perso anche, e soprattutto, la fiducia nella possibilità di giungere alla terra promessa dal Signore.
E’ da tener presente infatti che, mentre l’obiettivo del viaggio non avrebbe potuto venir meno perché era stato promesso dal Signore, i due fratelli condottieri, invece e in linea ipotetica, avrebbero potuto essere sostituiti, anche in considerazione dei comportamenti di entrambi in occasione dell’episodio del vitello d’oro. Ricordiamoci che Aron non si era opposto, come avrebbe dovuto, alla richiesta del popolo di fabbricare l’idolo e ricordiamoci anche che Mosè, quando ridiscese dalla montagna, ordinò che fossero uccisi tutti coloro che nell’occasione non si erano mantenuti fedeli al Signore, e che quel giorno morirono perciò tremila persone, mentre a suo fratello Aron non toccò per l'occasione pena maggiore di un rimbrotto.
Però Kòrach, nel contestare il primato di Mosè ed Aron, non fa nessun riferimento ad errori commessi dai due, ed avrebbe potuto farlo come abbiamo appena evidenziato, e la sua critica in questo caso avrebbe assunto i connotati di una critica al loro operato umano, alla loro inadeguatezza nell’eseguire il disegno divino. Kòrach invece mette in dubbio la legittimità del primato loro conferito, perché a suo dire, e diversamente da quanto stabilito fin qui dal Signore, poichè tutto il popolo è santo, non è legittimo che esistano posizioni di preminenza .
Ma a tutte queste possibili disquisizioni pose termine il giudizio del Signore, per cui la terra si aprì ed inghiottì Kòrach, Dathan edAviram insieme alle loro famiglie. Un fuoco inoltre divorò i duecentocinquanta notabili che avevano sostenuto la rivolta.
Il popolo non comprese e non accettò la punizione, che il Signore aveva impartito, e ne dette la colpa a Mosè ed Aron. L’ira del Signore si accese nuovamente e si abbattè sul popolo e quando cessò, per l’espiazione compiuta da Aron, si contarono quattordicimilasettecento morti oltre quelli per i fatti di Kòrach.
A questo punto, allo scopo di far conoscere chi fosse prescelto per le funzioni sacerdotali, il Signore disse a Mosè di porre nella tenda della radunanza davanti alla Testimonianza dodici verghe, una per ogni tribù, e quella che fosse fiorita avrebbe indicato la scelta operata dal Signore. Così fu fatto ed il giorno dopo era fiorita la verga di Aron.
Qui finalmente il Signore, che generalmente parla solo a Mosè, parlò direttamente ad Aron ed a lui dette le istruzioni per il servizio di sacerdozio al Santuario, che egli avrebbe dovuto prestare con i suoi figli, e con l’aiuto dei Leviti, assegnati al servizio della tenda della radunanza. Vennero definite inoltre le spettanze sulle offerte presentate dal popolo in sacrificio, tenendo presente che i Leviti non avevano proprietà terriere e vivevano quindi dei proventi loro assegnati dai sacrifici.
Per quanto riguarda poi il sacrificio di spettanza dei Leviti, il Signore disse a Mosè di parlare così ai Leviti:
“Quando prenderete dai figli d’Israele la decima che Io ho dato a voi da loro in retaggio, preleverete da quella il tributo al Signore: decima dalla decima. Il vostro tributo vi sarà calcolato come il grano dall’aia e come il vino dal torchio. In tal modo offrirete anche voi un tributo al Signore da ogni vostra decima, che prenderete dai figli d’Israele e da essa darete un’offerta del Signore al sacerdote Aron.”
(I Sam.11,14-12,22)
Haftarà di Kòrach
Anche questa è una storia di contestazione, una contestazione avvenuta secoli dopo quella di Kòrach e che ora riguarda Samuele, giudice e profeta. E’una contestazione questa che non parte da una élite, come era avvenuto per quella di Kòrach, ma ha matrice più ampiamente popolare. Israele era circondato da popoli ostili con i quali era ripetutamente in conflitto. Siamo al tempo dei Giudici, che furono magistrati con ampi poteri civili e militari, ai quali in tempo di guerra era affidato il compito di guidare il popolo d’Israele nei conflitti sostenuti con gli altri popoli.
In queste guerre con i popoli vicini Israele aveva subito ripetute sconfitte sicché presso il popolo aveva preso corpo il convincimento che ciò fosse da attribuirsi al fatto che gli altri popoli erano guidati, diversamente da Israele, da dei re. Il popolo chiese allora a gran voce al vecchio Samuele di proclamare re Saul.
Dopo un vano tentativo di dissuadere il popolo da questo proponimento, rammentando loro che Israele aveva già un re e che questi era il Signore e che quindi nominare un uomo a ricoprire questo ruolo costituiva grave peccato, alla fine Samuele cedette ed unse Saul re d’Israele.
E disse Samuele al popolo:
“Ma il Signore D-o vostro è il vostro re! Comunque ora avete il re che avete scelto dopo di averlo chiesto; vedete, D-o vi ha dato un re.”
“Vedete, siamo oggi nella stagione della mietitura del frumento; io invocherò il Signore perché mandi tuoni e pioggia, cosicché voi, ciò vedendo,riconosciate che avete commesso una gran colpa davanti al Signore richiedendo per voi un re.”
E quando ciò avvenne ed il popolo impaurito riconobbe di aver peccato e gli chiese di intercedere presso il Signore, allora Samuele disse:
“Non temete, voi avete bensì commesso questa grave colpa, ma ora non deviate dalla strada del Signore, e servitelo con tutto il vostro cuore.”
Deviare, prosegue Samuele, li avrebbe condotti a servire altri dèi ed a perdere la propria salvezza.
“Invece il Signore non abbandona il Suo popolo in grazia del Suo grande nome, dacché il Signore ha voluto fare di voi il Suo popolo.”
