mercoledì 22 settembre 2010

vedere oltre la morte


La morte è l’evento ineluttabile che pone fine alla vita biologica di tutte le creature. Molti animali percepiscono il suo avvicinarsi e ad essa si preparano appartandosi e scegliendo il luogo dove l’incontro avverrà. Anche alcune popolazioni umane, che l’uomo proggredito definisce primitive, hanno mantenuto questa sensibilità.
L’uomo civilizzato, invece, ha perso quasi del tutto questa capacità. Egli è ormai abituato a basare le proprie opinioni e le proprie azioni esclusivamente sul suo patrimonio razionale e va sempre più perdendo le facoltà di intuizione.
Egli si ritiene proggredito perché possiede e controlla strumenti che coltivano il suo senso di onnipotenza e di superiorità. In realtà, man mano che va acquisendo, rafforzando ed ampliando le proprie conoscenze tecniche, scientifiche, e conseguentemente il proprio benessere materiale, egli va, di pari passo, inaridendosi e perdendo la sensibilità percettiva dei fenomeni che regolano il funzionamento della natura e delle interrelazioni con essa e con gli esseri viventi, in generale, e con i propri simili, in particolare. Per garantire la propria onnipotenza egli tende ad occultare quei fenomeni che sfuggono ancora alle sue possibilità di intervento e di controllo e che per questo motivo generano in lui insicurezza e paura.
La morte è un evento che l’uomo civilizzato non metabolizza correttamente, è per lui un evento che genera incertezza e paura per l’incognito che è oltre di essa.
Egli tenta di aggirare il problema, mettendo a punto sistemi per prolungare la vita. Il suo sogno è sconfiggere la morte e raggiungere l’eternità.
Eppure la morte è un evento normale, che ha la stessa frequenza dell’altro evento, che è la nascita. Sono i due eventi che segnano l’arrivo e la partenza dal nostro mondo terreno.
Quest’uomo abituato ormai a credere solamente in ciò che vede o che è dimostrato razionalmente, ha difficoltà ad accettare credenze religiose, come l’esistenza dell’anima o l’eternità.
Questa difficoltà è dovuta proprio al mancato esercizio dell’intuizione.
L’intuizione, insieme alla fisicità, al sentimento ed al raziocinio, è una delle quattro caratteristiche peculiari dell’essere umano, che lo caratterizzano in un mix, che ha vario dosaggio da individuo ad individuo. Perdere l’intuizione significa perdere la capacità di volare. Significa perdere la fisica quantistica. Significa perdere il patrimonio scientifico di Nicola Tesla. Significa non capire Dio.
E’ l’intuizione che ci fa cogliere il senso della morte e dell’anima.
Il concetto ebraico di “anima” mi sembra bene sintetizzato dal capitolo “Neshamàh” del libro di Arthur Green “These Are the Words”, che qui di seguito richiamo con l’aggiunta di alcune mie osservazioni.
Il testo inizia dicendo che neshamàh è la parola comunemente usata nella lingua ebraica per “anima”. Essa fa riferimento alla qualità essenziale dell’individuo, la sua più vera identità. In yiddish “a gute neshomeh” indica “una persona di buon cuore”, “a teyere neshomeh” è un’anima bella, una persona dalla sensibilità non comune o di eccezionale pietà.
Secondo queste definizioni l’anima è identificata con l’”indole”, la naturale inclinazione di ogni individuo ad agire ed a reagire secondo proprie peculiari modalità. Quindi questa è la definizione di “come” è un’anima e non di “cosa” è l’anima.
Il testo prosegue affermando che nella Bibbia non vi è un concetto chiaro dell’anima come qualcosa distinta dal corpo. La parola neshamàh in realtà significa “respiro”, sostantivo derivato da n-sh-m “respirare”. Viene usata per la prima volta in Genesi 2:7, quando D-o “ispirò il soffio della vita (nishmàt chayyìm) nelle narici di Adamo. Essa venne perciò ad indicare “la forza vitale” o “lo spirito che dà vita” nei diversi contesti biblici.
Siamo arrivati ad una prima definizione di anima intesa come soffio vitale, qualcosa che serve a far vivere il corpo, ma non si dice ancora se l’anima abbia o possa avere una propria identità ove prescinda dall’unione con il corpo.
Nell’epoca rabbinica, prosegue il Green, in parte sotto l’influsso ellenistico, l’ebraismo sviluppò un concetto completo di anima. La neshamàh, un dono restituito giornalmente dall’”alto”, è inviata da Dio a dimorare nel corpo, la cui origine è terrena. Una preghiera recitata quotidianamente afferma la purezza originaria di ogni anima e dichiara che un giorno Dio la riprenderà e così terminerà la vita. Ma quella stessa preghiera afferma che l’anima sarà restituita quando i morti risorgeranno alla fine dei tempi. I rabbini credono che ogni anima sia contemporaneamente unica ed eterna. Tra la morte e la resurrezione (dopo un periodo di purificazione della durata di un anno, reso necessario se si è peccato) l’anima dimora nel “Giardino dell’Eden”, dove D-o si reca ogni sera “per trarre gioia dalle anime dei giusti”.
Neshamàh si alterna, nelle prime fonti, con altri due termini che indicano l’anima: néfesh, che significa “sé”, e rùach o “spirito”. Infine néfesh, rùach e neshamàh (che talvolta nella letteratura vengono raggruppate nell’acronimo NaRaN) finirono per essere considerate come tre dimensioni o “livelli” dell’anima. Nel Medioevo quest’idea venne collegata alle varie teorie neoplatoniche o aristoteliche della tripartizione dell’anima, con néfesh a rappresentare l’anima inferiore, seguita da rùach e da neshamàh.
I qabbalisti consideravano l’anima come una reale “parte del Dio superno”; ciò che Dio soffia in Adamo è la presenza del Sé divino. Niente di ciò che gli uomini possono fare sarà in grado di sradicare questa Presenza divina dai più profondi recessi del cuore di ciascun individuo. Alcune fonti cercano di limitare il possesso della neshamàh, o anima divina, agli ebrei, ma ciò è incompatibile con la fede in un’unica universale discendenza da Adamo ed Eva e pertanto contraddice gli insegnamenti basilari dell’ebraismo (tzélem Elohìm).
Con questa visione qabbalistica, quindi, l’anima lascia la posizione di subordine strumentale rispetto al corpo che la ospita, verso cui espleta un compito che ne consente la vita, quasi fosse il carburante necessario al funzionamento di una macchina, e diviene, invece, sede dell’identità dell’individuo, la cui vita corporea viene ora a connotarsi come una frazione temporale finita di un’esistenza che in quanto “parte del Dio superno” ha il connotato dell’eternità.

