martedì 23 aprile 2013

Emor

(Le.21,1-24,23)

I primi due capitoli della parashà trattano delle prescrizioni particolari, che i Cohanim devono osservare per l’avvicinamento al Sacro e quindi per la loro Qedushah; gli altri due delle feste, Moadim, che si celebrano nell’anno ebraico. L’ultimo capitolo, il 24, narra anche della lapidazione di un uomo, figlio di matrimonio misto, che nel corso di una rissa pronunciò e maledisse il nome divino.

1. Cohanim

Le prescrizioni particolari dettate per i Cohanim riguardano l’obbligo di evitare l’impurità dei cadaveri, alcune restrizioni coniugali e l’esclusione dai riti sacrificali per chi si trovi in stato di impurità o sia affetto da imperfezione fisica.

Queste prescrizioni hanno una triplice valenza: nei confronti del Signore, nei confronti di sé stessi, nei confronti del popolo.

Nei confronti del Signore perché, così come, nel caso dei sacrifici, si presentano al Signore le offerte di migliore qualità, siano esse prodotti agricoli o offerte animali, parimenti i Cohanim che al Signore si avvicinano devono distinguersi quanto a purità ed integrità rispetto al loro popolo. Ricordiamo al proposito l’episodio in Genesi 4 dove è scritto che “Caino portò dei frutti …”, mentre Abele portò “dei primogeniti del suo gregge e delle loro parti più grasse”. Il Signore gradì Abele e il suo presente, mentre non gradì Caino.

Nei confronti di sé stessi perché i Cohanim, nell’accostarsi al Signore, devono avere la consapevolezza della necessità di possedere questi requisiti di purità ed integrità, ritenendosi di ciò responsabili.

Nei confronti del loro popolo, al quale devono essere di esempio e di incoraggiamento per superare le difficoltà che possono incontrarsi sulla via della santità e dell’integrità. Come potrebbero altrimenti pretendersi sacrificio e dedizione da parte degli altri se chi lo pretende non mostra, lui per primo, di agire secondo queste linee direttrici?

E’ questo un tema attuale quando si pensi che ai nostri giorni i comportamenti delle persone poste alla guida delle nazioni vanno a connotare ed incidono sul prestigio e la credibilità delle nazioni stesse. Questi capi che potranno essere dissoluti, corrotti, sanguinari oppure integri, corretti, equilibrati opereranno certamente con modalità profondamente diverse, così come profondamente diverse saranno le sfere di influenza dove collocheranno i loro paesi. Di tutto ciò essi saranno responsabili.


2.Moadim

Il Signore comunica a Mosè quali siano le ricorrenze da celebrare, oltre al Sabato, che è già di per sé a Lui destinato.

Nell’anno ebraico, a partire da Pesach , si susseguono le Feste che ricordano le tappe del cammino del popolo ebraico dalla sua liberazione, al dono della Torà, celebrato dalla festa di Shavuot e poi Rosh haShanà, anniversario della creazione dell’uomo, che è il giorno in cui il Signore ci giudica per iscriverci nel libro della vita o in quello della morte, seguita da Kippur, giorno di espiazione e di perdono. Seguono infine Succot e Sheminì Azeret: la prima è la festa delle capanne o festa della gioia dell’uomo riconciliato con il Signore e gioia dell’abbondanza del raccolto; la seconda, che chiude il ciclo delle feste autunnali, fa assumere alla gioia celebrata a Succot un carattere più intimo stabilendo un rapporto esclusivo tra l’essere umano ed il Signore.

Queste scandite dai Moadim dovranno essere le tappe secondo cui si svolgerà la nostra esistenza personale, che vedrà quindi susseguirsi la liberazione dalla schiavitù, cioè dalla vita non illuminata dalla parola del Signore, seguita dalla ricezione consapevole del dono della Torà e poi dal bilancio che faremo della nostra esistenza e dal giudizio che a questa esistenza daremo, cui seguirà l’espiazione e il perdono, intimo lavacro purificatore.

A questo punto potremo celebrare la gioia per tutto ciò che abbiamo ricevuto dal Signore e lo faremo sia collettivamente a Succot, sia intimamente a Sheminì Azeret.


3.Una sola legge

La narrazione dell’episodio della lapidazione dell’uomo figlio di matrimonio misto può risultare fuorviante ove ci si soffermi sulla lettura della sola prima parte. Si narra infatti che un uomo, figlio di madre ebrea e di padre egiziano, durante una rissa pronunciò e maledisse il nome divino e perciò venne giudicato e condannato a morte per lapidazione. Se la narrazione finisse qui si potrebbe trarne l’erronea morale che i matrimoni misti siano da evitare perché i figli frutto di tali unioni offendono il Signore.

Ma non è così perché il racconto prosegue con le seguenti parole del Signore:

“Chiunque maledica il suo Dio, porterà le conseguenze del suo peccato, e chi bestemmia il nome del Signore sia fatto morire, tutta la congrega lo lapiderà: sia il forestiero sia l’indigeno quando abbia bestemmiato il nome divino verrà fatto morire.”

Ed ecco che dunque il senso della narrazione è completamente cambiato: il figlio dell’egiziano non viene posto su un gradino più basso, al contrario viene affermata la completa parità dei suoi diritti e doveri rispetto a quelli degli ebrei.

Israele manterrà sempre questo giudizio positivo nei riguardi degli egiziani perché, se è vero che fu schiavo in terra d’Egitto, è anche vero che la terra d’Egitto lo salvò dalla morte per fame, quando chiese rifugio per sfuggire alla grave carestia che imperversava in terra di Canaan.





Haftarà di Emor
(Ezechiele 44,15-44,31)

Mentre la parashà parla delle norme che i Sacerdoti dovranno osservare per officiare nel Santuario che è stato edificato nel deserto, nell’haftarà invece Ezechiele espone i compiti che dovranno essere osservati dai Sacerdoti che officieranno nel Santuario che verrà edificato in avvenire.

In particolare Ezechiele enuncia queste parole del Signore:

“Essi dovranno insegnare al Mio popolo a distinguere tra sacro e profano e fargli conoscere la distinzione tra puro ed impuro; e quando vi saranno delle contese dovranno essi giudicare, e giudicarle secondo le Mie leggi, dovranno tener presenti le Mie leggi ed i Miei statuti relativi ai vari tempi da Me stabiliti e santificare i Miei sabati.”