Il viaggio verso la terra promessa era stato travagliato in altre occasioni da malcontento, sfiducia e ribellioni, ma questa volta la contestazione, capeggiata dal levita Kòrach affiancato da Dathan e Aviram ed, inizialmente anche da On, si era espressa in modo argomentato, prendendo di mira l’autorità stessa di Mosè ed Aron, ed era sostenuta da duecentocinquanta rappresentanti autorevoli delle tribù.
Si noti per inciso che il fatto che Kòrach fosse un Levita è espresso dalle stesse radici del suo nome, che sono “qof-resh-chet”, le medesime di radersi i capelli (cnfr. Lev.21,5), che danno luogo ad una immagine di testa rasata, prerogativa appunto dei Leviti per i riti di purificazione.
La contestazione di Kòrach, insomma, si connota come quello che noi oggi chiameremmo un tentativo di colpo di stato e non come una sommossa popolare. Ci sono tutti gli elementi del colpo di stato e cioè un’organizzazione dei congiurati, un’ideologia dichiaratamente egualitaria, come è normale che sia quando si ritiene che ci sia un tiranno da eliminare, sostenuta da una plausibile interpretazione delle parole del Signore, e con la precisa individuazione dei soggetti da abbattere, in questo caso i due fratelli Mosè e Aron.
L’argomentazione a sostegno della contestazione era così espressa:
“Vi basti! Tutta la comunità sono tutti santi e in mezzo a loro è il Signore, e perché vi elevate al di sopra della congrega del Signore?”
A questa accusa a lui rivolta di voler esercitare il proprio potere personale sul popolo Mosè ribattè sdegnato, dicendo che l’indomani il Signore avrebbe fatto conoscere chi fosse il prescelto. Cercò inoltre Mosè di rammentare a Kòrach ed ai Leviti l’onore loro concesso dal Signore per averli designati al servizio del Tabernacolo. Mandò anche a chiamare Dathan e Aviram per avere con loro un colloquio che potesse distoglierli dal loro proponimento, ma da loro ebbe la risposta più aspra, perché essi dissero:
“Non verremo. Ti par poco di averci fatto salire da una terra stillante latte e miele per farci morire nel deserto, che vorresti ancora signoreggiare su di noi? Tu non ci hai portato in un paese stillante latte e miele per darci un possesso di campi e di vigne. Vorresti forse accecare gli occhi di questa gente? Noi non verremo.”
Ci troviamo quindi davanti a due diverse motivazioni della ribellione, infatti mentre le parole di Kòrach esprimono la contestazione della leadership rappresentata da Mosè ed Aron, la posizione di Dathan ed Aviram è invece di sfiducia nella riuscita dell’impresa di poter giungere alla terra promessa e di nostalgia per la terra d’Egitto. Le due posizioni sono entrambe in contrasto con la volontà del Signore e quindi entrambe saranno condannate ed i loro sostenitori saranno puniti con la morte.
Si potrebbe operare una distinzione tra queste due posizioni, e potrebbe, a prima vista, ritenersi molto più grave quella di Dathan ed Aviram rispetto a quella di Kòrach, potendo apparire la colpa dei primi due doppia rispetto a quella dell’ultimo. Si potrebbe dire infatti che Dathan ed Aviram non solamente hanno perso la fiducia nella conduzione da parte dei due fratelli, ma hanno perso anche, e soprattutto, la fiducia nella possibilità di giungere alla terra promessa dal Signore.
E’ da tener presente infatti che, mentre l’obiettivo del viaggio non avrebbe potuto venir meno perché era stato promesso dal Signore, i due fratelli condottieri, invece e in linea ipotetica, avrebbero potuto essere sostituiti, anche in considerazione dei comportamenti di entrambi in occasione dell’episodio del vitello d’oro. Ricordiamoci che Aron non si era opposto, come avrebbe dovuto, alla richiesta del popolo di fabbricare l’idolo e ricordiamoci anche che Mosè, quando ridiscese dalla montagna, ordinò che fossero uccisi tutti coloro che nell’occasione non si erano mantenuti fedeli al Signore, e che quel giorno morirono perciò tremila persone, mentre a suo fratello Aron non toccò per l'occasione pena maggiore di un rimbrotto.
Però Kòrach, nel contestare il primato di Mosè ed Aron, non fa nessun riferimento ad errori commessi dai due, ed avrebbe potuto farlo come abbiamo appena evidenziato, e la sua critica in questo caso avrebbe assunto i connotati di una critica al loro operato umano, alla loro inadeguatezza nell’eseguire il disegno divino. Kòrach invece mette in dubbio la legittimità del primato loro conferito, perché a suo dire, e diversamente da quanto stabilito fin qui dal Signore, poichè tutto il popolo è santo, non è legittimo che esistano posizioni di preminenza .
Ma a tutte queste possibili disquisizioni pose termine il giudizio del Signore, per cui la terra si aprì ed inghiottì Kòrach, Dathan edAviram insieme alle loro famiglie. Un fuoco inoltre divorò i duecentocinquanta notabili che avevano sostenuto la rivolta.
Il popolo non comprese e non accettò la punizione, che il Signore aveva impartito, e ne dette la colpa a Mosè ed Aron. L’ira del Signore si accese nuovamente e si abbattè sul popolo e quando cessò, per l’espiazione compiuta da Aron, si contarono quattordicimilasettecento morti oltre quelli per i fatti di Kòrach.
A questo punto, allo scopo di far conoscere chi fosse prescelto per le funzioni sacerdotali, il Signore disse a Mosè di porre nella tenda della radunanza davanti alla Testimonianza dodici verghe, una per ogni tribù, e quella che fosse fiorita avrebbe indicato la scelta operata dal Signore. Così fu fatto ed il giorno dopo era fiorita la verga di Aron.
Qui finalmente il Signore, che generalmente parla solo a Mosè, parlò direttamente ad Aron ed a lui dette le istruzioni per il servizio di sacerdozio al Santuario, che egli avrebbe dovuto prestare con i suoi figli, e con l’aiuto dei Leviti, assegnati al servizio della tenda della radunanza. Vennero definite inoltre le spettanze sulle offerte presentate dal popolo in sacrificio, tenendo presente che i Leviti non avevano proprietà terriere e vivevano quindi dei proventi loro assegnati dai sacrifici.