“…. in questo luogo avviene una modificazione divina: il Signore sottrae dal corpo mortale l'essenza spirituale, liberando il fanciullo lieto e leggero dal suo involucro pesante. Affinchè il fanciullo non vaghi e smarrisca, egli è condotto dal Signore nel guado purificatore e giunge all'altra sponda.”

Tutto questo è il frutto di credenze religiose, formatesi nei secoli, frutto di meditazioni ed esperienze di molte generazioni di nostri antenati, dotate di un livello intellettivo notevole e molto spesso superiore al nostro, per una questione, direi, di dimestichezza all’esercizio delle proprie facoltà. La dimensione intellettuale dei nostri progenitori non deve assolutamente valutarsi in proporzione agli sviluppi del progresso tecnologico o scientifico. La ricchezza del patrimonio intellettivo degli antenati più remoti è più facilmente percepibile dai componimenti poetici, che esprimono sentimenti immediatamente percepibili e che ci fanno sentire i loro autori così simili e vicini a noi.
Per potere rispondere alla domanda “cosa c’è dopo la morte?” dovremo usare, non il procedimento della dimostrazione, perché siamo al di fuori dell’ambito sperimentale dei fatti sensibili, bensì quello della verifica, che partendo dall’assunzione per vero degli asserti religiosi, ricerchi indizi sperimentali che risultino ad essi coerenti.
Ma questo fanciullo, chiede l’uomo razionale, esiste veramente? Quali prove abbiamo dell’esistenza dell’anima? Cosa c’è dopo la morte?
L’uomo razionale è scettico riguardo alla possibilità che possa esistere ancora qualcosa quando il cuore del nostro corpo ha cessato di pulsare.
Egli, si badi bene, non è agnostico per partito preso, anzi è sensibile a queste problematiche ultraterrene. E’ una persona di cultura medio-alta alla quale piace discutere di questi argomenti durante le pause delle sue usuali attività quotidiane. Ritiene però di dimostrare la prorpia saggezza con il mantenere sempre un atteggiamento di razionalità scientifica. Per lui è vero solo ciò che può essere scientificamente dimostrato o sperimentalmente verificato.
Ho vissuto personalmente l’esperienza di pre–morte, N.D.E. (Near Death Experience), sigla coniata dallo psichiata Raymond A. Moody.
Lo psichiatra, a seguito di una ricerca effettuata su alcune centinaia di persone dichiarate "clinicamente" morte per brevi periodi (ore o minuti) e ritornate alla vita, ha accertato, grazie ai loro racconti, una sequenza di fasi, analoghe pressoché in tutti i pazienti, che venivano riferite in modo associato o parzialmente o totalmente:
• la separazione dal proprio corpo;
• la capacità di guardarlo dall’esterno, dall’alto (autofania, visione del proprio doppio)
• la sensazione di pace e benessere più assoluti;
• il tunnel, o passaggio;
• l’incontro con esseri sconosciuti, a volte persone care;
• la visione di un "Essere di luce";
• l’esame di tutta la propria vita con particolare riguardo agli aspetti negativi
• la difficoltà a proseguire nel viaggio;
• il desiderio di rimanere;
• il ritorno alla vita con la volontà di approfondire la propria conoscenza e fratellanza
I racconti più sorprendenti, scientificamente parlando, riguardavano i riferimenti al soccorso medico cui, loro stessi, avevano assistito mentre si trovavano "fuori dal proprio corpo" pur essendo questo, adagiato in un letto d’ospedale.

Nel mio caso l’esperienza avvenne in occasione di un intervento chirurgico, cui fui sottoposto in anestesia totale all’età di ventuno anni. Durante l’intervento qualcosa non andò secondo le previsioni e sentii le voci di chirurgo ed anestesista dialogare in modo serrato e con tono di seria tensione. La palpebra mi venne sollevata più volte in questa fase concitata.
D’un tratto mi ritrovai fuori dal mio corpo, all’altezza del soffitto della stanza, e da lì osservavo, con un certo interesse, me stesso e cosa mi stessero facendo, con uno stato d’animo non di preoccupazione ma di semplice curiosità. Mi accorsi di non avere peso e percepivo che la mia individualità aveva una dimensione inferiore a quella del corpo che avevo abbandonato ed una forma diversa , come fosse una testa con qualcosa dietro. Mi sentivo straordinariamente felice, come mai ero stato, e cominciai a guardarmi intorno e vidi un’apertura in una parete della stanza , forse il sopraluce dischiuso di una porta, e decisi di andarmene perché quello che avveniva nella stanza ormai mi annoiava ed io provavo un grande desiderio di esplorare il luogo dove mi trovavo. Avevo appena iniziato il mio percorso di uscita quando sentii turbinare un violento risucchio, come un gorgo di un lavandino cui si sia tolto il tappo. Quasi istantaneamente mi ritrovai, con un certo disappunto, nuovamente all’interno del mio corpo. La mia esperienza era terminata quindi alla quarta fase delle dieci elencate dal Dott. Moody. Appena mi fu possibile chiesi al mio chirurgo se c’era stato qualche imprevisto durante l’intervento, accennando genericamente ad una sensazione che avevo avvertito, ma la risposta fu negativa.
Sono consapevole che la mia esperienza non costituisce una prova che quanto ho avvertito sia realmente accaduto e sono anche consapevole che un critico razionalista potrebbe imputare le mie sensazioni all’effetto delle sostanze anestetiche.
Ma io stesso ho affermato che in questo settore border-line non possono esserci prove ma indizi e nel mio caso gli indizi sono perfettamente allineati con le affermazioni della religione in cui credo ed inoltre l’esperienza vissuta mi ha fatto percepire la morte come evento di gioia e non di dolore.