“E il sacerdozio sarà il loro retaggio; Io sono il loro retaggio, e non darete loro possesso di terra in Israele, Io sono il loro possesso.”








martedì 16 aprile 2013

Kedoshim

(Le.19,1-20,27)

Nella Parashà Kedoshim (Santi), che comprende i capitoli 19 e 20 di Vaikrà (Levitico), il Signore detta a Mosè precetti rituali, morali e di carattere sociale, la cui osservanza consente all’essere umano di conseguire la Kedushà, la Santità cioè intesa come distinzione, differenziazione dai comportamenti che sono propri degli altri popoli.

Il capitolo 19 inizia con il comando di temere il padre e la madre e, subito dopo, di osservare il Sabato. Seguono norme per il consumo dei sacrifici, per la mietitura, per la correttezza dei rapporti con il prossimo, per il godimento dei frutti della terra. Questi ultimi precetti mantengono, dopo migliaia di anni dalla loro formulazione, una chiara comprensibilità, anche nell’attualità, ed una naturale condivisione per la loro sperimentata giustezza.

Il successivo capitolo 20 enumera atti contro la morale, a partire dalla pratica in uso presso altri popoli vicini di sacrificare a Mòlech i figli, proseguendo poi con atti di magia e poi ancora con la maledizione a danno dei propri genitori. Segue poi l’enumerazione dei divieti di adulterio e di atti di natura sessuale con consanguinei, parenti, con animali o di natura omosessuale. Il capitolo per ognuno di questi delitti specifica la pena da comminare, che in quasi tutti i casi è la morte per lapidazione.

Questo capitolo 20, a causa della severità delle pene che in esso sono previste, scuote la sensibilità di noi uomini appartenenti ad una società nella quale la pena di morte è da tempo aborrita. E’ del resto consolidato il fatto che anche per i reati sessuali enumerati dal capitolo 20 non è più applicata nel mondo civile occidentale la pena di morte, mentre rimane per noi accettabile la massima severità, come il carcere a vita o al limite la sterilizzazione, solamente per i reati sessuali a danno di minori ovvero quando sia accertata la possibilità di reiterazione del reato.

Ma allora, potremmo chiederci, siamo in presenza di precetti, che sono scritti nella Torà, ma che vengono, al giorno d’oggi, disattesi, non fosse altro che per la parte relativa alla pena? A mio parere le cose non stanno affatto così.

La prima considerazione da fare, infatti, è che le pene indicate al capitolo 20 costituivano la misura massima della pena che poteva essere comminata per quel tipo di delitto, ma che l’applicazione della pena avveniva, in ogni caso, attraverso un processo d’indagine ed un giudizio, che avrebbe potuto tener conto di ogni circostanza attenuante, e quindi condure alla definizione di una pena minore.

Altra considerazione da compiere è che l’enumerazione del capitolo 20 riguarda atti contro la morale, definiti di fornicazione, messi alla stessa stregua di quelli compiuti con animali e quindi si tratta di peccati di esclusiva natura sessuale, dai quali devono invece escludersi quegli atti che, sia pure concretizzatisi sessualmente, sono stati dettati da sentimenti non contingenti verso la persona ed esorbitanti il solo carattere sessuale. A maggior ragione sarà operata questa esclusione qualora da questi atti non sia derivato nessun danno a terze persone.

Questo è il caso dei rapporti omosessuali nei cui confronti le componenti laiche e progressive dell’Ebraismo hanno una posizione sostanzialmente diversa da quella dell’ebraismo ortodosso. Mentre infatti l’ebraismo ortodosso ha assunto storicamente una posizione di condanna dell’omosessualità, in quanto si attiene in materia alla lettera di quanto espresso in Le.20,13: “E qualora un uomo si unisca con un maschio come con una donna, tutti e due avranno commesso una cosa abominevole, verranno fatti morire; sono causa dello spargimento del proprio sangue.” L’ebraismo progressivo invece tiene conto dell’evoluzione del pensiero scientifico moderno, secondo cui l’omosessualità deve considerarsi consistente nella titolarità di una sessualità propria di natura peculiare diversa sia da quella maschile, sia da quella femminile. E’ evidente che sulla base di tale assunto ad un soggetto omosessuale non può ritenersi applicabile quanto espresso nel richiamato precetto del Levitico, perché tale precetto si riferisce a persone di sesso diverso. Naturalmente analogo ragionamento deve farsi per le donne lesbiche, che devono considerarsi anch’esse titolari di una sessualità propria, diversa dalla maschile e femminile. Sussistono infine i casi delle persone bisessuali per loro naturale inclinazione, le quali analogamente possono trovare anch’esse accoglienza da parte dell’ebraismo progressivo.

Per l’argomento è comunque tuttora in corso un acceso dibattito, anche a livello internazionale, riguardante la possibilità di riconoscere, sulla base di considerazioni religiose, etiche e scientifiche, agli omosessuali ed alle lesbiche la completa parità dei diritti rispetto a quelli riconosciuti alle persone eterosessuali. L’argomento riveste aspetti di rilevante delicatezza in particolare in materia di diritto di famiglia, diritto ereditario e diritto di adozione.



Haftarà di Kedoshim
Secondo i riti italiano e spagnolo
(Ezechiele 20,1-20,20)

Il profeta rimprovera Israele per le sue disubbidienze e abominazioni, la cui riprovazione è espressa nella parashà.

“Ma essi mi disubbidirono, non vollero darmi retta, non gettarono via le abbominazioni che stavano davanti ai loro occhi non abbandonarono gli idoli dell’Egitto.”

E più avanti:

“… ebbi pietà di loro sì da non distruggerli e non feci sterminio di loro nel deserto, ma nel deserto stesso dissi ai loro figli: ‘Non seguite l’esempio dei vostri padri, non continuate a seguire i loro costumi, non rendetevi impuri con i loro idoli. Io sono il Signore vostro D-o, seguite i Miei statuti, tenete presenti le Mie leggi ed eseguitele, santificate i Miei sabati, e siano essi segni del patto tra Me e voi, affinché teniate presente che Io sono il Signore vostro D-o.”


Secondo il rito tedesco
(Amos 9,7-9,15)
L’attività profetica di Amos si svolse intorno alla metà del sec. VIII a.E.V. nel regno di Giuda in tempi di relativa tranquillità politica e di prosperità economica, ma di notevole rilassatezza dei costumi.

Il libro di Amos può ritenersi articolato in cinque parti:

1)Profezie di castigo contro vari popoli (Capitoli 1 e 2);
2)Israele ha maggiori responsabilità e D-o lo affliggerà finché non muterà condotta (Capitoli 3 e 4);
3)Terza serie di oracoli (Capitoli 5 e 6)
4)Visioni annuncianti la distruzione ormai prossima (Capitoli da 7,1 a 9,6)
5)Israele purificato godrà di un futuro felice (Capitoli da 9,7 a 15).