Per quanto riguarda poi il sacrificio di spettanza dei Leviti, il Signore disse a Mosè di parlare così ai Leviti:
“Quando prenderete dai figli d’Israele la decima che Io ho dato a voi da loro in retaggio, preleverete da quella il tributo al Signore: decima dalla decima. Il vostro tributo vi sarà calcolato come il grano dall’aia e come il vino dal torchio. In tal modo offrirete anche voi un tributo al Signore da ogni vostra decima, che prenderete dai figli d’Israele e da essa darete un’offerta del Signore al sacerdote Aron.”
(I Sam.11,14-12,22)
Haftarà di Kòrach
Anche questa è una storia di contestazione, una contestazione avvenuta secoli dopo quella di Kòrach e che ora riguarda Samuele, giudice e profeta. E’una contestazione questa che non parte da una élite, come era avvenuto per quella di Kòrach, ma ha matrice più ampiamente popolare. Israele era circondato da popoli ostili con i quali era ripetutamente in conflitto. Siamo al tempo dei Giudici, che furono magistrati con ampi poteri civili e militari, ai quali in tempo di guerra era affidato il compito di guidare il popolo d’Israele nei conflitti sostenuti con gli altri popoli.
In queste guerre con i popoli vicini Israele aveva subito ripetute sconfitte sicché presso il popolo aveva preso corpo il convincimento che ciò fosse da attribuirsi al fatto che gli altri popoli erano guidati, diversamente da Israele, da dei re. Il popolo chiese allora a gran voce al vecchio Samuele di proclamare re Saul.
Dopo un vano tentativo di dissuadere il popolo da questo proponimento, rammentando loro che Israele aveva già un re e che questi era il Signore e che quindi nominare un uomo a ricoprire questo ruolo costituiva grave peccato, alla fine Samuele cedette ed unse Saul re d’Israele.
E disse Samuele al popolo:
“Ma il Signore D-o vostro è il vostro re! Comunque ora avete il re che avete scelto dopo di averlo chiesto; vedete, D-o vi ha dato un re.”
“Vedete, siamo oggi nella stagione della mietitura del frumento; io invocherò il Signore perché mandi tuoni e pioggia, cosicché voi, ciò vedendo,riconosciate che avete commesso una gran colpa davanti al Signore richiedendo per voi un re.”
E quando ciò avvenne ed il popolo impaurito riconobbe di aver peccato e gli chiese di intercedere presso il Signore, allora Samuele disse:
“Non temete, voi avete bensì commesso questa grave colpa, ma ora non deviate dalla strada del Signore, e servitelo con tutto il vostro cuore.”
Deviare, prosegue Samuele, li avrebbe condotti a servire altri dèi ed a perdere la propria salvezza.
“Invece il Signore non abbandona il Suo popolo in grazia del Suo grande nome, dacché il Signore ha voluto fare di voi il Suo popolo.”
domenica 10 giugno 2012
Shelach lechà
(Nu.13,1-15,41)
Si narra qui di come il popolo, già uscito dalla terra d’Egitto e messosi in marcia per raggiungere la terra promessa, sia arrivato alle soglie del suo traguardo, senza però raggiungerlo ed abbia ricevuto invece la punizione di dover vagare ancora per quarant’anni nel deserto.
L’abbiamo visto, questo popolo, ricevere la Legge, e sappiamo come abbia proceduto per l’edificazione del Santuario, e conosciamo l’ordinamento secondo cui fu stabilita la celebrazione dei suoi riti religiosi, il suo schieramento sul campo e la procedura e l’ordine adottati per i suoi spostamenti.
Tutto ciò darebbe l’idea di un popolo-esercito organizzato e disciplinato, ma sappiamo anche delle traversie di questa massa di persone in movimento, sappiamo delle lamentele, delle contestazioni, delle nostalgie per la terra di schiavitù, che sin qui hanno costellato il suo percorso.
Ora, arrivati alle soglie della terra promessa, il Signore dice a Mosè:
“Manda degli uomini ad esplorare il paese di Canaan che Io sto per dare ai figli d’Israele. Un uomo per ogni tribù paterna, ognuno sia un preposto fra loro.”
Gli esploratori designati partirono quindi con il compito di esaminare le ricchezze del paese, le sue risorse agricole, la fertilità della terra, ma anche per scoprire la consistenza e l’indole delle popolazioni abitanti, nonché la loro organizzazione e se le città esistenti fossero o meno fortificate.
Tornarono dopo quaranta giorni e riferirono che il paese era veramente stillante latte e miele, perché era fertile e produceva frutti in abbondanza, però le città erano fortificate e le popolazioni che le abitavano erano forti, e gli abitanti di quella terra apparivano fisicamente come giganti al confronto con loro, che invece sembravano come piccole locuste.
Solamente Caleb e Giosuè, che pure avevano fatto parte del gruppo degli esploratori, si espressero riguardo al possibile conflitto con gli abitanti della terra promessa dicendo che non bisognava nutrire alcun timore perché il Signore sarebbe stato con il popolo di Israele.
Ma il popolo mostrò di non avere fiducia nel Signore e di non avere il coraggio e la determinazione necessari per la conquista della terra promessa. Nuovamente cominciarono i lamenti ed i proponimenti di tornare nella terra d’Egitto, dove dopo tutto non avrebbero corso il rischio di essere passati a fil di spada da popolazioni agguerrite e di vedere le proprie donne ed i propri figli diventare prede di guerra.
