domenica 23 dicembre 2012

Vaychì

(Gen.47,28-50,26)

Giacobbe visse in terra d'Egitto diciassette anni e tutta la sua vita ne durò centoquarantasette. Quando si sentì vicino alla morte egli chiamò Giuseppe e gli fece giurare che non l'avrebbe seppellito in Egitto ma nella terra dove erano sepolti i suoi padri.

Passò poi del tempo ed un giorno vennero a dire a Giuseppe che suo padre era malato. Egli si recò da lui con i suoi due figli Manasse ed Efràim. Giacobbe, che era disteso a letto, faticosamente si mise seduto e cominciò a raccontare di quando il Signore gli era apparso a Luz nella terra di Canaan e gli aveva detto:

"Ecco, io ti farò prolificare e diventare numeroso, ti farò diventare un aggregato di popoli e darò questa terra ai tuoi discendenti dopo di te in possesso perpetuo."

Giacobbe aggiunse che i due figli nati a Giuseppe in terra d'Egitto avrebbero dato origine ognuno ad una propria tribù, mentre gli altri che eventualmente fossero ancora nati, sarebbero stati aggregati alle tribù dei due fratelli. Giacobbe volle vedere quindi i due ragazzi e quando gli si avvicinarono egli pose la mano destra sul capo di Efràim, nonostante questi non fosse il primogenito, e la sinistra sul capo di Manasse e li benedisse. Giuseppe, pensando che il padre si fosse sbagliato, voleva spostare la mano del padre dal capo di Efràim a quello di Manasse, ma Giacobbe disse:

"Lo so figlio mio, lo so, anch'egli diverrà un popolo, anch'egli sarà grande, ma il suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza costituirà una moltitudine di genti."

Fece chiamare tutti i suoi figli Giacobbe per accomiatarsi da loro e dire a ciascuno di essi ciò che la loro indole li avrebbe portati a compiere: Ruben, il primogenito, impetuoso e colpevole della violazione del talamo paterno non avrebbe avuto alcuna posizione di superiorità sui fratelli; Simeone e Levi, facili all'ira, all'omicidio ed alla crudeltà sarebbero stati divisi e sparpagliati in Israele ed infatti la tribù di Levi non avrà l'assegnazione di un proprio territorio, mentre la parte assegnata a Simeone sarà frammista a quella di Giuda; Giuda è un leone ed avrà lo scettro ed il bastone del comando fino a che non verrà Sciloh, il Messia, che raccoglierà l'ossequio di tutti i popoli; Zevulon risiederà di fronte al mare e darà approdo alle navi; Issachar avrà una terra molto fertile e sarà un agricoltore talmente pacifico da accettare anche la servitù e il pagamento di tributi; Dan avrà una tribù meno numerosa ed un territorio meno esteso ma saprà farsi valere per la sua astuzia; Gad avrà territori ad est del Giordano e sarà più esposto agli assalti nemici, ma saprà difendersi; Asher avrà un territorio ricco; Naftali è come una cerva veloce che pronuncia discorsi eloquenti; Giuseppe è un albero fruttifero che ha due propaggini che si sviluppano e che sono i suoi figli, ha resistito agli attacchi e le sue opere sono state protette dal Signore; Beniamino è come un lupo rapace esperto nell'arte della guerra.

Chiese infine Giacobbe di essere sepolto nella grotta di Machpelà in terra di Canaan, dove erano già seppelliti Abramo e Sara, Isacco e Rebecca e dove egli aveva seppellito Lea ma non aveva potuto seppellire Rachele, che invece era morta sulla strada per Efrath ed era stata sepolta a Betlemme. Date queste ultime disposizioni Giacobbe si distese nel letto e cessò di vivere.

Pianse Giuseppe su di lui e lo baciò. Ordinò poi che il corpo fosse imbalsamato e quando tutto fu pronto si recò dal Faraone per chiedergli di potersi recare in terra di Canaan a seppelire suo padre secondo le sue volontà. Il faraone non solo acconsentì ma fece tributare grandi onori alla salma di Giacobbe. In terra di Canaan avvennero i funerali e poi la salma fu seppellita nella grotta di Machpelà.

Quando Giuseppe tornò in Egitto i suoi fratelli erano timorosi perché pensavano che, una volta morto il padre, egli potesse vendicarsi. Mandarono a dire al fratello che il padre, prima di morire, aveva detto loro di chiedere perdono per il male che gli avevano fatto. Giuseppe ricevette i suoi fratelli che gli si prostrarono davanti offrendosi a lui come schiavi. Ma egli disse loro:

"Non temete! Sono forse io al posto di Dio? Del male che voi avete pensato di farmi, Dio si è valso al fine di bene perché rimanesse in vita, come oggi è accaduto, tanta gente: Non abbiate paura io manterrò voi ed i vostri figli."