Pronuncia Amos la condanna per i peccati dei figli d’Israele:

“Invece Io do ordine che la casa d’Israele vada errando fra tutte le genti: là sarà agitata come in un setaccio, e nessun chicco grande cadrà a terra. Morranno di spada tutti i peccatori del Mio popolo che dicono: ‘A noi non si avvicinerà, non ci verrà dinanzi la sventura.”

Ma profetizza infine la futura venuta di giorni felici:

“Giorni verranno, detto del Signore, in cui l’aratore sarà vicino al mietitore, il pigiatore di uva a chi sparge il seme, i monti goccioleranno di succhi di frutta, e tutte le alture si scioglieranno. E rimetterò Israele Mio popolo nella sua condizione primitiva: costruiranno città, vi abiteranno, pianteranno vigne e berranno il loro vino, faranno dei frutteti e ne godranno il prodotto. Io li collocherò stabilmente nel loro paese e non saranno più divelti dal loro paese che Io ho dato loro, dice il Signore tuo D-o.”



Acharè Mot

(Le.16,1-18,30)

La parashà Acharè Mot (dopo la morte) comprende i capitoli 16, 17 e 18 di Vaikrà (Levitico) e tratta dell’espiazione delle colpe, delle modalità dei sacrifici, delle regole di purificazione, delle norme di purità sessuale e del divieto di abominio e di profanazione.

Nella parashà si rilevano, tra gli altri, due aspetti interessanti e meritevoli di riflessione e precisamente:
- la circostanza che il Signore parli di preferenza a Mosè e non ad Aronne, che pure è il fratello maggiore, anche quando si tratti di argomenti di natura religiosa;
- il capro espiatorio.


1.Il Signore non parla ad Aronne.

Il Signore parlerà quasi sempre esclusivamente a Mosè ed a lui dirà, tra l’altro, quali sono le istruzioni per suo fratello Aronne.

Aronne, che è il Gran Sacerdote, che è colui che cura il culto al Signore, che è l’unica persona che ha la facoltà di accedere al Santo dei Santi per pronunciare il nome di D-o nel giorno di Kippur, che è il capostipite dei Cohanim, dei Sacerdoti del Tempio, ebbene Aronne non avrà quasi mai la facoltà di interloquire direttamente con il Signore e tutto ciò che egli dovrà sapere gli sarà detto tramite suo fratello Mosè. Si ripete anche per lui quello che è il destino biblico dei primogeniti, destinati a restare in secondo piano nel confronto e nella preferenze del Signore rispetto ai fratelli minori.

Questa limitazione di Aronne, ed il suo costante subordine alla figura del fratello, ci inducono a chiederci se questa situazione costituisca una indicazione con valenza esorbitante lo specifico rapporto tra i due fratelli. Mosè è il condottiero carismatico del suo popolo, che esercita il ruolo di guida unica ed ispirata. Il compimento della sua missione richiede che a lui solo competano tutte le attività decisionali in materia normativa e operativa.

Ma, ci si chiede, il messaggio biblico si riferisce esclusivamente a Mosè ed Aronne, oppure ha una valenza più generale? In altre parole il messaggio biblico può voler dire che per il conseguimento di un obiettivo di un popolo è necessario che il potere religioso sia subordinato al potere politico? Siamo evidentemente su una linea di confine molto delicata e su una materia dove peraltro la storia ha fornito tragici ammaestramenti.

La risposta potrebbe essere si, ma solo se il condottiero è Mosè. E’ però una risposta che non ci cautela abbastanza perché la storia è stata piena di tragici condottieri, convinti di essere, come Mosè, guidati da D-o e che hanno condotto invece l’umanità a lutti, distruzione e barbarie.
Direi a questo punto che il subordine ordinamentale debba esserci, ma che le voci subordinate debbano mantenere la possibilità di esprimere dissenso e di fermare il condottiero quando egli perda il consenso prevalente, e questo pure potrebbe non bastare.


2. Il capro espiatorio.

Secondo l’accezione corrente si intende per capro espiatorio una persona alla quale viene assegnata la colpa di atti commessi da altre persone. Al capro espiatorio verrà quindi comminata la pena per gli atti commessi da altri ed egli la espierà, mentre gli altri, i veri responsabili, resteranno indenni da imputazioni di colpa e da espiazioni di pena.

La ricerca del capro espiatorio è azione conseguente alla decisione di non assumere la responsabilità di un atto non consentito, di un reato, evidentemente per sottrarsi alla punizione.
Se in una classe la maestra entra e chiede chi ha rotto un vetro, tutti plausibilmente taceranno, ma, se nella classe c’è un “diverso”, potrà avvenire che i suoi compagni dicano “è stato lui!” dando così vita al loro capro espiatorio.

Ebbene il capro espiatorio che, secondo la parashà, veniva caricato di tutti i peccati e mandato ad Azazel non è esattamente questo. La responsabilità rimane sempre in capo a chi ha commesso l’azione da punire e sua sarà la colpa ed egli dovrà espiarla, ma, ad di là della loro espiazione, le colpe commesse costituiscono delle macchie per la comunità, i fatti commessi è come se fossero oggetti, che sia pure espiati, rimangono lì, visibili nell’immagine e nel ricordo di atti negativi di peccati. La comunità desidera allontanare da sé questi oggetti, cioè la fattispecie di questi peccati e desidera che essi non si ripresentino più e perciò li carica sul capro, che era un capro e non una persona, per rimandarli, fuori dalla comunità, ad Azazel, il luogo del male.



Haftarà di Acharè Mot
(Ezechiele 22,1-22,16)

Il profeta Ezechiele esercitò il suo ministero tra il 593 e il 571 a.E.V. a Tel Aviv, in Babilonia, dove viveva una numerosa comunità di ebrei deportati.

Il libro di Ezechiele può ritenersi articolato in quattro parti:

1)Profezie anteriori alla distruzione di Gerusalemme (capitoli da 1 a 24);
2)Profezie contro vari popoli (capitoli da 25 a 32);
3)Profezie sulla rinascita di Israele (capitoli da 33 a 39);
4)Il Tempio futuro, la città di Gerusalemme e disposizioni varie (capitoli da 40 a 48).

In questa haftarà il profeta rimprovera Israele per aver commesso gli atti immorali, la cui proibizione è espressa dalla parashà.