A questo punto ci viene in mente una riflessione: ma chi mai potrà sperare di raggiungere una meta a lungo desiderata, se non è in possesso del coraggio e della determinazione necessari a superare gli ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento? Come possiamo affrontare una prova che ci si presenta davanti se non abbiamo fiducia nella possibilità di superarla? Nella nostra vita quotidiana sono molte le “terre promesse” da conquistare, gli obiettivi al cui raggiungimento si frappongono ostacoli. Sono gli esami a scuola, i concorsi o le selezioni per le posizioni lavorative, gli obiettivi di lavoro nei quali crediamo e che vogliamo realizzare. Sono la famiglia, i figli, l’aiuto che riusciamo a dare loro. Ecco tutte queste cose vanno fortemente volute e vanno conquistate, quindi con fiducia e determinazione, e dobbiamo essere consapevoli del fatto che senza queste qualità tutto resterà affidato al caso nella migliore delle ipotesi ovvero tutto sarà alla mercé dei nostri concorrenti.
Il popolo d’Israele aveva l’organizzazione necessaria per compiere l’impresa, ma aveva perso il coraggio di battersi contro gli altri popoli e soprattutto aveva perso la fiducia nel fatto che il Signore, schierato dalla sua parte, lo avrebbe condotto alla vittoria.
Il Signore dispose allora la punizione per il suo popolo, stabilendo che nessuno degli uomini, dall’età di vent’anni in su, ad eccezione di Caleb e Giosuè, sarebbe mai entrato nella terra promessa e che il popolo avrebbe continuato a vagare ancora per quarant’anni nel deserto, prima di potervi accedere.
Il Signore dettò quindi le disposizioni riguardanti i sacrifici, che il popolo avrebbe dovuto effettuare, quando fosse finalmente entrato nella terra promessa. I sacrifici di animali e di farinacei, di olocausto e di shelamim, offerti sia da parte del popolo, sia da parte degli stranieri che, dimorando insieme, sarebbero stati soggetti alle medesime norme ed agli stessi diritti.
Molte volte la Torà fa riferimento a questi stranieri, che vivono in mezzo al popolo d’Israele e che perciò sono soggetti alle medesime leggi e questo ci fa pensare che la loro presenza doveva essere numericamente significativa, che molti dovevano essersi uniti al popolo d’Israele a partire dall’uscita dall’Egitto e durante il viaggio.
Ci viene da pensare anche, attualizzando il viaggio, al significato che esso assume di un percorso personale che dura tutta una vita, che è irto di ostacoli, ma che ci conduce ad una nuova condizione di consapevolezza della fiducia nel Signore e della forza che da ciò ci deriva. Ed è inoltre la presenza dello straniero che ci consente di connotare come universale tutta la narrazione, potendo sussistere altrimenti una visione limitativa connotante il popolo eletto esclusivamente limitato e circoscritto al solo popolo ebraico.
Segue poi l’episodio dell’uomo trovato di Sabato nel deserto a raccogliere legna e condotto davanti a Mosè ed Aronne. Per quest’uomo il Signore dispose la morte per lapidazione da eseguirsi fuori dall’accampamento. La punizione, che a prima vista potrebbe apparirci eccessivamente severa e feroce, deve giustificarsi considerando che il Sabato costituisce il Santuario d’Israele, il giorno del Signore, che ci ama, ed al quale dobbiamo la pienezza del rispetto, dell'obbedienza e dell'amore.
La parashà si conclude con i versetti che sono la parte finale dello Shemà: i figli d’Israele facciano delle frange agli angoli delle proprie vesti, affinchè vedendole ricordino ed eseguano tutti i precetti che il Signore ha dato loro, senza deviazioni per seguire il proprio cuore o i propri occhi, che li renderebbero infedeli.
Sto pensando ad un libro scritto da Susanna Tamaro qualche anno fa, che si intitolava “Va’ dove ti porta il cuore”, che parrebbe in chiara opposizione alla linea comportamentale che ci prescrive di anteporre ad ogni cosa il rispetto dei precetti dettati dal Signore. In realtà la Tamaro intendeva esprimere la preferenza che si deve assegnare al sentimento rispetto alle indicazioni del razionale, ma sicuramente intendeva che si dovessse seguire il cuore, senza lasciare a casa il cervello. Ma anche qui c’è da intendersi sul significato di sentimento e sul significato di razionale, parole al giorno d’oggi tanto inflazionate da averne smarrito il significato. "Sentimento" non è passione, sentimento è ciò che affiora di noi, quando, soli con noi stessi, allontaniamo ogni passione, ma anche ogni preconcetto, per scoprire quello che c’è di amore autentico, non quello inflazionato e mercificato con il quale oggi si etichettano narcisismi ed egoismi, ma quello che ci fa desiderare il bene dell’altro come preminente su ogni nostra esigenza personale, bene dell’altro che si realizza in silenzio anche con il nostro sacrificio e la nostra sofferenza, ma che pur così ci ripaga con la gioia immensa di attuare amore.
L’altro termine, la parola “razionale” si presenta a prima vista come asettica, parrebbe andare a braccetto con la parola “giustizia” e invece non è così. Quando diciamo che una data scelta o una data posizione è razionale dovremmo scavare per capire a che cosa risponde questo concetto di razionalità, se questo razionale sia in realtà il frutto di preconcetti sociali o di convenienza, e vada quindi a connotarsi più propriamente come frutto di un altro egoismo.
Ecco che allora il cerchio si chiude: il cuore e gli occhi di cui parla la Torà, sono le passioni, violente ed effimere, episodi sui quali non può costruirsi una vita, ma che invece causano deviazioni che allontanano dalla fiducia nel Signore. Ma il sentimento vero, quello profondo, duraturo, incrollabile , quello che costa sacrificio, quello che a volte sembra non premiare, ecco questo sentimento, liberato dal razionale di convenienza, questo è il distillato della vera natura umana, quella verso cui dovremmo tendere universalmente, nonostante le deviazioni numerose che nella nostra vita noi facciamo perché siamo umani e siamo fallibili. Ma la consapevolezza di quale sia la verità sarebbe già un grande risultato da raggiungere. E il sentimento, quello vero, quello maiuscolo, è allineato con la Torà.