martedì 15 giugno 2010

il libro di daniele

Il libro di Daniele è contenuto nella parte del Tanàkh, che porta il nome di "Ketuvim" , Agiografi. E' composto da dodici capitoli, scritti - il primo e gli ultimi cinque - in ebraico, mentre gli altri sono in aramaico ad eccezione del capitolo terzo originariamente scritto in greco. Daniele venne deportato giovinetto dalla Giudea a Babilonia e i primi sei capitoli del libro narrano le vicende da lui vissute nell'esilio (587-538 a.C.). Era costume allora, come lo è ancora adesso, che il vincitore depredasse il vinto delle sue ricchezze, che erano non solo i beni materiali, ma anche l'elite culturale nelle arti e nelle scienze ed ancora la sua forza lavoro specializzata, in particolare i fabbri, tanto necessari per la forgiatura delle armi.


Tutto questo capitò alla Giudea vinta dal babilonese Nabucodonosor. La fede nel Signore e l'osservanza degli insegnamenti della Torah consentirono a Daniele ed al suo popolo di mantenere la propria identità nell'esilio e fino al ritorno alla loro terra. Nei primi sei capitoli si narrano le vicende di Daniele a Babilonia, da quando egli vi giunse e fu affidato ad Ashpenaz, capo degli eunuchi, affinché lo preparasse per essere ammesso al palazzo del re. Il capo degli eunuchi gli cambiò il nome da Daniele a Belsciatsar, che significa Bel protegge la tua vita, gli insegnò la lingua e gli usi dei Caldei e lo istruì per la vita a palazzo. Forse nella preparazione alla vita di palazzo era anche la sterilizzazione, come farebbe pensare la figura preposta del capo degli eunuchi e l'assenza nel libro di Daniele di rapporti con figure femminili, nonché la sua imperturbabilità, scevra da manifestazioni di umana passione.


In questi primi capitoli sono gli episodi della fornace ardente, lo scioglimento degli enigmi posti dai sogni del sovrano, la rapida ascesa nella gerarchia amministrativa del regno, il complotto dei cortigiani gelosi e la condanna inflitta alla fossa dei leoni. Ci sono tutte le possibili vicende della vita di un alto funzionario di Stato: la sua ascesa, il lievitare delle invidie, il complotto, l'ingiusta condanna, il rispetto ricevuto dalle belve e non dagli uomini, la riabilitazione. Sono vicende umane, senza tempo, sempre attuali, alle quali anche noi abbiamo assistito.I capitoli dal 7 al 12, scritti in epoca più tarda da altri autori (come il Deutero Isaia e il Terzo Isaia) sono invece caratterizzati da una serie di visioni, che assumono una crescente connotazione apocalittica, fino a raggiungere il culmine al capitolo 12, dove son trattati i temi della resurrezione e degli ultimi tempi. I contenuti profetici del libro sono stati e sono tuttora ampiamente discussi da biblisti di varie religioni, che hanno prodotto nel tempo interpretazioni e collocazioni temporali degli avvenimenti profetizzati. Il libro si presta alla molteplicità interpretativa, non solo per i suoi contenuti, laddove narra di avvenimenti futuri e conclusivi per l'umanità, ma anche per lo stile letterario con il quale l'autore insinua ambiguità e parametri numerici. Ricordiamoci che l'ambiente in cui Daniele vive è Babilonia, e ricordiamo anche che a corte era d'uso, come intrattenimento colto e sapiente, porre e sciogliere indovinelli e che quindi una prosa ermetica, che stimolasse la possibilità di varie interpretazioni, risultava particolarmente apprezzata. Non è mio desiderio cimentarmi in esercizi di decriptazione delle profezie per tentare di definirne la collocazione temporale e svelare la data della fine del mondo. Voglio invece trovare nelle profezie di questo capitolo conclusivo di Daniele un messaggio rivolto alla mia individualità, un messaggio dove io possa reperire l'indicazione della via da percorrere nel tramonto della vita e che lasci intravedere cosa è oltre. Come ho fatto in altre occasioni nel percorrere le pagine del Libro, apro il mio cuore e lascio che le parole entrino e comincino a pulsare, mi affido a loro e ascolto. I nodi, allora, si allentano e si sciolgono e comincio a sentire, comincio a capire il messaggio di amore che, dolcemente, come profumo di un fiore odoroso, progressivamente mi avvolge. E allora, quando l'Angelo dice a Daniele "Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si desteranno ... " , io ascolto e sento che, quando la mia vita volgerà al tramonto e verso la conclusione, potrò destarmi, e veder la via segnata dal Signore e sarò parte dei molti, oppure potrò non destarmi ed essere parte degli altri. Potrò destarmi ed aver seguìto la via del Signore e sarò parte de "gli uni per la vita eterna" , potrò destarmi e non aver seguìto la via del Signore e sarò parte de "gli altri per l'obbrobrio, per un'eterna infamia". Non sono condanne queste, impartite da una Divinità onnipotente ad un uomo vittima inerme: costituiscono invece l'inevitabile punto di arrivo dei percorsi diversi, che l'uomo ha consapevolmente scelto di seguire. "E tu, o Daniele, tieni segrete queste parole e sigilla il libro fino al tempo della fine;": queste parole conserverò nel mio cuore, non le disperderò e le porterò con me fino al giorno della mia dipartita. "Molti andranno cercando attentamente e aumenterà la conoscenza", queste parole sono riferite all'umanità in generale e possono interpretarsi come espresso dal Rav Dario Disegni "allora molti lo studieranno e aumenterà la conoscenza, quando si constaterà che anche le persecuzioni finiscono col trionfo dei giusti e apparirà che tutto si risolve per mano della provvidenza." Mi piace però pensare che anche a questa frase, che riguarda l'umanità, possa applicarsi un'interpretazione simile a quella che io percepisco per me stesso: "Molti uomini cercheranno in sé stessi la verità ed arriveranno a percepire la consapevolezza della conoscenza". "Ma io, Daniele, guardavo ed ecco due altri uomini che stavano in piedi, uno sulla sponda di un fiume e l'altro sull'altra sponda. E disse uno di loro a quell'uomo vestito di lino, che stava al di sopra delle acque del fiume: - Quando sarà la fine di queste cose portentose?-" : al termine del mio cammino terreno giungerò alla sponda di un fiume, il trapasso avverrà durante il guado del fiume, al di là sarà l'altra sponda, limite del luogo ove risiederà la mia essenza. Il fiume è luogo riservato al Signore ed è presidiato dagli angeli perché in questo luogo avviene una modificazione divina: il Signore sottrae dal corpo mortale l'essenza spirituale, liberando il fanciullo lieto e leggero dal suo involucro pesante. Affinchè il fanciullo non vaghi e smarrisca, egli è condotto dal Signore nel guado purificatore e giunge all'altra sponda.