“Ti disperderò fra i popoli, ti spargerò nei vari paesi, e così farò cessare la tua impurità. Sarai profanata agli occhi delle nazioni per causa tua, e riconoscerai che Io sono il Signore.”

martedì 9 aprile 2013

Tazria – Metzorà

(Le.12,1-13,59; Le.14,1-15,33)

Queste due parashot trattano degli stati di impurità, delle procedure per riacquisire la purità perduta ed infine dei sacrifici da presentare al Signore per celebrare questa riacquisizione. Le impurità possono riguardare la persona o la casa, o gli abiti, oppure ancora gli oggetti. Le impurità riguardanti la persona, che qui sono trattate, consistono sia nelle alterazioni della pelle per malattie ritenute contagiose, sia nella emissione fisiologica di liquidi, come il sangue mestruale o il seme maschile.
I motivi per i quali le suddette circostanze implicano lo stato di impurità appaiono bene espressi nei seguenti passi tratti dal libro “Cammina davanti a me” di Rav Haim F. Cipriani:

“La purezza è intesa come uno stato in cui la focalizzazione sulla sacralità dell’esistenza è indisturbata, l’impurità invece è come un profondo disorientamento, che può essere causato da molti elementi.”

E più avanti:

“Il rito costituisce una sorta di accompagnamento in questa continua necessità di riavvicinamento e di ricomposizione di un’armonia interiore perduta. Chiaramente questo criterio non dovrebbe essere applicato solo a manifestazioni fisiche, ma anche ai segni di un disagio interiore.”

E ancora, per quanto riguarda i flussi e le emissioni fisiologiche:

“Nella ricerca dell’ordine, interiore ed esteriore, che distingue l’esigenza di purezza del Levitico, quando una sostanza che di norma è contenuta all’interno del corpo viene espulsa, come nel caso del sangue o del seme, vi è un disagio che richiede un momento di riflessione e un atto di reintegrazione nella normalità, di solito un bagno rituale, il mikvè.”

Interessante è anche quanto Rav Cipriani esprime a proposito della possibilità per la donna di accostarsi al culto anche in periodo mestruale:

“Va anche ricordato però che, contrariamente a quanto fatto credere da fonti ebraiche poco informate o con intenzioni discutibili, essere in questo tipo di condizione fisica particolare, cioè di perdite di sangue, mestruale o altro, in nessun caso è di ostacolo al contatto fisico né con le persone, né con oggetti rituali come, per esempio, il Sefer Torà o i Tefillìn.”

E più avanti chiarisce:

“Così sottolinea il Rambam: ’Le parole della Torà non possono essere rese impure, ma mantengono perennemente il loro stato di purezza’. E così scrive Yossef Karo nello Schulchan Aruch: ‘Tutti gli impuri, anche le donne mestruate, possono tenere in mano un rotolo della Torà e leggerlo’.”

Rav Hillel E. Silverman, rabbino emerito della sinagoga conservative Temple Sholom di Greenwich, segnala una connessione tra la parola “lebbroso” (un lebbroso) e l'espressione “motzi Sem ra” (un calunniatore), spiegando che il pettegolezzo e la calunnia sono simboli di lebbra morale. Come il lebbroso, il calunniatore deve essere ostracizzato. "E' immondo, se ne starà solo, fuori dall'accampamento ...." (Lev. 13:46; Talmud, Shabbat 77a, 95b).

Il libro del Levitico contiene questa ingiunzione: "Tu non devi andare su e giù come un racconto diffuso fra il tuo popolo". Rashi, il commentatore medievale, collega la parola ebraica “rachel” (maldicente) con la parola”rochel” (commerciante o venditore ambulante). La lingua di un calunniatore è simile a un mercante itinerante, che andando di villaggio in villaggio diffonde i suoi racconti.

Il Giudaismo considera calunnie e maldicenze come peccati capitali. I rabbini del Talmud ci dicono che quando si calunnia un altro essere umano, egli viene letteralmente ucciso, in quanto privandolo del suo buon nome, è come se lo privassimo della sua vita. Innumerevoli sono gli ammonimenti nella letteratura ebraica che si riferiscono a pettegolezzi e calunnie. Leggiamo nel libro dei Proverbi: "La vita e la morte sono nel potere della lingua." Il Midrash ci informa: "La calunnia è un grave peccato di idolatria." Il Talmud dichiara: "Dio accetta la penitenza per tutti i peccati del mondo, tranne uno, la trasgressione della mala lingua".

C'è una differenza tra il pettegolezzo e la calunnia. Il pettegolezzo può essere vero; la calunnia è sempre falsa. Ma entrambi sono malvagi. La verità può ferire l'uomo tanto quanto lo può una falsità. Pertanto, l'ebraismo insegna che è vietato dire anche una verità se questa può provocare ferite un altro essere umano.

Un racconto chassidico racconta di un uomo che, commesso il peccato di calunnia, non aveva trovato pace fino a quando non si era scusato con l'uomo cui aveva fatto il torto. Temendo di poter nuovamente commettere calunnia, andò dal suo rabbino, confessò le sue colpe e chiese come poteva impedire a sè stesso di commettere mai più un tale peccato. Il rabbino gli disse di portare un sacco di piume per il paese e mettere una piuma su ogni porta di tutte le case. L 'uomo eseguì quanto il rabbino gli aveva detto e poi tornò da lui. Allora il rabbino gli disse: "Ora torna con il sacco vuoto e raccogliere ogni singola piuma che hai messo su quelle porte." Poche ore dopo, l'uomo tornò.
"E 'impossibile", disse al rabbino. “Non sono riuscito a trovare una sola piuma. Il vento le ha spazzate via tutte."
"Le parole sono come piume", gli disse il rabbino. "Le parole malvagie vengono facilmente pronunciate, ma, una volta che lasciano la bocca, non potranno essere mai più recuperate."

Tre volte al giorno il pio Ebreo conclude le sue preghiere di devozione silenziosa con queste parole: "O Signore, custodisci la mia lingua dal male e le mie labbra da parole malvagie e per coloro che mi calunniano, fa’ sì che io non vi faccia alcuna attenzione Possa la mia anima essere.. umile e perdonare a tutti ».


Haftarà di Tzaria
(estratto da 2Re 4,42-5,19)

“ Na’aman, generale del re di Aram, era un uomo di grande importanza davanti al suo signore, e molto onorato perché per suo mezzo il Signore aveva dato vittoria ad Aram; quest’uomo era valoroso ed affetto da tzaraat.”