Haftarà di Shelach
Gli uomini inviati da Giosuè in esplorazione a Gerico trovarono rifugio nella casa di una prostituta, alla quale prima di congedarsi dissero:
"Noi non vogliamo essere in colpa per questo giuramento che abbiamo fatto dietro tua richiesta. Quando noi entreremo nel paese, tu lega alla finestra per la quale ci hai calati questa matassa di filo rosso e accogli nella tua casa tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutti i membri della tua famiglia. E allora sarà responsabile della propria morte senza nessuna colpa da parte nostra chiunque uscirà fuori dalle porte della tua casa, e noi saremo responsabili se qualcuno metterà la mano su chi si troverà dentro la casa. Se poi tu riferissi questo nostro discorso saremmo prosciolti dal giuramento che abbiamo fatto dietro tua richiesta."
(Gio.2,1-2,24)
Si narra qui di come il popolo, già uscito dalla terra d’Egitto e messosi in marcia per raggiungere la terra promessa, sia arrivato alle soglie del suo traguardo, senza però raggiungerlo ed abbia ricevuto invece la punizione di dover vagare ancora per quarant’anni nel deserto.
L’abbiamo visto, questo popolo, ricevere la Legge, e sappiamo come abbia proceduto per l’edificazione del Santuario, e conosciamo l’ordinamento secondo cui fu stabilita la celebrazione dei suoi riti religiosi, il suo schieramento sul campo e la procedura e l’ordine adottati per i suoi spostamenti.
Tutto ciò darebbe l’idea di un popolo-esercito organizzato e disciplinato, ma sappiamo anche delle traversie di questa massa di persone in movimento, sappiamo delle lamentele, delle contestazioni, delle nostalgie per la terra di schiavitù, che sin qui hanno costellato il suo percorso.
Ora, arrivati alle soglie della terra promessa, il Signore dice a Mosè:
“Manda degli uomini ad esplorare il paese di Canaan che Io sto per dare ai figli d’Israele. Un uomo per ogni tribù paterna, ognuno sia un preposto fra loro.”
Gli esploratori designati partirono quindi con il compito di esaminare le ricchezze del paese, le sue risorse agricole, la fertilità della terra, ma anche per scoprire la consistenza e l’indole delle popolazioni abitanti, nonché la loro organizzazione e se le città esistenti fossero o meno fortificate.
Tornarono dopo quaranta giorni e riferirono che il paese era veramente stillante latte e miele, perché era fertile e produceva frutti in abbondanza, però le città erano fortificate e le popolazioni che le abitavano erano forti, e gli abitanti di quella terra apparivano fisicamente come giganti al confronto con loro, che invece sembravano come piccole locuste.
Solamente Caleb e Giosuè, che pure avevano fatto parte del gruppo degli esploratori, si espressero riguardo al possibile conflitto con gli abitanti della terra promessa dicendo che non bisognava nutrire alcun timore perché il Signore sarebbe stato con il popolo di Israele.
Ma il popolo mostrò di non avere fiducia nel Signore e di non avere il coraggio e la determinazione necessari per la conquista della terra promessa. Nuovamente cominciarono i lamenti ed i proponimenti di tornare nella terra d’Egitto, dove dopo tutto non avrebbero corso il rischio di essere passati a fil di spada da popolazioni agguerrite e di vedere le proprie donne ed i propri figli diventare prede di guerra.
A questo punto ci viene in mente una riflessione: ma chi mai potrà sperare di raggiungere una meta a lungo desiderata, se non è in possesso del coraggio e della determinazione necessari a superare gli ostacoli che si frappongono al suo raggiungimento? Come possiamo affrontare una prova che ci si presenta davanti se non abbiamo fiducia nella possibilità di superarla? Nella nostra vita quotidiana sono molte le “terre promesse” da conquistare, gli obiettivi al cui raggiungimento si frappongono ostacoli. Sono gli esami a scuola, i concorsi o le selezioni per le posizioni lavorative, gli obiettivi di lavoro nei quali crediamo e che vogliamo realizzare. Sono la famiglia, i figli, l’aiuto che riusciamo a dare loro. Ecco tutte queste cose vanno fortemente volute e vanno conquistate, quindi con fiducia e determinazione, e dobbiamo essere consapevoli del fatto che senza queste qualità tutto resterà affidato al caso nella migliore delle ipotesi ovvero tutto sarà alla mercé dei nostri concorrenti.
Il popolo d’Israele aveva l’organizzazione necessaria per compiere l’impresa, ma aveva perso il coraggio di battersi contro gli altri popoli e soprattutto aveva perso la fiducia nel fatto che il Signore, schierato dalla sua parte, lo avrebbe condotto alla vittoria.
Il Signore dispose allora la punizione per il suo popolo, stabilendo che nessuno degli uomini, dall’età di vent’anni in su, ad eccezione di Caleb e Giosuè, sarebbe mai entrato nella terra promessa e che il popolo avrebbe continuato a vagare ancora per quarant’anni nel deserto, prima di potervi accedere.
Il Signore dettò quindi le disposizioni riguardanti i sacrifici, che il popolo avrebbe dovuto effettuare, quando fosse finalmente entrato nella terra promessa. I sacrifici di animali e di farinacei, di olocausto e di shelamim, offerti sia da parte del popolo, sia da parte degli stranieri che, dimorando insieme, sarebbero stati soggetti alle medesime norme ed agli stessi diritti.
Molte volte la Torà fa riferimento a questi stranieri, che vivono in mezzo al popolo d’Israele e che perciò sono soggetti alle medesime leggi e questo ci fa pensare che la loro presenza doveva essere numericamente significativa, che molti dovevano essersi uniti al popolo d’Israele a partire dall’uscita dall’Egitto e durante il viaggio.
Ci viene da pensare anche, attualizzando il viaggio, al significato che esso assume di un percorso personale che dura tutta una vita, che è irto di ostacoli, ma che ci conduce ad una nuova condizione di consapevolezza della fiducia nel Signore e della forza che da ciò ci deriva. Ed è inoltre la presenza dello straniero che ci consente di connotare come universale tutta la narrazione, potendo sussistere altrimenti una visione limitativa connotante il popolo eletto esclusivamente limitato e circoscritto al solo popolo ebraico.