"Il Signore è il mio Pastore, nulla mi manca. Su verdi prati mi farà riposare, mi guiderà lungo acque tranquille. Egli ristorerà la mia anima, mi condurrà per retti sentieri, in grazia del Suo nome. Anche se dovessi andare nella valle dell'ombra della morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me; la Tua verga ed il Tuo bastone mi danno conforto. (Salmo 23, 1-4)" Seguono le enunciazioni dei parametri numerici che collocano la fine dei tempi. Queste enunciazioni ermetiche sono variamente interpretabili. Sono interpretazioni che, se compiute da falsi profeti o da ciarlatani, possono creare uno stato di tensione emotiva nei loro seguaci sul quale basare il carisma necessario a condizionarne i comportamenti. A mio parere non è questa la conclusione del libro di Daniele. Non è nei numeri che è definita la fine dei tempi, non è nei calcoli di una data impossibile da calcolare, semplicemente perchè non è una sola data, ma è un'infinità di date: una per ogni uomo, perché ogni uomo ha la sua fine dei tempi. Perciò il libro conclude con le ultime parole che il Signore rivolge a Daniele: "Ma tu va' e attendi la fine e riposa e ti leverai a ricevere la tua parte di eredità alla fine dei giorni". E' un messaggio rassicurante: "Non cercare di leggere il futuro ma sii fiducioso nel Signore e , nel rispetto dei Suoi precetti, serenamente aspetta il compimento della tua vita terrena. Così la tua essenza riceverà la mia eredità: consapevolezza di amore e giustizia".

giovedì 10 giugno 2010

olocausto: si poteva fermare?



Padre Desbois ha dedicato la sua attività di questi ultimi anni alla ricerca della storia nascosta dell'eccidio di migliaia e migliaia di ebrei in piccoli borghi e foreste dell'Ucraina e di tutta l'Europa Orientale. E' stato premiato da Yad Va-shem e ultimamente l'Università di Bar-Ilan, a Ramat-Gan, gli ha assegnato una laurea honoris causa.

Il 18 gennaio scorso, presso l’Università Gregoriana alla presenza di una delegazione del Gran Rabbinato di Israele e di una numerosa rappresentanza diplomatica internazionale, Padre Patrick Desbois ha proceduto alla lettura pubblica del tema “The Holocaust by Bullets”, l’olocausto con le pallottole.
L’attività di Padre Desbois si è svolta in Ucraina, partendo dai luoghi ove suo padre era stato prigioniero durante il conflitto mondiale. Sono state individuate, da lui e dai suoi collaboratori, fosse comuni con i resti di un eccidio di proporzioni superiori ad ogni previsione. Fin’ora le fosse comuni in Ucraina sono oltre settecento e si calcola che i cadaveri contenuti siano almeno un milione e mezzo. L’opera di Padre Desbois consente la scoperta dei luoghi e delle dimensioni dell’eccidio, ma non potrà arrivare all’individuazione delle singole persone trucidate ed alla compilazione delle liste dei loro nomi. Non ci sarà la prova della morte di ogni singolo individuo e del luogo ove è avvenuta.
Sono in vita ancora gli ultimi testimoni della strage, le ultime persone che potranno dire “ricordo che la fossa iniziava qui, andava per di là e finiva laggiù”. Tra qualche hanno non ci sarà più nessuno a fornire testimonianza.



Poi ci sono le domande, quelle fatte ai testimoni : “Perché non ne avete mai parlato prima?”, domanda che non è una domanda, perché la risposta vera, nell’intimo, la sanno tutti.
Le risposte date completano l’ipocrisia : “Perché nessuno me l’ha chiesto!”
Poi c’è la domanda chiave, quella che si colloca nell’ambito dell’argomento di attualità: “Si poteva fare qualcosa per impedire o fermare l’olocausto?” e pare vogliano dire: “Ma Pio XII poteva fare qualcosa per fermare l’olocausto, o lo potevano fare le nazioni alleate in guerra contro le potenze dell’Asse?” .
Le verità sono a volte amare, a volte impietose, a volte feroci ed urticanti.
Qualcuno all’epoca ha fatto qualcosa, è esistito un Paese nella sfera d’influenza della Germania nazista dove il rastrellamento e la deportazione, pur ordinati da Berlino, non sono riusciti; dove neanche un ebreo di quella nazione è stato ceduto alla macchina dello sterminio.
Una storia sconosciuta, avvenuta in un Paese lontano: la Bulgaria. Tra le poche tracce che ne restano, due brevi comunicati radio.
Il primo è di Radio Berlino, che il 20 maggio 1943 annunciava, con burocratica sicurezza, l'imminente deportazione dei ventimila ebrei di Sofia, una delle tante tappe previste nella “Endloesung der Judenfrage”, la “soluzione finale del problema ebraico” decisa l'anno prima nella villa a Wannsee.
Il secondo è della Bbc. Il 24 maggio, il suo servizio internazionale informava di una manifestazione di protesta a Sofia. Migliaia di persone in piazza avevano impedito la partenza dei convogli nazisti. La deportazione non aveva avuto luogo. Una ribellione, in un Paese occupato, nell'angolo più sperduto della guerra, seguiva di un mese l'insurrezione del ghetto di Varsavia. Poi, però, non si seppe più nulla.
A maggio i nazisti ordinarono ai 20 mila ebrei di Sofia di presentarsi alla stazione il 24 maggio, giorno di Cirillo e Metodio, inventori dell'alfabeto cirillico, festa nazionale.
Ma nella Bulgaria già da qualche mese qualcosa stava cambiando. Dimitar Peshev era vicepresidente del Parlamento bulgaro e già nel marzo del 1943, informato della imminente deportazione di 48.000 ebrei bulgari, si era adoperato affinché re Boris III ed il governo disponessero la sospensione dei treni per Auschwitz.