“Allora si avvicinarono a lui i suoi servi e gli dissero: ‘Padre mio, se il profeta ti avesse detto di fare qualcosa di grande difficoltà, certo l’avresti fatta; tanto più ora che ti ha detto: - Lavati e diventerai puro.
Allora scese al Giordano, vi si immerse sette volte conformemente alla parola dell’uomo di D-o, ed il suo corpo diventò come il corpo di un piccolo fanciullo, ed egli divenne puro.”



Haftarà di Metzorà
(estratto da 2Re 7,1-13,23)

“Quattro uomini malati di tza’arat, che si trovavano all’ingresso della porta, si dissero l’un l’altro: - Che cosa stiamo a fare noi qui fino a che morremo? Se decideremo di entrare nella città, in cui vi è la fame, morremo là, e se resteremo qui morremo. Andiamo dunque a consegnarci al campo degli Aramei, se ci lasceranno in vita, vivremo, e se ci metteranno a morte, morremo.
Si alzarono dunque prima del crepuscolo per andare al campo degli Aramei e, giunti all’estremità di questo campo,, constatarono che non c’era nessuno.”

“Giunti questi malati di tza’arat all’estremità del campo, entrarono in una tenda, mangiarono, bevvero e ne presero argento, oro, vestiti, poi sene andarono, nascosero quello che avevano preso, quindi entrarono in un’altra tenda, ne presero quel che trovarono, se ne andarono e nascosero il tutto. Poi si dissero l’un l’altro: - Non è bene quel che facciamo. Oggi è un giorno di buona notizia: se noi non parliamo e spettiamo la luce della mattina, siamo colpevoli. Andiamo dunque a riferire la cosa nella casa del re.”



martedì 2 aprile 2013

Sheminì

(Le.9,1-11,47)

Sheminì significa ottavo, siamo infatti nell’ottavo giorno dopo i sette giorni nei quali si sono svolte le cerimonie di iniziazione del Santuario. In questo giorno solenne la gloria del Signore appare a tutto il popolo al termine dei sacrifici che i Sacerdoti ed il popolo hanno presentato come offerte di chattat, di olocausto e di shelamin oltre l’offerta farinacea intrisa d’olio. Tutto è avvenuto in precisa adesione al complesso rituale che il Signore ha dettato a Mosè.

Mentre il fuoco con il quale il Signore si è manifestato divora le offerte sull’altare dell’olocausto un avvenimento terribile funesta la cerimonia: due dei figli di Aron, Nadav e Avihù, commettono un errore per eccesso di zelo accostandosi all’altare ognuno con un incensiere recante un fuoco non richiesto. Una vampata di fiamme si sprigiona improvvisa dal fuoco del Signore e li avvolge uccidendoli sotto gli occhi del padre Aron, di Mosè e del popolo. Aron non avrà la possibilità di esternare il suo immenso dolore per non interrompere l’esercizio della sua funzione sacerdotale.

L’episodio ci lascia sgomenti perché per la nostra sensibilità, abituata al giorno d’oggi ad assistere a trasgressioni ben più eclatanti in tutti i campi del vivere civile, la mancanza commessa da Nadav e Avihù, commessa senza intenzione né consapevolezza, appare tutto sommato veniale. Tanto più questa punizione ci appare, a prima vista, sproporzionata se paragoniamo la mancanza commessa con quella che il loro padre Aron commise in occasione dell’episodio del vitello d’oro. In quell’occasione Aron, che aveva accondisceso alla richiesta del popolo di fabbricare l’idolo e ne aveva curato la costruzione, non subì alcuna punizione quando Mosè, tornato dal monte, ordinò ai leviti di uccidere quanti avevano partecipato all’adorazione del vitello. Come si spiega la severità della punizione inflitta ai due figli di Aron? Alla spiegazione si può pervenire attraverso due diverse argomentazioni. La prima è quella esplicata in nota da Rav Dario Disegni che testualmente dice:

“In che cosa consista la colpa dei figli di Aron non è chiaramente spiegato nel testo e varie sono le interpretazioni: secondo alcuni essi avrebbero portato del fuoco per ardere l’incenso senza attendere il fuoco celeste atteso per quel giorno; secondo altri avrebbero voluto offrire dell’incenso senza che la cosa fosse stata ordinata; secondo altri ancora, sarebbero entrati nel Santissimo.”

La severità della punizione per questa mancanza è poi così motivata dalla nota successiva:

“Il significato della frase è il seguente: quanto più uno è elevato, più deve sottoporsi alla disciplina; per questo pur trattandosi di una colpa non gravissima in sé, i peccatori sono stati puniti così severamente.”

Ma una seconda argomentazione può trarsi sulla base di quanto detto in Esodo 20,5:

“Non ti prostrare loro e non adorarli poiché Io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso che punisce il peccato dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione per coloro che Mi odiano. E che uso bontà fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e che osservano i miei precetti.”

Anche se Rav Dario Disegni in una nota riferita a questo passo afferma che gli atti sono personali e che quindi la punizione per gli atti commessi dal padre non può ricadere sui figli, resta tuttavia il fatto che questa affermazione è scritta nel citato passo della Torà. Ora non vi è ombra di dubbio che la morte dei due figli e il modo e le circostanze dell’avvenimento abbiano causato al loro padre Aron un dolore visceralmente profondo e che quindi, se si deve parlare di punizione, mentre la punizione per i due figli si manifesta e si spegne nell'arco temporale di una fiammata, la punizione per Aron è invece il dolore che lo accompagnerà per tutta la vita.

Peraltro Mosè si accorge che anche gli altri due figli di Aron, El’azar e Ithamar, hanno commesso gravi errori nel compiere i sacrifici e li rimprovera aspramente. Aron interviene con parole dalle quali traspare, sia il suo dolore di padre per i due figli perduti, sia la trepidazione per gli altri due rimastigli, che riesce a salvare giustificandoli.

Il capitolo 11, conclusivo della parashà, tratta delle regole alimentari ed individua gli animali dei quali è consentito nutrirsi. Gli animali terrestri consentiti sono i quadrupedi ruminanti con lo zoccolo spaccato; tra i pesci saranno consentiti quelli con pinne e squame; tra i volatili, poiché la descrizione biblica dava luogo a dubbi interpretativi, è seguita la definizione operata dal Talmud in base alla quale Rav Dario Disegni così sintetizza:

“In pratica si usa cibarsi solo dei gallinacei (con esclusione in molti luoghi della gallina faraona), dei piccioni, delle tortore, delle oche, delle anatre, delle quaglie e di poche altre specie.”