Segue poi l’episodio dell’uomo trovato di Sabato nel deserto a raccogliere legna e condotto davanti a Mosè ed Aronne. Per quest’uomo il Signore dispose la morte per lapidazione da eseguirsi fuori dall’accampamento. La punizione, che a prima vista potrebbe apparirci eccessivamente severa e feroce, deve giustificarsi considerando che il Sabato costituisce il Santuario d’Israele, il giorno del Signore, che ci ama, ed al quale dobbiamo la pienezza del rispetto, dell'obbedienza e dell'amore.
La parashà si conclude con i versetti che sono la parte finale dello Shemà: i figli d’Israele facciano delle frange agli angoli delle proprie vesti, affinchè vedendole ricordino ed eseguano tutti i precetti che il Signore ha dato loro, senza deviazioni per seguire il proprio cuore o i propri occhi, che li renderebbero infedeli.
Sto pensando ad un libro scritto da Susanna Tamaro qualche anno fa, che si intitolava “Va’ dove ti porta il cuore”, che parrebbe in chiara opposizione alla linea comportamentale che ci prescrive di anteporre ad ogni cosa il rispetto dei precetti dettati dal Signore. In realtà la Tamaro intendeva esprimere la preferenza che si deve assegnare al sentimento rispetto alle indicazioni del razionale, ma sicuramente intendeva che si dovessse seguire il cuore, senza lasciare a casa il cervello. Ma anche qui c’è da intendersi sul significato di sentimento e sul significato di razionale, parole al giorno d’oggi tanto inflazionate da averne smarrito il significato. "Sentimento" non è passione, sentimento è ciò che affiora di noi, quando, soli con noi stessi, allontaniamo ogni passione, ma anche ogni preconcetto, per scoprire quello che c’è di amore autentico, non quello inflazionato e mercificato con il quale oggi si etichettano narcisismi ed egoismi, ma quello che ci fa desiderare il bene dell’altro come preminente su ogni nostra esigenza personale, bene dell’altro che si realizza in silenzio anche con il nostro sacrificio e la nostra sofferenza, ma che pur così ci ripaga con la gioia immensa di attuare amore.
L’altro termine, la parola “razionale” si presenta a prima vista come asettica, parrebbe andare a braccetto con la parola “giustizia” e invece non è così. Quando diciamo che una data scelta o una data posizione è razionale dovremmo scavare per capire a che cosa risponde questo concetto di razionalità, se questo razionale sia in realtà il frutto di preconcetti sociali o di convenienza, e vada quindi a connotarsi più propriamente come frutto di un altro egoismo.
Ecco che allora il cerchio si chiude: il cuore e gli occhi di cui parla la Torà, sono le passioni, violente ed effimere, episodi sui quali non può costruirsi una vita, ma che invece causano deviazioni che allontanano dalla fiducia nel Signore. Ma il sentimento vero, quello profondo, duraturo, incrollabile , quello che costa sacrificio, quello che a volte sembra non premiare, ecco questo sentimento, liberato dal razionale di convenienza, questo è il distillato della vera natura umana, quella verso cui dovremmo tendere universalmente, nonostante le deviazioni numerose che nella nostra vita noi facciamo perché siamo umani e siamo fallibili. Ma la consapevolezza di quale sia la verità sarebbe già un grande risultato da raggiungere. E il sentimento, quello vero, quello maiuscolo, è allineato con la Torà.
Haftarà di Shelach
Gli uomini inviati da Giosuè in esplorazione a Gerico trovarono rifugio nella casa di una prostituta, alla quale prima di congedarsi dissero:
"Noi non vogliamo essere in colpa per questo giuramento che abbiamo fatto dietro tua richiesta. Quando noi entreremo nel paese, tu lega alla finestra per la quale ci hai calati questa matassa di filo rosso e accogli nella tua casa tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutti i membri della tua famiglia. E allora sarà responsabile della propria morte senza nessuna colpa da parte nostra chiunque uscirà fuori dalle porte della tua casa, e noi saremo responsabili se qualcuno metterà la mano su chi si troverà dentro la casa. Se poi tu riferissi questo nostro discorso saremmo prosciolti dal giuramento che abbiamo fatto dietro tua richiesta."
(Gio.2,1-2,24)
domenica 3 giugno 2012
Behaalotechà
(Nu.8,1-12,16)
“Quando accendi”. Siamo nei capitoli da 8 a 12 di Bemidbar, il libro dei Numeri. In questa parashà c’è una trattazione ricca di molti argomenti che spaziano dal rituale alla narrativa storica d’insieme, e di dettaglio.
Si comincia con la prescrizione riguardante le luci della menorah, che devono illuminarne la parte anteriore verso chi guarda.
Segue la descrizione dei riti di purificazione dei Leviti, uomini in età da 25 a 50 anni addetti al servizio del santuario. La preparazione prevede la rasatura di tutto il corpo, la presentazione di offerte, la dimenazione davanti al Signore. Ne traiamo di questa dedicazione dei leviti una immagine efebica, del tutto opposta a quella dei nazirei, anch’essi dedicati al Signore ma di maschio aspetto selvatico perché irsuti di barba e capelli incolti, vigendo per questi ultimi il divieto di taglio e rasatura per tutto il tempo della dedicazione. Dunque i leviti accantonano la propria sessualità nel compiere il servizio al santuario, mentre i nazirei mantengono la sessualità con la quale però lottano per domarla e mantenere viva la propria dedica al Signore. A quest’ultimo proposito ci si richiama alla mente la figura di Sansone, nazireo, dedicato al Signore da sua madre, ed in eterna lotta con le sue pulsioni sessuali dalle quali sarà liberato solo dalla morte. A questo proposito segnalo il libro di David Grossman Il miele e il leone, edito da Rizzoli, dove Sansone è rappresentato con intensa umanizzazione.