Il 24 maggio, a Sofia, successe un evento unico in tutta Europa. A gruppi, gli ebrei cominciarono a manifestare. Alcuni si recarono alla grande sinagoga, altri a quella del quartiere popolare di Yuchbunar, dove il rabbino promosse una manifestazione. Venne deciso di marciare verso il palazzo reale. Partirono in poche centinaia, ma dalle case di Sofia molti cominciarono a scendere in strada. I manifestanti divennero migliaia, i gruppi comunisti clandestini tra i più attivi. La stazione venne presidiata, mentre il corteo affrontava la polizia e gli attoniti ufficiali delle SS. Ci furono 400 arresti, ma i treni rimasero vuoti. Il governo autorizzò solamente lo sfollamento degli ebrei dalla capitale verso le campagne.
I responsabili dell’operazione comunicarono a Himmler che “i bulgari mancano della illuminazione ideologica dei tedeschi. Vivendo da troppo tempo con armeni, greci e zingari, il popolo bulgaro non vede nell'ebreo difetti che giustifichino misure speciali contro di lui”.
Nei mesi successivi continuarono a riferire a Berlino che anche nelle campagne gli ebrei erano “ben accolti” e che “non c'era nulla da fare”. Nell'agosto del 1944, con l'avvicinarsi dell'Armata Rossa, le leggi antisemite vennero revocate: alla fine della guerra non un solo ebreo bulgaro era stato deportato.
L’episodio dimostra che qualcosa poteva farsi, ma non da parte di qualcuno che doveva venire da fuori, ma da parte del popolo tutto che avrebbe potuto proteggere la comunità dei propri ebrei.. Che lezione la piccola Bulgaria ha dato a tutta Europa!
Se si vuole veramente qualcosa si deve agire e rischiare, ma le nazioni civili non l’hanno fatto e non solo per codardia, ma perché non hanno voluto farlo. Questa è la risposta urticante all’ipocrisia di una domanda tendente alla liberazione da responsabilità!
Riporto al proposito la recensione del libro “Perché l'olocausto non fu fermato. Europa e America di fronte all'orrore nazista” di Theodore S. Hamerow, i cui contenuti sono in linea con quanto ho appena detto.
“E' ormai noto che la notizia dello sterminio sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti circolava in Europa e negli Stati Uniti fin dal 1942. Eppure ci vollero tre lunghi anni prima che si ponesse fine alla barbarie del genocidio. Nel frattempo, nessuna azione militare specificamente finalizzata a sabotare la macchina nazista dell'orrore. Nessuna iniziativa diplomatica esplicitamente rivolta a fermare la mano degli aguzzini. Anzi, l'accoglienza di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania fu resa ancor più difficile e le porte delle frontiere si chiusero per loro quasi ermeticamente. Perché? Theodore Hamerow fornisce a questo inquietante interrogativo storico una risposta sgradevole ma molto precisa: l'Olocausto non fu fermato prima perché anche le democrazie occidentali furono percorse al loro interno da una fortissima ondata di antisemitismo, che impedì ai governi di prendere misure concrete in soccorso degli ebrei. Perfino negli Stati Uniti, si tentò di far passare le notizie sullo sterminio per semplice propaganda e la questione ebraica come un problema locale. Frutto di un vastissimo lavoro d'archivio, il libro di Hamerow documenta per la prima volta in modo sistematico perché l'Occidente lasciò mano libera alla follia omicida nazista. Con una conclusione amara: pur sconfitto, Hitler in un certo senso ha vinto perché è riuscito a spazzare via gli ebrei dall'Europa.”

domenica 25 ottobre 2009

elimina la violenza!


Le parole della Torah sono la storia del mondo, la poesia, le regole morali, la religione. Ma tutto questo non riguarda solamente il mondo esterno a noi, ma comprende anche la nostra individualità, è la nostra storia, la nostra poesia, le nostre regole morali, la nostra religione. Dobbiamo ritrovare tutto questo all'interno di noi stessi ogni volta che leggiamo con gli occhi ed assorbiamo nell'anima le parole della Torah.
La parashah Noach contiene un episodio infisso da sempre nel nostro patrimonio culturale e religioso, come un racconto leggendario, terribile e meraviglioso: il diluvio universale.
Tentiamo una lettura intimistica di questo episodio, dovremmo cercare dentro di noi, nel nostro vissuto, o nelle nostre aspirazioni, se c'è un diluvio universale nostro, personale.

ויאמר אלהים לנח קץ כל בשר בא לפני כי מלאה הארץ חמס מפנניהם והנני משחיתם את הארץ
D-o disse a Noè: "Ho decretato la fine di tutte le creature, perché per esse la terra è piena di violenza; ed Io le distruggerò con la terra stessa.
(Bereshit 6, 13)


Arriva un momento della vita in cui si desidera "fare bilanci", esaminare retrospettivamente le nostre azioni, le nostre esperienze, le relazioni con gli altri, e poi, via via, i nostri desideri, i nostri risultati, gli insuccessi, le loro cause, le soddisfazioni, ... si anche queste vanno riconosciute, perché il nostro bilancio dovrà tentare di essere obiettivo, riconoscendo anche quello che abbiamo avuto. In questo momento verranno i nodi al pettine. Cominceremo con l'avvertire un senso di disagio, ad intuire un malessere, senza capire inizialmente cosa sia. A questo punto dovremo insistere perchè, se riusciremo ad estrarre e portare alla luce i nostri veri desideri le nostre aspirazioni profonde, le radici della nostra esistenza, liberandoci da tutto ciò che è stato sovrapposto dagli altri e che ci ha soffocati sin dal formarsi della nostra vita, allora a questo punto saremo pronti per vivere responsabilmente.
Questa è la ricerca della violenza che è in noi, fatta e ricevuta. Questa violenza dovrà essere eliminata.