Haftarà di Sheminì
(estratto da 2 Sam.6,1-7,17)

“ … Essi caricarono l’Arca di D-o su di un carro nuovo e la portarono via dalla casa di Avinadav … Quando furono giunti all’aia di Nachon, Uzzà tese il suo braccio verso l’Arca di D-o e l’afferrò perché i buoi avevano deviato. Il Signore si accese d’ira contro Uzzà, e lo colpì là per sua colpa; egli morì presso l’arca di D-o.”

“Quando l’Arca del Signore entrava nella città di David, Michal, figlia di Saul, guardando dalla finestra vide che il re David danzava e saltava davanti al Signore, e per questo lo disprezzò dentro di sé.”

“E incontro a David, che stava ritornando a casa per benedire la sua famiglia, si fece Michal, figlia di Saul e gli disse: - In modo veramente decoroso si mostrò oggi il re d’Israele, davanti alla schiave dei suoi schiavi, mostrandosi come si mostrerebbe un uomo dappoco!
David rispose a Michal: - Davanti al Signore che ha preferito me a tuo padre ed a tutta la tua famiglia, comandandomi di essere principe sul popolo del Signore e su Israele, davanti al Signore ho dato segni di letizia. Ed io voglio umiliarmi ancora di più, e considerarmi basso, ma con le schiave che hai detto, con loro mi mostrerò degno di rispetto.
E Michal figlia di Saul non ebbe figli fino al giorno della sua morte.”

“Così ha detto il Signore Tsevaoth: Io ti ho preso dai pascoli dove tu andavi dietro alle pecore, perché tu fossi principe del Mio popolo Israele. … Io stabilirò dopo di te la tua discendenza, uno che sarà uscito dalle tue viscere e renderò stabile il tuo regno. Egli costruirà una casa consacrata al Mio nome,ed Io renderò stabile per sempre il suo trono.”

domenica 17 marzo 2013

Tzav

(Le.6,1-8,36)

Anche questa “parashà”, come la precedente, tratta dei sacrifici che si compiono al Santuario. La differenza consiste nel fatto che “Vaikrà” è indirizzata all’offerente, mentre nella “parashà” di “Tzav” si tratta degli ordini rivolti ai Coanim.

La narrazione inizia con Il Signore che impartisce a Mosè la legge dell’”olà”, cioè dell’olocausto, del tutto bruciato. L’olocausto potrà ardere sull’altare dei sacrifici per tutta la notte fino al mattino, quando il sacerdote, indossati gli abiti di lino, provvederà a raccoglierne la cenere presso l’altare, per portarla poi, indossati altri abiti, fuori dall’accampamento in un luogo puro. Il fuoco dell’altare non dovrà spegnersi mai.

Molteplici quindi potranno essere le specie di sacrificio, diversi i motivi per cui esso si presenta, diverse le modalità con cui si offre, ma una cosa deve essere costante e immutabile, ed è il fuoco dell'altare su cui il sacrificio deve presentarsi. L’insegnamento personale sotteso da questa prescrizione, assimilando il fuoco del’altare alla nostra aspirazione alla santità, è che diversi possono essere i nostri sentimenti, diverse le vie o i motivi che ci spingono a ricercare l’avvicinamento al Signore, ma la disposizione dell'animo deve essere sempre la stessa.

Ripetutamente la Torà ci mostra il fuoco come l’elemento che avvolge la presenza del Signore o dei suoi messaggeri: in un fuoco appare il Signore a Mosè sul roveto; in un fuoco racchiuso in una nube Egli scende sul Sinai; in un fuoco si posa sul Santuario quando esso è inaugurato. Questo fuoco è anche quello che, in senso metaforico, arde in noi quando ci sentiamo attratti verso il Signore e proviamo il desiderio di compiere il bene e amare i nostri simili. Sarà questo il fuoco che dovremo rinnovare ogni giorno della nostra vita a partire dal nostro risveglio, quando ringraziamo il Signore per averci restituito la nostra anima, ancora una volta rinnovata e purificata.

Prosegue la “parashà” con il dettare la legge per l’offerta farinacea, della quale una parte sarà bruciata sull’altare, mentre ciò che resta sarà destinato al sostentamento di Aron ed i suoi figli. Ogni figlio maschio di Aron ne potrà mangiare sotto forma di pani azzimi in un luogo sacro.

I sacerdoti presenteranno inoltre al Signore un’offerta farinacea che verrà interamente arsa. L’offerta sarà presentata quotidianamente dal Sommo Sacerdote, mentre la presentazione da parte degli altri sacerdoti avverrà nel giorno della loro unzione. Faranno inoltre i sacerdoti il sacrificio di “chattat”, di espiazione, scannando l’offerta animale nello stesso luogo in cui viene scannato l’olocausto e il sacerdote che presenta il “chattat” ha diritto di precedenza nel mangiarne la carne, poi la carne viene divisa tra tutti i sacerdoti che sono di turno al Santuario nel giorno della presentazione del sacrificio.

Il sacrificio di ”asciam” verrà compiuto scannando l’animale e spargendone il sangue intorno all’altare. Il grasso, la coda, i due reni e la membrana del fegato saranno interamente arsi sull’altare. Il rimanente potrà essere mangiato dai sacerdoti di turno. Il rituale per l’”asciam”, che è come quello del “chattat” e ne segue le medesime leggi, e l’offerta appartiene al sacerdote che compie l’espiazione.
Le pelli degli animali offerti in olocausto restano di appartenenza dei sacerdoti che effettuano i sacrifici e dei sacerdoti di turno.

Per queste “mitzvot” l’ordine viene dato usando il verbo “zav”, cioè di comandare ai Coanim di fare una certa cosa in un certo modo. I Coanim eseguiranno quindi i rituali delle offerte perché a ciò comandati e non per loro libera adesione e perciò con agiranno con l’umiltà derivante dalla sottomissione al comando. I Coanim perciò sono privilegiati in mezzo al popolo d’Israele, ma devono essere consapevoli del fatto che il loro privilegio è rigorosamente finalizzato alla celebrazione del culto Divino. Il sacerdote è garante della continuità del servizio del Santuario ed affinché non insuperbisca per l’avere indossato le vesti sacerdotali, deve svolgere come primo compito un lavoro umile e cioè rimuovere dall’altare la cenere del giorno precedente. L’insegnamento è rivolto a tutti noi affinché non sia l’apparenza a nutrire la nostra religiosità, ma la concretezza delle azioni, anche se dovessero risultare in qualche modo gravose, così come rimuovere la cenere può costare al sacerdote la perdita del candore delle sue vesti.