Si istituisce infine Pesah shenì, una seconda occasione di celebrare Pesah per chi non abbia potuto farlo nella prima celebrazione.
Dopo questi aspetti rituali si passa alla narrazione degli spostamenti del popolo verso il deserto di Paran. Abbiamo visto stabiliti, già nelle precedenti parashot, il posizionamento del tabernacolo e delle tribù nell’accampamento, nonché quale fosse la sequenza prevista per la messa in marcia del popolo. Ora si stabiliscono i segnali che due trombe d’argento dovranno emettere per impartire gli ordini stabiliti di movimentazione.
Mosè volle provvedersi di una guida esperta per il viaggio, un conoscitore del deserto che essi avrebbero dovuto attraversare, e si rivolse per questo a Chovav, figlio del midianita Re’uel suo suocero, dicendo: “Noi partiamo verso il luogo del quale il Signore disse - Quello Io darò a voi - , vieni con noi e ti faremo del bene, giacché il Signore ha promesso del bene ad Israele”. Ma Chovav rispose: “ Io non andrò; ma al mio paese ed al mio luogo di nascita andrò”, E Mosè disse: “Deh! Non abbandonarci giacché tu hai conosciuto il nostro accamparci nel deserto, e ci sei stato quale guida. Se verrai con noi, tutto il bene di cui il Signore ci beneficherà, lo faremo anche a te”. Che senso ha questo dialogo, perché Chovav prima rifiuta e poi accetta?
Il nome di Chovav ha le medesime radici di chovev, dare e avere amore. La prima offerta di Mosè è “noi ti faremo del bene”, è un compenso che viene promesso dal popolo per la sua prestazione, ma Chovav rifiuta perché non è quello il compenso che egli desidera. La seconda offerta di Mosè è ben diversa “tutto il bene di cui il Signore ci beneficherà, lo faremo a te” e l’offerta qui è il bene del Signore e questo non può che essere in primo luogo l’amore.
Il viaggio ha inizio e strada facendo cominciarono a manifestarsi difficoltà crescenti, fino all’aperta contestazione. Insofferenza alla disciplina, stanchezza, fame resero sempre più frequente la necessità di interloquire, incoraggiando ed esortando il popolo a proseguire verso la meta prefissata.
Per svolgere questa opera Mosè istituisce un’assemblea di settanta anziani con il compito di svolgere per lui quest’opera di persuasione e stimolo nei confronti del popolo.
C’è poi l’episodio di Eldad e Medad, che pur scelti a far parte dell’assemblea, stavano “profetizzando” nell’accampamento per loro conto. Mosè, richiesto da Giosuè per l’adozione di un provvedimento punitivo, si mostrò invece indulgente e condiscendente dicendo “Magari tutti del popolo del Signore fossero profeti!”
La parashà chiude con la contestazione di Mosè da parte di Miriam ed Aronne. I motivi della contestazione sono:
- l’avere Mosè preso con sé una donna kushit , di pelle scura, cosa che l’avrebbe portato a trascurare i suoi doveri coniugali;
- il ritenersi Mosè l’unico abilitato a ricevere la parola del Signore.
A questo punto il Signore chiarì ai tre che Egli avrebbe rivolto la parola solo a Mosè, mentre agli altri due Egli avrebbe potuto apparire solamente in sogno o in visione.
Miriam per punizione venne colpita da lebbra e solo per l’intercessione del fratello Mosè potè rientrare guarita nell’accampamento dopo sette giorni, e riprendere la marcia con il popolo.
Haftarà di Behaalotechà
“E l’inviato di D-o che parlava con me ritornò, e mi svegliò come uno che si desta dal suo sonno. E mi disse: ‘Che cosa vedi tu?’. E io risposi: ‘Ho visto, ed ecco un candelabro tutto d’oro con una sfera sulla sua cima, e sopra di questa sette suoi lumi e sette canali, uno per ciascuno dei lumi che vi sono sopra, e presso di essa due ulivi, uno a destra ed uno a sinistra della sfera.’ Ed io dissi all’inviato divino che parlava con me: ‘Che cosa sono questi o mio Signore?’ E l’inviato divino che parlava con me mi disse: ‘Non sai che cosa sono essi?’ Ed io risposi: ‘No, mio Signore.’ Ed egli mi disse: ‘Questo è quello che dice il Signore a Zerubavel. Non con la prodezza e non con la forza, ma con il mio spirito, ha detto il Signore Tsevaoth. Chi sei tu grande monte, davanti a Zerubavel? Diventerai pianura. Egli farà uscire la pietra fondamentale e si udranno acclamazioni: Favore, favore ad essa!”
(Zac.4,1-4,7)
Il candelabro, con i suoi sette lumi, esprime la luce divina che si spanderà sul Tempio e sulla terra. I due ulivi sono Zerubavel e Yehoshùa, che furono, il primo, colui che ricondusse in Israele i primi ritornati dall’esilio babilonese e, il secondo, il sommo sacerdote, anch’egli rientrato da Babilonia. Non la maestria e non la forza, ma la fiducia nel Signore consentiranno a Zerubavel la ricostruzione del Tempio, che tutti acclameranno.
“Quando accendi”. Siamo nei capitoli da 8 a 12 di Bemidbar, il libro dei Numeri. In questa parashà c’è una trattazione ricca di molti argomenti che spaziano dal rituale alla narrativa storica d’insieme, e di dettaglio.
Si comincia con la prescrizione riguardante le luci della menorah, che devono illuminarne la parte anteriore verso chi guarda.