ויאמר יי יי לנח בא אתה וכל ביתך אל התבה כי אתך ראיתי צדייק לפני בדור הזה
Il Signore disse a Noè: "Entra nell'arca tu con tutta la tua famiglia, poiché te ho veduto giusto dinanzi a Me in questa generazione.
(Bereshit 7, 1)

וימח את כל היקום אשר על פני הארמה מאדם עד בהמה עד רמש ועד עוף השמים וימחו מן הארץ וישאר אך נח ואשר אתו בתבה
Il Signore distrusse ogni essere che era sulla faccia della terra dall'uomo alla bestia, ai rettili e ai volatili; furono distrutti dalla terra; rimase soltanto Noè e chi era con lui nell'arca.
(Bereshit 7, 23)

Dovremo avere la forza di liberarci, di tutte le violenze fatte e subite, di tutti i condizionamenti anche nascosti che ci impediscono di vivere liberamente la nostra vita, di realizzare la nostra individualità responsabile. Solo così potremo arrivare alla salvezza, alla seconda nascita del nostro io vero, liberandoci della crisalide nella quale eravamo imprigionati.

giovedì 15 ottobre 2009

la scala di giacobbe

Tutti i libri del Tanakh sono ricchi di storie di sogni. I sogni sono presentati come comunicazioni di D-o all'uomo, espresse però con simbolismi di non agevole comprensione. I patriarchi ed i profeti, che sono le guide del popolo d'Israele, assolvono alla funzione di interpretare i sogni, rendendo così possibile l'accesso al messaggio divino.
I sogni che maggiormente richiamano l'attenzione dell'uomo sono quelli a contenuto profetico, perchè rispondono ad una antica aspirazione umana, che è quella di riuscire, superando i limiti della propria condizione, a conoscere il proprio futuro.
Ma ci sono anche sogni che rivelano non solamente quello che sarà ma soprattutto quello che è. Sono sogni che contengono elementi di accesso e contemplazione del divino, che lasciano cioé vedere scorci del procedimento secondo il quale si svolge il rapporto tra uomo e D-o, tra creatore e creato.
Il sogno della scala di Giacobbe appartiene a questa categoria dei sogni di accesso e contemplazione del divino.

ויחלם והנה סלם מצב ארצה וראשו מגיע השמימה והנה מלאכי אלהים עלים וירדים בו
"Vedeva una scala posata in terra, la cui cima arrivava al cielo e per essa gli Angeli del Signore salivano e scendevano"
(Genesi 28, 12)

Questo particolare del sogno, questa visione della scala e degli Angeli che la percorrono interrottamente esprime con poche parole un contenuto di importanza fondamentale per gli studiosi che ricercano la conoscenza delle modalità del rapporto tra il divino e l'umano.
Il rapporto tra D-o e l'uomo coinvolge due interlocutori assolutamente non commensurabili. D-o è l'unico assoluto e comprende in sé la totalità di tutto ciò che noi riusciamo ad immaginare ed in più tutto ciò che non cosciamo. Egli è senza tempo ed i concetti umani di passato e futuro non hanno in Lui significato. Egli è illimitato nello spazio, così come lo è nel tempo, ed in ogni ipotetica dimensione sovrapposta e contemporanea della Sua volontà. Per contro le capacità di espressione e di comprensione dell'uomo sono limitate in ragione della sua natura di essere finito nel tempo e nello spazio e che, conseguentemente, è nell'impossibilità di capire e conoscere ciò che esorbita i propri limiti. In questi termini non sarebbe possibile alcuna comunicazione tra D-o e l'uomo. E' come se in una stanza buia si trovassero due persone che parlano lingue completamente diverse.
L'uomo per potere comprendere ha la necessità che D-o adotti sistemi di espressione a lui accessibili. Se, nel compiere una ricerca, digitiamo una parola sul nostro computer, la rete ci risponderà fornendoci ad esempio 5.000.000 di files, mentre, se noi aggiungiamo altre parole per restringere la nostra indagine e limitarla a determinati settori, ecco che il numero delle risposte scenderà ad esempio a 100, rendendo possibile concludere la ricerca con l'acquisizione dell'informazione che stavamo cercando. Nello stesso modo, per rendere accessibile all'uomo la percezione del rapporto con D-o. è necessario che questo rapporto venga espresso con modalità compatibili con le caratteristiche e le capacità degli schemi di elaborazione mentale che l'uomo possiede. Le percezioni dell'uomo sono di tipo puntuale e non continuo. L'uomo classifica, fa schemi di funzionamento, computa, racconta, fa programmi. L'uomo gestisce episodi e sequenze, tutte cose finite e delimitate nel tempo e nello spazio. Arriva in definitiva a comprendere gli avvenimenti che lo circondano mediante procedimenti di analisi, di spezzettamento della realtà in elementi più semplici ed omogenei, che diventano così alla portata delle sue capacità cognitive. Solamente dopo aver compiuto questo procedimento di analisi, l'uomo procede alla sintesi, a mettere insieme in un complesso logico e coordinato gli elementi analizzati per tentare di capire il fenomeno studiato nella sua complessità.
La scala di Giacobbe, che rappresenta il canale delle interazioni tra D-o e l'uomo non è percorso da fluidi continui, simili alle acque di un fiume, ma è percorso dalle manifestazioni di D-o, che sono gli angeli, sono quindi manifestazioni puntuali, separate non continue, una sequenza di manifestazioni singolari che procedono senza inizio e senza fine. Su e giù per la scala di Giacobbe è un continuo andirivieni di interlocuzioni tra D-o e l'uomo, di messaggi, di fatti, di persone, di richieste, di risposte, di visioni, di sogni.