“E questa è la legge del sacrificio cruento di shelamim che si presenti al Signore. Se qualcuno lo presenterà come rendimento di grazie presenterà oltre al sacrificio cruento di ringraziamento pani azzimi intrisi nell’olio e pani azzimi di forma allungata unti con l’olio e fior di farina ammollita in olio bollente, cotto in pani intrisi nell’olio. Insieme con pani lievitati presenterà il suo sacrificio, oltre al sacrificio di shelamim di ringraziamento.” (Le.7,11-7,13)

“Shelamim” sono le offerte di pacificazione, cioè offerte di animali compiute volontariamente. La radice verbale che dà il nome all’offerta viene dalla parola “shalom”, pace. Una parte dell’offerta viene arsa sull’altare e la rimanente viene consumata dal Sacerdote e dall’offerente. Si realizza così l’armonica pacificazione tra la Divinità, il celebrante e l’offerente. Ma il termine “shelamim” ha anche però la medesima radice di “shallem”, che significa integro, venendo così ad esprimere che l’offerente non vuole espiare una trasgressione, bensì vuole perfezionarsi e rendere partecipe il Signore ed il suo prossimo della propria gioia.

Nella categoria dei “shelamim” rientra l’offerta di ringraziamento “korban todà”. I Saggi hanno individuato quattro circostanze nelle quali le persone sono tenute a presentare un “korban todà”: quando si è sopravvissuti ad un viaggio nel deserto (o ad un viaggio pericoloso), ovvero alla prigione, oppure ad una malattia grave o, ancora, ad un viaggio per mare. L’importanza di questa offerta e la sua attualità sono avvalorate dal Midrash (Vaikrà Rabbà 9:7), che sostiene che in futuro non ci sarà più bisogno di offerte espiatorie perché Israele non peccherà più. Allora continueranno però ad essere presentate offerte di ringraziamento. Le offerte di ringraziamento sono quindi il cardine del servizio del prossimo Santuario e lo studio delle loro regole è un’importante occasione di preparazione per i tempi futuri oltre che di riparazione per il presente.

I Maestri hanno approfondito il concetto di ringraziamento rammentando che fu “Leà” la prima a ringraziare il Signore e lo fece in occasione della nascita del suo quarto figlio, cui pose il nome di “Jeudà”, che deriva dalla parola “hoda”, il cui significato è rendere omaggio (Gen.29,35). Il nome "Jeudà" è formato da cinque lettere. Quattro sono le lettere del nome del Signore, più la lettera “dalet” (valore numerico quattro) che secondo i Maestri esprime i quattro punti cardinali e quindi tutta la terra. “Jeudà” è colui che porterà il dominio di D-o su tutti punti cardinali poiché da lui discenderà il Messia. Sembra quindi che ringraziare sia un operazione da compiersi quando riceviamo qualche cosa in più rispetto a ciò che speravamo o abbiamo meritato.

La penultima benedizione della “Amidà”, che oggi sostituisce il sacrificio quotidiano, è la benedizione di “modim” (noi ti ringraziamo). Essa è l’unica per la quale l’officiante non può essere delegato dal pubblico: i Maestri hanno stabilito che mentre lo “shaliach zibbur” pronuncia tale benedizione il pubblico reciti il “modim derabbanan”, che è un’apposita formula di ringraziamento. Questo perché il ringraziamento deve necessariamente essere personale.

Quando noi sapremo ringraziare il Signore quotidianamente, perché avremo compreso che tutto quello che fa è sempre finalizzato al bene, allora saremo pronti ad aprire le porte al mondo futuro. In questo senso il dominio del Signore e persino il Suo Nome non saranno completi fino a che non ci sarà la redenzione finale. La redenzione, le cui radici si individuano nella nascita di “Jeudà”, progenitore del Re Messia, che nasce per un atto di umiltà, compiuto da “Leà” che ci ha insegnato a ringraziare il Signore.



Haftarà di Tzav
(estratto da Ger.7,21-9,23)

“ … non ho parlato ai vostri padri di olocausti o di sacrifici per comandare loro di offrirli. Questo è invece quello che ho comandato loro: - Date retta alla Mia voce ed Io sarò il vostro D-o, e voi sarete il Mio popolo; seguite la via che Io vi comanderò se volete avere bene.”

“ … ma essi non Mi hanno dato retta, non Mi hanno porto orecchio, si sono comportati con testardaggine, hanno fatto ancora peggio dei loro padri.”

“ … gli abitanti della Giudea hanno fatto ciò che a me dispiace, detto del Signore, ed hanno messo le loro abbominazioni nella casa che porta il Mio nome e l’hanno resa impura.”

“Ed Io farò cessare dalle città della Giudea e dalle strade di Gerusalemme ogni voce di gioia e di giubilo, ogni voce di sposo e di sposa, e tutto il paese sarà desolato.
In quel giorno, detto del Signore, si trarranno fuori dai loro sepolcri le ossa dei re e dei principi di Giuda, le ossa dei profeti e degli abitanti di Gerusalemme. E saranno esposte al sole, alla luna e a tutti gli astri del cielo, … “

domenica 10 marzo 2013

Vaikrà

(Le.1,1-5,26)

“E chiamò”, con queste parole inizia il terzo libro della Torà, il Levitico. Il libro è formato da una sequenza di gruppi di capitoli che trattano argomenti che sono in successione logica coordinata e che in gran parte interessano i sacerdoti appartenenti alla tribù di Levi:

a) I capitoli da uno sette trattano dei vari tipi di sacrifici che sono l’olocausto, il sacrificio incruento o oblazione, il sacrificio pacifico o di contentezza, il sacrificio di espiazione, il sacrificio di riparazione.

b) I capitoli da otto a dieci riguardano l’inizio del culto e quindi la consacrazione degli arredi sacri, dell’altare e dei sacerdoti e narrano anche dei primi sacrifici e dell’errore commesso da Nadab e Abiu, figli di Aron, nell’offerta dell’incenso.

c) I capitoli da undici a quindici trattano delle leggi della purità sia degli animali, sia delle azioni e di alcuni stati particolari della vita e danno le norme per la purificazione e la riammissione al cerimoniale di culto della comunità.

d) Il capitolo sedici è dedicato al rituale del giorno dell’espiazione.

e) I capitoli da diciassette a ventisei trattano delle leggi di santità e contengono prescrizioni riguardanti il Santuario, prescrizioni morali, prescrizioni rituali, in gran parte riguardanti i sacerdoti, e poi prescrizioni liturgiche con le date delle feste religiose.

f) Il capitolo ventisette infine reca prescrizioni riguardanti i voti e indica la misura delle tariffe e dei riscatti.