Segue la descrizione dei riti di purificazione dei Leviti, uomini in età da 25 a 50 anni addetti al servizio del santuario. La preparazione prevede la rasatura di tutto il corpo, la presentazione di offerte, la dimenazione davanti al Signore. Ne traiamo di questa dedicazione dei leviti una immagine efebica, del tutto opposta a quella dei nazirei, anch’essi dedicati al Signore ma di maschio aspetto selvatico perché irsuti di barba e capelli incolti, vigendo per questi ultimi il divieto di taglio e rasatura per tutto il tempo della dedicazione. Dunque i leviti accantonano la propria sessualità nel compiere il servizio al santuario, mentre i nazirei mantengono la sessualità con la quale però lottano per domarla e mantenere viva la propria dedica al Signore. A quest’ultimo proposito ci si richiama alla mente la figura di Sansone, nazireo, dedicato al Signore da sua madre, ed in eterna lotta con le sue pulsioni sessuali dalle quali sarà liberato solo dalla morte. A questo proposito segnalo il libro di David Grossman Il miele e il leone, edito da Rizzoli, dove Sansone è rappresentato con intensa umanizzazione.
Si istituisce infine Pesah shenì, una seconda occasione di celebrare Pesah per chi non abbia potuto farlo nella prima celebrazione.
Dopo questi aspetti rituali si passa alla narrazione degli spostamenti del popolo verso il deserto di Paran. Abbiamo visto stabiliti, già nelle precedenti parashot, il posizionamento del tabernacolo e delle tribù nell’accampamento, nonché quale fosse la sequenza prevista per la messa in marcia del popolo. Ora si stabiliscono i segnali che due trombe d’argento dovranno emettere per impartire gli ordini stabiliti di movimentazione.
Mosè volle provvedersi di una guida esperta per il viaggio, un conoscitore del deserto che essi avrebbero dovuto attraversare, e si rivolse per questo a Chovav, figlio del midianita Re’uel suo suocero, dicendo: “Noi partiamo verso il luogo del quale il Signore disse - Quello Io darò a voi - , vieni con noi e ti faremo del bene, giacché il Signore ha promesso del bene ad Israele”. Ma Chovav rispose: “ Io non andrò; ma al mio paese ed al mio luogo di nascita andrò”, E Mosè disse: “Deh! Non abbandonarci giacché tu hai conosciuto il nostro accamparci nel deserto, e ci sei stato quale guida. Se verrai con noi, tutto il bene di cui il Signore ci beneficherà, lo faremo anche a te”. Che senso ha questo dialogo, perché Chovav prima rifiuta e poi accetta?
Il nome di Chovav ha le medesime radici di chovev, dare e avere amore. La prima offerta di Mosè è “noi ti faremo del bene”, è un compenso che viene promesso dal popolo per la sua prestazione, ma Chovav rifiuta perché non è quello il compenso che egli desidera. La seconda offerta di Mosè è ben diversa “tutto il bene di cui il Signore ci beneficherà, lo faremo a te” e l’offerta qui è il bene del Signore e questo non può che essere in primo luogo l’amore.
Il viaggio ha inizio e strada facendo cominciarono a manifestarsi difficoltà crescenti, fino all’aperta contestazione. Insofferenza alla disciplina, stanchezza, fame resero sempre più frequente la necessità di interloquire, incoraggiando ed esortando il popolo a proseguire verso la meta prefissata.
Per svolgere questa opera Mosè istituisce un’assemblea di settanta anziani con il compito di svolgere per lui quest’opera di persuasione e stimolo nei confronti del popolo.
C’è poi l’episodio di Eldad e Medad, che pur scelti a far parte dell’assemblea, stavano “profetizzando” nell’accampamento per loro conto. Mosè, richiesto da Giosuè per l’adozione di un provvedimento punitivo, si mostrò invece indulgente e condiscendente dicendo “Magari tutti del popolo del Signore fossero profeti!”
La parashà chiude con la contestazione di Mosè da parte di Miriam ed Aronne. I motivi della contestazione sono:
- l’avere Mosè preso con sé una donna kushit , di pelle scura, cosa che l’avrebbe portato a trascurare i suoi doveri coniugali;
- il ritenersi Mosè l’unico abilitato a ricevere la parola del Signore.
A questo punto il Signore chiarì ai tre che Egli avrebbe rivolto la parola solo a Mosè, mentre agli altri due Egli avrebbe potuto apparire solamente in sogno o in visione.
Miriam per punizione venne colpita da lebbra e solo per l’intercessione del fratello Mosè potè rientrare guarita nell’accampamento dopo sette giorni, e riprendere la marcia con il popolo.
Haftarà di Behaalotechà
“E l’inviato di D-o che parlava con me ritornò, e mi svegliò come uno che si desta dal suo sonno. E mi disse: ‘Che cosa vedi tu?’. E io risposi: ‘Ho visto, ed ecco un candelabro tutto d’oro con una sfera sulla sua cima, e sopra di questa sette suoi lumi e sette canali, uno per ciascuno dei lumi che vi sono sopra, e presso di essa due ulivi, uno a destra ed uno a sinistra della sfera.’ Ed io dissi all’inviato divino che parlava con me: ‘Che cosa sono questi o mio Signore?’ E l’inviato divino che parlava con me mi disse: ‘Non sai che cosa sono essi?’ Ed io risposi: ‘No, mio Signore.’ Ed egli mi disse: ‘Questo è quello che dice il Signore a Zerubavel. Non con la prodezza e non con la forza, ma con il mio spirito, ha detto il Signore Tsevaoth. Chi sei tu grande monte, davanti a Zerubavel? Diventerai pianura. Egli farà uscire la pietra fondamentale e si udranno acclamazioni: Favore, favore ad essa!”
(Zac.4,1-4,7)
Il candelabro, con i suoi sette lumi, esprime la luce divina che si spanderà sul Tempio e sulla terra. I due ulivi sono Zerubavel e Yehoshùa, che furono, il primo, colui che ricondusse in Israele i primi ritornati dall’esilio babilonese e, il secondo, il sommo sacerdote, anch’egli rientrato da Babilonia. Non la maestria e non la forza, ma la fiducia nel Signore consentiranno a Zerubavel la ricostruzione del Tempio, che tutti acclameranno.
Iscriviti a:
Post (Atom)