E' straordinaria la similitudine con la teoria dei "quanti di energia" di Max Planck, secondo la quale gli atomi assorbono ed emettono radiazioni in modo discontinuo, per quanti di energia, cioè quantità di energia finite e discrete. In tal modo anche l'energia può essere concettualmente rappresentata, come la materia, sotto forma granulare: i quanti sono appunto come granuli di energia indivisibili. Così anche l'interazione tra divino e umano avverrebbe secondo sequenze discontinue. Ricordiamoci sempre che questa concezione è quella che noi umani percepiamo, mentre la verità assoluta, la totale contemporaneità e potenza della volontà divina, travolgerebbe la mente umana, la incenerirebbe, come una lampadina di basso voltaggio che fosse inserita in un cicuito di rete.
Gli Angeli, le manifestazioni di D-o, vengono a contatto dell'uomo prendendo varie forme: sogni, avvenimenti reali, persone, l'insieme di tutte quelle cose che non sono gestite dalla nostra volontà, ma avvengono. Di queste cose per lo più non ce ne accorgiamo, raramente le vediamo e ne rimaniamo stupefatti. Tutti i giorni, in ogni momento avvengono le manifestazioni di D-o e dovremmo affinare la nostra sensibilità per imparare a vedere quello che guardiamo e sentire quello che ascoltiamo.
I kabalisti hanno definito le emanazioni della volontà divina secondo "nomi", "luci", "poteri", "corone del Santo re", "stadi", "fonti", "aspetti", "facce interne di D-o". Queste emanazioni, dette Sefirot, sono attributi della volontà divina, e sono ricondotte dai Kabalisti al numero di dieci, disposte graficamente come frutti di un albero, e delle quali le sette disposte inferiormente sono accessibili alla comprensione umana, due superiori sono oggetto di intuizione e la prima più in alto è inconoscibile così come lo è l'essenza di D-o. Vale a dire che l'uomo conosce manifestazioni di grandezza, amore, potenza, armonia, costanza, splendore, fondamento, autorità; intuisce l'intelletto e la saggezza; si smarrisce davanti all'essenza di D-o.

Ricordiamo che il più grande profeta di Israele, Mosè è stato l'unico uomo che ha dialogato direttamente con D-o, ma anch'egli non l'ha visto di faccia ma di spalle.

והיה בעבר כבדי ושמתיך בנקרת הצור ושכתי כפי עליך עד עברי והסרתי את כפי וראית את אחרי ופני לא יראו
"Poi quando passerà la mia gloria, ti nasconderò nella cavità della roccia, ti ricoprirò con la Mia mano, finché Io sia passato. Poi ritirerò la mia mano e tu Mi vedrai per di dietro, ma la Mia faccia è invisibile" (Esodo 33, 22 e 23)

lunedì 5 ottobre 2009

cohèleth



"Io sono Cohèleth, fui re sopra Israele in Gerusalemme. Applicai la mia mente a indagare e a investigare con sapienza su tutto ciò che accade sotto il cielo: un'infelice occupazione che il Signore ha dato agli uomini perchè vi si affatichino. Ho osservato tutti i fatti che si compiono sotto il sole ed ecco tutto è vanità e sforzo inutile. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare. Meditai tra me dicendo: ecco io ho acquistato molta e vasta sapienza, più di tutti quelli che furono prima di me in Gerusalemme, e la mia mente ha visto molta sapienza e conoscenza. E applicai la mia mente a conoscere sapienza e a conoscere follia e stoltezza; seppi che anche questo è uno sforzo inutile. Poiché dove è molta sapienza è molto affanno e colui che accumula senno accumula dolore." (Ecclesiaste 1, 12-18)
הבל הבלים אמר קהלת הבל הבלים הכל הבל
"Vanità delle vanità, dice Cohèleth, vanità delle vanità, tutto è vanità."
(Ecclesiaste 1, 2)

Con queste parole si apre il libro dell'Ecclesiaste e si presenta a noi il suo autore: Cohèleth, figlio di Davide, Re di Gerusalemme.
La tradizione lo identifica con Re Salomone (970-928 a.C.), del quale si legge: "D-o concesse a Salomone sapienza e grandissima intelligenza, e larghezza d'intelletto in abbondanza come la rena che si trova sulla riva del mare ... E la sua fama si sparse fra tutti i popoli d'intorno. Egli pronunciò tremila sentenze, ed i suoi carmi furono millecinquecento. Egli trattò temi relativi alle piante, dal cedro del Libano fino all'issopo che spunta tra i muri, trattò temi relativi agli animali, ai volatili, ai rettili e ai pesci. E si recavano per ascoltare la sua sapienza da tutti i popoli, da tutti i re della terra che avevano udito parlare della sua sapienza." (I Re 5, 9-14).
Oggi si ritiene che la stesura dell'Ecclesiaste, quale noi conosciamo, debba collocarsi intorno al III-II secolo a.C., epoca nella quale era in uso la lingua tardo-ebraica di redazione del testo. Siamo quindi nell'epoca durante la quale gli ebrei furono dominati dai regni greci dei Tolomei e dei Seleucidi, formatisi alla morte di Alessandro Magno. Il contatto con la cultura greca, nettamente più avanzata in tutti i campi delle arti e delle scienze, in quello militare, amministrativo e nei commerci, costituì una pressione poderosa verso l'ellenizzazione del popolo ebraico.
L'Ecclesiaste lamenta la smania di ricchezza sotto il dominio greco. A che cosa è mai servito, si chiede, accumulare immense fortune? Cohèleth si mostra combattuto fra le nuove idee straniere e la sua religiosità congenita, fra lo spirito critico ed il tradizionalismo.
L'impatto dell'ellenizzazione sugli ebrei colti fu per molti aspetti simile a quello dell'illuminismo sul ghetto durante il XVIII secolo. Destò lo stato-tempio dal suo sonno incantato: era una forza destabilizzante dal punto di vista spirituale e, soprattutto, era una forza secolarizzante, materialistica.
Il processo di ellenizzazione fallì quando le iniziative dei riformisti per accelerare il processo di assimilazione provocarono una violenta reazione nazionalistica, concretizzatasi nella rivolta asmonea (167 a.C.), la riacquisizione dell'indipendenza ed il ripristino dei valori religiosi tradizionali.