Giuseppe visse centodieci anni. Vide nascere i figli della terza generazione di Efràim e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle sue ginocchia. Quando si sentì vicino a morire Giuseppe disse ai fratelli che il Signore si sarebbe ricordato di loro e li avrebbe un giorno fatti trasferire nella terra che aveva promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Giuseppe fece quindi giurare ai fratelli che:

"Quando Dio si ricorderà di voi, porterete via di qui le mie ossa."

Morì Giuseppe ed il suo corpo fu imbalsamato e posto in un sarcofago in Egitto.

La parashà conclude Bereshit, il libro della creazione, il libro dei patriarchi. Il libro si conclude con una forte connotazione egizia, che è sostanziata dalla figura di Giuseppe. L'immagine di Giuseppe non sembra tanto quella di una persona che si è integrata per necessità in un paese straniero, ma ha conservato un saldo attaccamento alle sue origini. I comportamenti di Giuseppe dichiarano invece una tale sicurezza e padronanza della lingua e degli usi e costumi, nonché delle leggi del paese che lo ospita, che solamente una completa e viscerale adesione può conferire. Insomma qui la Torà ci dice ancora qualcosa di significativo e innovativo rispetto alle cose che eravamo abituati a sentirci raccontare. Giuseppe rappresenta l'uomo istruito, progredito, civilizzato. Era stato condannato, scacciato, venduto dai suoi fratelli e invece in un paese straniero egli è riuscito a strutturare la propria personalità, ad acquisire un patrimonio culturale che nell'ambito della propria famiglia non sarebbe mai riuscito a possedere. E nel confronto tra quest'uomo, assimilato ormai ad un egiziano, e la sua famiglia, suo padre ed i suoi fratelli, ecco in questo confronto l'uomo civilizzato e straniero per giunta prevale sulla civiltà pastorale della sua famiglia, egli salva la sua famiglia, egli da nutrimento alla sua famiglia, la sua famiglia lo segue. Escluderei che si intenda fare un confronto di civiltà tra quella organizzata egiziana e quella grezza e pastorale degli ebrei, che non costituivano neanche una nazione. Il confronto ritengo invece sia tra l'uomo istruito e civilizzato, che è in grado di comprendere e dominare una società organizzata e l'uomo invece che a questo tipo di conoscenze ha rinunciato accontentandosi o rassegnandosi ad un'esistenza di passiva sopravvivenza.

L'altro oggetto di riflessione è il destino dei primogeniti, che generalmente nella Torà non è premiante. Anche qui ci sono i due figli di Giuseppe, i due figli nati in Egitto che saranno capostipiti di due tribù, Manasse è il primogenito, Efràim il secondo. Il nonno Giacobbe, il patriarca, darà la benedizione, imponendo la destra sul suo capo, al secondogenito Efràim, con la motivazione che la sua sarà una tribù più numerosa, oggi si direbbe perché era destinato ad un maggiore successo, una scelta quindi basata sul destino e non sul diritto e tanto meno sul merito.


Haftarà di Vaichì
(estratto da 1RE.2,1-2,12)

Avvicinandosi il tempo della morte di Davide, questi diede le sue ultime disposizioni a suo figlio Salomone dicendogli:

“Io sto per andare per la via che percorrono tutti: sii forte mostrati uomo. Osserva quanto ha comandato di osservare il Signore tuo D-o, seguendo la condotta da Lui voluta e osservando i Suoi statuti, i Suoi comandi, le Sue leggi, i Suoi avvertimenti, secondo quanto è scritto nella Torà di Mosè … Tu sai cosa mi ha fatto Joav, figlio di Tserujà … . Agisci secondo la tua saggezza, in modo da non lasciare che egli, vecchio, scenda in pace allo Sheol. … Tra quelli che ti stanno dappresso c’è anche Shim’i figlio di Gherà, della tribù di Beniamino, di Bachurim: egli mi ingiuriò violentemente … . Però tu non lasciarlo impunito, tu sei un uomo saggio e saprai come fare per farlo scendere vecchio allo Sheol per morte violenta.”

David giacque con i suoi padri, e fu sepolto nella città di David. Il tempo durante il quale fu re di Israele per quaranta anni: in Chevron regnò per sette anni e in Gerusalemme trentatré anni. Salomone sedette sul trono di Davide suo padre e il regno fu molto saldo.


La narrazione della Haftarà ci mostra il quadro di violenza fredda e spietata sulla quale il monarca deve fondare il suo regno, se vuole difendere il suo potere da chi lo insidia e desidera sottrarglielo. Ricordiamo a questo proposito quanto Samuele si fosse opposto fino all’ultimo ed inutilmente al desiderio del popolo di nominare un re, che regnasse su Israele, così come era per i popoli vicini.

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