La nostra parashà dunque inizia con il compiere l’elencazione e la descrizione dei vari tipi di sacrifici da presentarsi al Santuario, che potevano essere:

a) di olocausto e quindi consistenti in animali da ardersi completamente in offerta al Signore;

b) di oblazione, che consistevano in offerte non cruente e di tipo farinaceo non fermentato, delle quali una parte veniva arsa in offerta al Signore e la rimanente era di appartenenza di Aron e dei suoi figli;

c) “shelamim”, pacifico o di contentezza che consisteva nell’ardere in offerta al Signore il grasso, la coda, le interiora, i reni, la rete del fegato;

d) “chattat”, di espiazione per una mancanza commessa inavvertitamente, che avveniva, come per il sacrificio di contentezza, con l’arsura del grasso e delle altre parti , ma in più prevedeva l’arsura del resto della carcassa da compiersi in un luogo puro fuori dal campo;

e) “asham”, di riparazione o di pentimento per essersi contaminati con impurità, o per aver contravvenuto ad un giuramento, o aver defraudato il prossimo, o aver commesso una rapina, che poteva essere cruento, con aspersione del sangue intorno all’altare dei sacrifici, o non cruento, come per l’oblazione, a seconda del tipo e della gravità del peccato commesso.

La parola “korban” è usualmente tradotta in italiano con il termine “sacrificio”, che esprime l’atto con il quale ci priviamo di qualcosa e sottintende una sofferenza che questa privazione provoca all’offerente. Analogamente il termine usato in italiano per tradurre la parola “teshuvà” è “pentimento”, e anche questo termine sottintende uno stato di sofferenza per avere avuto comportamenti giudicati, con il senno di poi, non più condivisibil . Ora è bene puntualizzare che i concetti di “sacrificio” e “pentimento”, espressi dai due termini in italiano, sono estranei allo spirito della “Torà”.

“Korban” e “Teshuvà” esprimono infatti, rispettivamente, il desiderio di riavvicinamento ed il ritorno al Signore. I due termini pertanto non assumono una connotazione negativa che si prefigga di umiliare l’individuo ed i suoi comportamenti per rimarcarne la pochezza rispetto alla grandezza del Signore, bensì si propongono, in modo positivo, di esaltare l’aspirazione ed il ritorno dell’essere umano all’essenza divina dalla quale egli proviene.

Soffermandoci ora sull’aspirazione umana al ritorno verso la santità, resta da comprendere la funzione del “Korban” , che è l’atto materiale e concreto con il quale l’offerente manifesta il suo desiderio e la sua volontà di ritorno alla santità. Ci si può chiedere per quale motivo questo atto materiale sia ritenuto necessario e perché non sia invece giudicato sufficiente l’intimo convincimento e il desiderio del ritorno ad una condizione di condivisione della santità.

Segnalo al proposito la citazione riportata da Rav Jonathan Pacifici nel suo commento a questa parashà redatto nell’anno 5760. Il “Sefer Hachinuch”, cioè il “Libro della formazione”, che è un trattato attribuito a Aharon Halevi di Barcellona di commento alle 613 “mitzvot”, ed a cui è caro il principio secondo il quale “i cuori vanno appresso alle azioni”, spiega che il processo del ritorno al Signore, come ogni altra cosa nella “Torà” non può rimanere fondato solamente sul piano delle idee perché queste, come tali, sono volatili: solo l’azione riesce ad incidere nel cuore dell’uomo tracciando la retta via.

Assodata quindi la necessità di un’azione concreta che esprima il desiderio del ritorno alla santità, resta da capire perché questa azione debba consistere nel sacrificio di un animale. Sempre il “Sefer Hachinuch” spiega che il corpo dell’essere umano e quello degli animali sono in pratica equivalenti e che è la ragione l’elemento che distingue l’essere umano dall’animale:

”…siccome il corpo dell’essere umano esce dalla categoria della ragione nel momento della trasgressione, egli deve sapere che entra in quel momento nella categoria degli animali … e per questo è stato comandato di prendere un pezzo di carne come lui e di portarlo nel luogo scelto per l’elevazione della ragione e cancellare il suo ricordo … affinché disegni nel suo cuore con forza che la sua questione di un corpo senza ragione è cancellata ed annullata completamente, e gioisca nella sua parte di anima raziocinante che gli ha concesso e che essa esiste per sempre.”

Per comprendere appieno la “mitzva” del sacrificio animale è da tener presente che, dopo il diluvio, fu consentito al genere umano di nutrirsi di alcuni animali “kasher”, alla stregua dei prodotti vegetali della terra, sicché gli animale allevati dall’uomo furono considerati come un “raccolto” alla pari dei prodotti della terra, necessario al sostentamento e disponibile per l’offerta al Signore.

Il “Sefer Hachinuch” afferma la coincidenza dell’anima umana con la sua capacità di discernimento. In particolare la volontà umana “razon” assume rilevanza nell’ambito delle “Karbanot” in quanto tendente al conseguimento della pacificazione. Con questo ultimo passaggio quindi il “Korban” viene identificato come lo strumento per la pacificazione tra l’uomo e il Signore.

Questo naturalmente finché è esistito il Tempio. La distruzione del Tempio ad opera dei Romani nel 70 e.v. ha reso tecnicamente impossibili i sacrifici, giacché la “Torà” imponeva che questo fosse l’unico luogo in cui fosse possibile effettuarli. Da allora il sacrificio è stato sostituito dalla preghiera, quale concreta manifestazione del desiderio di ritorno alla santità.



Haftarà di Vaikrà
(estratto da Is.43,21-44,23)

“Il tuo antico padre ha peccato, e coloro che intercedono per te hanno mancato verso di Me. Ed Io ho reso profani i principi consacrati, ed ho abbandonato Giacobbe alla distruzione ed Israele agli oltraggi.”

“Ricorda questo, Giacobbe, ricordalo Israele, perché tu sei Mio servo; ti ho creato perché sia Mio servo, Israele, non dimenticarti di Me. Io annullo le tue mancanze come una nube, annullo i tuoi peccati come il fumo; ritorna a Me perché Io ti salvo. Cantate, o cieli, perché il Signore ha compiuto prodigi, innalzate grida di gioia, o terre, situate in basso, prorompete in canto, monti, selve e loro alberi, perché il Signore redime Giacobbe e si mostra glorioso con quello che fa in Israele.”