כאשר אינך יודע מה דרך הרוח כעצמים בבטן המלאה ככה לא תדע את מעשה האלהים אשר יעשה את הכל
"Come non conosci la via del vento, né come si formino le ossa nel ventre della donna incinta, così non conosci l'opera del Signore che fa ogni cosa."
(Ecclesiaste 11, 5)


"Lo stolto è collocato in posti molto elevati e i ricchi siedono in basso. Ho visto servi andare a cavallo e principi che camminavano a piedi come servi. Chi scava una fossa vi cadrà dentro, chi abbatte una siepe lo morderà un serpente. Chi taglia pietre si ferirà con esse, chi spacca legna correrà pericolo. Se il ferro perde il taglio e uno non lo affila, dovrà aumentare gli sforzi, perciò porta vantaggio la sapienza." (Ecclesiaste 10, 6-10)

mercoledì 22 luglio 2009

iedid nefesh

" L'espulsione degli Ebrei dalla Spagna e l'emigrazione in massa degli Ebrei ashkenaziti verso est ridefiniscono, a partire al XVI secolo, la mappa delle comunità ebraiche. In questo periodo si fa sentire l'influenza della qabbalah di T'fat Safed, che considera il canto come un mezzo privilegiato per elevare l'anima verso le sfere celesti. La gioiosa accoglienza dello shabbat il venerdì sera, gli inni, le suppliche, la lettura recitata dei salmi, arricchiscono notevolmente il repertorio musicale. La qabbalah influenzerà la musica sacra e profana del giudaismo yemenita e il canto e la danza del movimento chassidico. dal XVIII secolo in poi il nigum (melodia) diventa un importante elemento della vita del chassid, una sorta di supporto per l'ascesi mistica." (Eli Barnavi, Atlante storico del popolo ebraico)
Rabbi Elazar Azkari (Azikri) (1533-1600) appartenne al più notevole gruppo di halachisti e mistici vissuto a Safed, nell'alta Galilea. Del gruppo fecero parte R. Joseph Caro, R. Moshe Trani, R. Isaac Luria, R. Moshe Cordovaro, R. Moshe Alshich e R. David B. Zimra. A Safed egli scrisse numerose composizioni, tra le quali il Sefer Chareidim (libro dei timorati), opera che collega le 613 mitzvot alle membra del corpo umano. Fu qui che Rabbi Elazar compose il canto Iedid Nefesh, nel quale si esprime l'intenso amore che ognuno deve provare per il Signore. Il canto è organizzato in quattro strofe, le cui lettere iniziali formano il tetragramma, il nome di D-o. Iedid Nefesh viene cantato il venerdì sera, all'inizio del Kabbalah Shabbat.

יְדִיד נֶפֶשׁ


יְדִיד נֶפֶשׁ אָב הָרַחֲמָן מְשׁוֹךְ עַבְדָּךְ אֶל רְצוֹנָךְ

יָרוּץ עַבְדָּךְ כְּמוֹ אַיָל ישְׁתַּחֲוֶה אֶל מוּל הֲדָרָךְ

יֶעֱרַב לוֹ יְדִידוּתָךְ מִנֹּפֶת צוּף וְכָל־טָעַם


הָדוּר נָאֶה זִיו הָעוֹלָם נַפְשִׁי חוֹלַת אַהֲבָתָךְ

אָנָּא אֵל נָא רְפָא נָא לָהּ בְּהַרְאוֹת לָהּ נֹעַם זִיוָךְ

אָז תִּתְחַזֵּק וְתִתְרַפֵּא וְהָיְתָה לָךְ שִׁפְחַת עוֹלָם


וָתִיק יֶהֱמוּ רַחֲמֶיךָ וְחוּס נָא עַל בֵּן אוֹהֲבָךְ

כִּי זֶה כַּמָּה נִכְסוֹף נִכְסַף לִרְאוֹת בְּתִפְאֶרֶת עֻזָּךְ

אָנָּא אֵלִי מַחְמַד לִבִּי חוּשָׁה נָּא וְאַַל תִּתְעַלָּם


הִגָּלֵה נָא וּפרוֹשׂ חָבִיב עָלַי אֶת סֻכַּת שְׁלוֹמָךְ

תָּאִיר אֶרֶץ מִכְּבוֹדָךְ נָגִילָה וְנִשְׂמְחָה בָּךְ

מַהֵר אָהוּב כִּי בָא מוֹעֵד וְחַנֵּנִי כִּימֵי עוֹלָם



Yedid Nefesh
Yedid Nefesh av harachaman, meshoch avdach el retzonach,
ya'arutz avdach kmo ayal, yishtachave el mul hadarach,
ye-erav lo yedidutach, minofet tzuf v'chol ta-am.
Hadur na-e ziv ha-olam, nafshi cholat ahavatach,
ana el na r'fa na lah, b'harot lah noam zivach,
az tit-chazek v'titrape, v'haieta lach shifchat olam.

Vatik yehemu rachamecha, v'chus na al bein ohavach,
ki ze kama nichsof nichsaf lir'ot b'tiferet uzach,
ana eli machmad libi, husha na v'al tit-alam.
Higale na ufros chaviv alai, et sukat shlomach,
ta-ir eretz mik'vodach, nagila v'nism'cha bach.
Maher ahuv ki va mo-ed, v'channeni kime olam.



Amico dell'anima

Amico dell'anima, Padre misericordioso, trascina il tuo servo alla tua volontà
correrà il tuo servo come una gazzella, per inchinarsi davanti al tuo splendore
per lui la tua amicizia sarà più dolce che le gocce del favo e di ogni sapore.

Maestoso, bello, splendore del mondo, la mia anima si strugge per il tuo amore
ti prego, Signore, guariscila adesso, esponendola alla piacevolezza del tuo splendore
allora sarà rafforzata e guarita e sarà la sua gioia eterna.

Eterno Uno, la tua misericordia possa risvegliarsi e ti prego abbi pietà del figlio del tuo amato
perchè così tanto ho desiderato intensamente di vedere presto lo splendore della tua potenza;
solamente questo desidera il mio cuore così ti prego abbi pietà e non nasconderti.

Ti prego, mio amato, rivelati e distendi su di me il rifugio della tua pace;
illumina la terra con la tua gloria, che può rallegrarci e renderci felici con te
Affrettati, mostra amore nel tempo che è venuto e mostraci la grazia come nei tempi antichi.